La ferita di Jannacci

- Giovanni Aime

Jannacci la “carezza del Nazareno” l’ha vista quando era piccolo nella faccia di un operaio, su un tram di Milano, e la porterà sempre nel cuore e nelle sue canzoni. GIOVANNI AIME

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Immagine di archivio

“Un uomo innamorato della vita”. Enzo Jannacci si definiva così. Sorriso scolpito; due occhi piccoli e vispi attenti a tutto. Osservava e si lasciava stupire. I personaggi delle sue canzoni li incontrava così, su di un marciapiede, in un tram del centro o sul ciglio della strada. Ed è così che ha incontrato anche noi, un gruppo di amici che cantavamo in piazza del Duomo in occasione dell’esposizione della mostra sui “150 anni di sussidiarietà”.

Passa di là e si ferma incuriosito. Nonostante sia già visibilmente affaticato dalla malattia che lo avrebbe portato alla morte nel giro di un anno, vuole rimanere lì a cantare. Noi increduli all’inizio e poi esaltati: è come se Paolo Maldini si fermasse al calcizzu…

Poi accetta di venire pochi giorni dopo a Portofranco, centro di aiuto allo studio. Rimane stupito: “non immaginavo un posto così adombro di luce e mistero. Pieno di umanità”.

Sembra assolutamente a suo agio nonostante i duecento ragazzi venuti ad incontrarlo abbiano 60 anni meno di lui. Ci deve essere infatti qualcosa in comune a entrambi; forse è proprio quella ferita che Enzo dice di avere dentro: “non so di che qualità sia, so che è grande. È nata grande e non si chiude. Tanti fanno finta di non averla, tirano dritti. Li guardo, e mi viene da sentirmi male… È giusto che quella ferita rimanga lì, che a volte sanguini e altre no. Ha ragione di esistere? Io dico di sì. È la stessa ferita del Nazareno… L’ha fatta Lui la ferita. L’ha scolpita… E bisogna andarci dietro alla ferita, se no non se ne viene a capo. Bisogna volere bene alle ferite“.

Conclude intonando “Ti te sè no”, canzone che invito tutti ad ascoltare, “perché – dice Enzo – non abbiate mai a dimenticare che tutto ve l’ha mandato Lui“.

Permettetemi di dire che chi definiva Jannacci un “ateo laico molto imprudente” sbagliava di grosso. Lui la “carezza del Nazareno” l’ha vista quando era piccolo nella faccia di un operaio su un tram di Milano e la porterà sempre nel cuore e nelle sue canzoni.

Quando usciva da giovane per qualche performance suo padre gli diceva: “te vet in gir a fa’ stupid”.

È vero, gli riusciva benissimo di fare lo stupido, ma stupido proprio non era. Aveva una laurea al conservatorio in pianoforte, composizione, armonia e direzione d’orchestra e, come non bastasse, si era laureato anche in medicina ed era diventato un affermato cardiologo.

Oggi tutti lo ricordano con simpatia e un po’ di commozione: come spesso accade, quando un artista muore mette tutti d’accordo; ma qui oltre a rimpiangere uno dei più grandi artisti italiani del dopoguerra, c’è da capire cosa Enzo ha provato a dirci durante la sua carriera lunga più di mezzo secolo, e cosa c’entri con noi oggi e con il nostro prossimo futuro. Se quello che diceva Jannacci valeva ai “suoi tempi” deve valere anche oggi.

Per esempio quella ferita sanguinante di cui Enzo parlava ai ragazzi di Portofranco non può essersi rimarginata. Penso sia proprio la stessa ferita aperta e non corrisposta da nessun programma elettorale che ha spinto otto milioni di italiani a votare Grillo. E non finisce qui. In una intervista del 2009, nel pieno del caso Englaro, Jannacci riconosceva il bisogno impellente per l’uomo di una “carezza dal Nazareno”.

Infatti Enzo diceva: “se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo eccome, però avremmo così bisogno di una sua carezza“. Aveva ragione. Non potendo raggiungere in alcun modo ciò che ultimamente desideriamo, l’unica cosa razionale che possiamo fare è chiedere; anche solo una carezza. E così, mentre il mondo si scannava dibattendo su diritti e valori dell’uomo, solo lui introduceva un fattore che fosse altro da noi e dai nostri mutevoli criteri di giudizio. In una situazione come quella attuale, così drammatica e instabile, queste dichiarazioni di Jannacci sembrano quanto mai attuali e decisive.

Spero di non azzardare troppo se dico che tali parole sono sulla stessa lunghezza d’onda di quelle più recenti di Papa Francesco che ci esorta a pregare e domandare a Dio perdono e misericordia. Lui infatti ci ascolta e ci perdona: “non stanchiamoci mai di chiedere perdono al Signore! Nostro Padre non si stanca mai di perdonarci”.

Jannacci si spegneva proprio il Venerdì Santo, quando Gesù salendo sul Calvario ci dà la prova più eclatante del Suo amore per noi, offrendoci quella carezza della quale Enzo sentiva tanto bisogno e che ora sta già gustando.

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