Elogio del Governo possibile

- Alessandro Banfi

Il Governo possibile, che nessuno fra i partiti ha voluto, che ha deluso Pd e Pdl e che solo Scelta Civica auspicava, in questo caso è la concreta via d’uscita allo stallo della politica

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Giorgio Napolitano al Meeting di Rimini nel 2011 (Infophoto)

L’ultima lezione di Giorgio Napolitano è tutta in quell’aggettivo. Possibile. Quello che ha giurato ieri nelle mani del Presidente della Repubblica al Quirinale, e mentre un oscuro attentato si consumava davanti a Palazzo Chigi, è infatti il Governo possibile, anzi “l’unico possibile” come ha detto il Capo dello Stato. Che categoria è quella della possibilità in politica?

Andando per opposizioni possiamo dire che è il contrario della categoria dell’impossibilità, dell’utopia, del sogno. Può sembrare una rassegnazione, la versione minore di quella più alta, quella della grande aspirazione al cambiamento. Insomma un bagno di realismo, anzi com’è poi stato fatalmente chiaro nella tragica giornata di ieri, l’impatto con la dura e cruda consistenza dei fatti. E tuttavia la politica buona è sommamente l’arte concreta del possibile, senza nulla togliere all’importanza dell’ideale. Mentre è evidente che la politica messianica, quella che promette la salvezza del mondo, il cambiamento palingenetico dell’universo, nasconde insidie terribili, porta all’impazzimento, all’odio ideologico, all’annientamento del nemico. Come Papa Ratzinger ha più volte sottolineato.

E’ sempre vera come preoccupazione. Non è stato infatti vera solo nel secolo delle grandi ideologie, fascismo, nazismo e comunismo, che hanno generato olocausti, gulag e distruzione sistematica dell’umanità. E’ vera anche oggi quando la nuova ideologia è la confusa ideologia della Rete, che si sostituisce alla persona, la legittima, la fa esistere, la realizza. Aggiornamento web del sogno massonico del Padrone del Mondo. E’ vero oggi quando la nuova utopia è la fine della disuguaglianza fra classi sociali, la vendetta della Piazza contro il Palazzo.

Si è cominciato giustamente a parlare in questi giorni del clima “diciannovista”, degli anni che hanno preceduto l’ascesa del Fascismo, quel clima da insurrezione permanente, da debolezza di classe politica bollita. Anni colorati da continui tumulti di piazza e dall’incertezza se coinvolgere o meno nel potere i rossi o i neri, ostili al sistema e alternativi ad esso. Dibattiti diversi da quelli di oggi e tuttavia maledettamente simili.

Il Governo possibile, che nessuno fra i partiti ha voluto, che ha deluso Pd e Pdl, che forse solo Scelta Civica proponeva come programma agli elettori, in questo caso è la concreta via d’uscita, se non la salvezza.

Lo guida Enrico Letta, uomo di grande equilibrio, e la compagine dei Ministri appare giovane, fortemente credibile rispetto a tante altre formazioni di Esecutivo. Facce nuove ma soprattutto persone equilibrate, moderate, legate a competenze particolari. Certo pochi possono dire che è il loro Governo ideale. Ma ci sono momenti in cui l’ideale è il possibile. Momenti in cui politica è anzitutto compromesso, confronto, dibattito sulle cose urgenti da fare.

L’altro grande paragone storico di queste ore ci porta irrimediabilmente al 16 marzo 1978. Certo molte cose sono diverse e per fortuna, per gravità e per grandezze. E tuttavia noi che abbiamo vissuto la violenza (legittimata) degli anni Settanta, sfociata nel terrorismo per le strade, sappiamo che nell’aria ci sono sensazioni e tendenze simili. Certo, Letta non è Andreotti e il singolo attentatore di ieri a Palazzo Chigi non è il commando delle Brigate Rosse. Tuttavia oggi come allora il nostro destino è appeso al successo dell’unico, concreto, governo possibile.

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