Il disprezzo della verità

- Nina Semiz

La vita politica e sociale in Russia è segnata da una costante irrisione della verità. Come quella operata dallo Stato e dal presidente Putin. L’editoriale di NINA SEMIZ

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Il meccanismo della propaganda è largamente facilitato dalla labilità della nostra memoria che è «a breve termine» e trattiene poco le verità complesse, preferendo i ragionamenti più schematici e preferibilmente demagogici, che colpiscono l’emotività e sembrano autoevidenti; in questo modo però, finisce che siamo pronti a berci ogni nuova «versione dei fatti» senza darci la pena di confrontarla con quella che ci era stata fornita poco prima, e trarne le conseguenze. 

Un esempio classico sono i famosi «omini verdi» senza insegne che nel marzo 2014 hanno occupato tutti i centri politici e amministrativi della Crimea: il governo russo ha dichiarato ufficialmente che erano separatisti locali organizzatisi contro i «fascisti» di Kiev, ma un mesetto fa lo stesso presidente Putin, in un documentario mandato in onda nel primo anniversario dell’annessione, ha affermato papale papale che si trattava di soldati russi, impegnati in «un’operazione per riportare la Crimea in seno allo Stato russo». Dunque il tanto sbandierato movimento popolare spontaneo cui la Russia sarebbe venuta incontro era una vergognosa panzana; il guaio è che la smentita o non ci è neanche giunta all’orecchio, o non ci ha scosso più di tanto.

Ma ci sono capovolgimenti ancora più radicali, che riguardano non la politica corrente, ma giudizi storici che sembravano ormai assodati e invece sono stati completamente rinnegati senza darne le ragioni.

A Danzica, nel 2009, Vladimir Putin aveva detto alla lettera (come si può verificare sul sito del Governo della Federazione Russa): «Analizzando i drammatici eventi che hanno preceduto la seconda guerra mondiale, dobbiamo trarne un’indispensabile lezione. Ma per far questo dobbiamo rinunciare agli stereotipi politici del passato, ai cliché e alle falsificazioni storiche, o semplicemente ai silenzi su certi fatti. È importante capire che qualsiasi collaborazione con gli estremisti, e nel caso precipuo con i nazisti e i loro fiancheggiatori, per qualunque motivo avvenga porta alla tragedia. In realtà non è neanche una collaborazione ma una collusione, allo scopo di risolvere i propri problemi a spese degli altri. …Bisogna riconoscere tali errori. Il nostro paese lo ha fatto. La Duma della Federazione Russa, il Parlamento ha condannato il Patto Molotov-Ribbentrop». 

Oggi invece lo stesso Vladimir Putin (vedi l’incontro con Angela Merkel) afferma che l’Unione Sovietica strinse un semplice patto di non aggressione con la Germania nazista per tutelarsi dalle minacce occidentali, e si dimentica l’occupazione sovietica di vari paesi tra cui Polonia, Lettonia, Estonia e Lituania che ne seguì. Non sembra la stessa persona ad aver detto cose così diverse a distanza di soli 5 anni. 

Di fronte all’enormità di un simile voltafaccia, e di una simile irrisione della verità, noi disperiamo della possibilità che la verità possa minimamente incidere sulla vita politica. L’ennesima riprova ci viene in questi giorni, sempre dalla Russia. 

Nel 2012, a Tomsk (Siberia) i giornalisti della locale TV-2 (chiusa dal governo nel gennaio di quest’anno) hanno ideato una forma toccante per commemorare la seconda guerra mondiale: invitare la gente a sfilare con la fotografia di un parente caduto; è stato chiamato «Reggimento immortale» e gradualmente ha trovato sostegno in 450 città, coinvolgendo 5 milioni di persone. Una vera iniziativa dal basso che ha il merito di porre un fondamento umano, nobile alla memoria della guerra, non come aggressività ma come dolore condiviso. Un’iniziativa apolitica, non commerciale e non statale, come è stato scritto sul Regolamento del movimento costituitosi in associazione, con tanto di sito.

Ma una realtà così notevole non poteva passare inosservata e il governo ha deciso di parassitare l’iniziativa usandola come una reale «base popolare» per le proprie celebrazioni. E subito i funzionari hanno incominciato ad «organizzare il popolo» calpestando le regole fondamentali che il «Reggimento immortale» si era dato: il legame di parentela con il caduto, la base volontaria, l’apoliticità. Un’iniziativa spontanea è stata così irreggimentata, politicizzata (il servizio d’ordine portava i simboli del partito di governo), tra le foto nel corteo sono apparsi i volti dei peggiori carnefici staliniani; è diventata una questione di soldi, fatta anche con indifferenza, tant’è vero che sono stati fotografati un po’ ovunque i mucchi di fotografie gettate via dopo la sfilata, evidentemente da persone totalmente estranee allo spirito della manifestazione ma pagate per farla.

La domanda è: cosa fare di fronte alla pesante manipolazione di una cosa vera? Rischiare di essere strumentalizzati o ritirarsi? 

È interessante come ha risposto un osservatore di Pskov, che ha detto: “i giornali hanno scritto che «Putin si è posto alla testa del corteo» ma è sbagliato, è impossibile farlo perché a un corteo della memoria ci si può solo unire”. Un corteo del genere non tollera comandanti né ordini di scuderia; possono provarci a impedirlo o a cavalcarlo, ma si diffonde lo stesso. Ha una sua vita originale, come la TV-2 di Tomsk che oggi continua l’attività nelle «catacombe di internet».

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