Dal pollaio al cielo

- Franco Nembrini

Dire “emergenza uomo” è dire “emergenza educativa”, perché gli uomini per diventare tali hanno bisogno di essere educati. I nostri giovani sono aquile in un pollaio? FRANCO NEMBRINI

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Il Meeting di Rimini

Dire “emergenza uomo” equivale a dire “emergenza educativa”, per la semplice ragione che gli uomini per diventare tali hanno bisogno di essere educati, hanno bisogno che qualcuno li accompagni verso il compiersi della loro umanità. Ma in che cosa un uomo verifica il compiersi della sua esperienza umana? O, che è lo stesso, quali sono le dimensioni costitutive dell’esperienza umana? 

Io direi, come scrive don Luigi Giussani ne Il senso religioso, “il problema del destino, il problema affettivo, il problema politico”. Si potrebbe dire la stessa cosa coi versi celeberrimi dei Sepolcri, “dal dì che nozze e tribunali e are / diero alle umane belve esser pietose“: anche Foscolo, poeta non certo sospettabile di bigottismo, identifica il passaggio dal livello animale all’emergere dell’umano con il problema affettivo (“nozze”), il problema della convivenza umana, della giustizia (“tribunali”), il problema religioso (“are”, gli altari). Vale a dire: da che cosa è identificato l’uomo, il livello umano della realtà? Dal bisogno di essere felice. Ma di che cosa ha bisogno un uomo per essere felice? Di conoscere la verità della vita; di poter amare secondo la verità riconosciuta; di poter sperare che la vita, il tempo, siano utili, siano per una fecondità, una costruzione.

Ecco, da questo punto di vista a me sembra che la generazione dei nostri figli, dei nostri studenti, dei ragazzi che abbiamo davanti oggi sia disorientata proprio rispetto a queste questioni decisive. Il mondo in cui viviamo testimonia loro un terribile scetticismo rispetto alla possibile esistenza di una verità, un’amara delusione di fronte alla possibilità che si possa amare per sempre, un disperato carpe diem in opposizione al desiderio che il tempo possa essere utile e buono. Insomma, è una generazione a cui continuamente, martellantemente viene ripetuto che deve, per dirla con Dante, “verso il basso batter l’ali”: vola basso, lascia stare, non alzare mai la testa. Proprio come nel celebre apologo dell’aquila che era nata in un pollaio, a cui il padrone continuamente ripeteva di guardare per terra, di accontentarsi del becchime che gli dava, perché se guardi in alto potresti vedere un’altra aquila, potrebbe ridestartisi nel cuore la nostalgia per il cielo libero, per le altezze per cui sei fatto.

E infatti i ragazzi di oggi, come quelli di ogni epoca, sono fatti per il cielo, tutto in loro grida l’attesa di qualche cosa che corrisponda al loro desiderio di verità, di bene, di bellezza. 

E così può succedere – come è successo a me – di andare a leggere la Divina Commedia in un’università ucraina, davanti a un pubblico completamente digiuno di cristianesimo (ho dovuto spiegare chi erano Gesù, Maria, non sapevano proprio niente), ma che ascoltando l’invito di Dante a prendere sul serio il proprio cuore, a vivere secondo tutta l’ampiezza del proprio desiderio, a inseguire le stelle per cui siamo fatti (tutti sanno che ogni cantica della Commedia si conclude appunto con la parola “stelle”, cioè l’infinito, la totalità del reale) si è acceso, si è ridestato, come mi ha detto una signora alla fine di un incontro: “Grazie per averci restituito le stelle”.

E questo succede spessissimo. Forse proprio perché a furia di volare basso i nostri ragazzi spesso hanno la sensazione di avere già toccato il fondo, così quando si trovano davanti una proposta chiara, impegnativa, affascinante, capiscono al volo che non hanno niente da perdere, sono disposti a lasciare tutto per seguirla. Come è successo, per fare solo un esempio recente, con un ragazzo della mia scuola, diciamo non uno dei più esemplari: dopo un anno molto faticoso dal punto di vista dello studio, e perciò pieno di delusione e di tristezza, si è invece lanciato a capofitto nella preparazione e nello svolgimento della festa che sempre facciamo a fine anno; e alla fine mi ha scritto un biglietto che comincia così: “dopo questi giorni posso dire con certezza che l’Italia (si era parlato della crisi, della sussidiarietà…) non andrà a puttane”. E finisce con “la merda che mi circonda morirà ai miei piedi, perché adesso io so di poter dare il mio contributo, stanne sicuro”.

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