La chiesa “scomoda” di Francesco

- Eugenio Mazzarella

Per EUGENIO MAZZARELLA, i temi che Francesco ha posto al centro dell’attenzione rilanciano un messaggio cristiano che come voleva Giussani è pertinente alla vita degli uomini e la interessa

bergoglio_papafrancesco_salutozoomR439
Papa Francesco (Infophoto)

Nella sintonia argomentata con cui il Papa, nel suo saluto al XXXVI Meeting per l’amicizia fra i popoli, che si apre a Rimini in questi giorni, riprende i versi di Luzi – “Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?” – che ne sono il titolo all’edizione di quest’anno, c’è molto di più della “suggestione poetica” che pure suscita. C’è una piena adesione alle domande, che animano quel titolo e che animeranno il meeting. Domande espressione di quel cristianesimo in uscita ad incontrare la vita che si interroga su se stessa e sulla morte, sull’amore, il lavoro, la giustizia, la felicità. Fondamentalmente i temi che Francesco ha posto al centro dell’attenzione della sua Chiesa con l’Evangelii gaudium e l’Enciclica Laudato si’, per un messaggio cristiano, che come voleva Giussani, sia pertinente alla vita degli uomini, la inter-essi perché è capace di stare in mezzo ai suoi problemi.

L’invito di Francesco al meeting è di aderire al titolo che si è scelto; a coltivare, in giorni di lavoro che già solo il tema propone intensi, l’inquietudine del cuore come franco bisogno degli altri. Bisogno per l’uomo inaggirabile, che non deve nascondersi, che deve avere il coraggio di dirsi e di riconoscersi nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia di un nuovo incontro, come nelle delusioni della vita, nella paura della solitudine, o nella compassione per il dolore altrui, nella personale insicurezza davanti al futuro, o nella preoccupazione per una persona cara (Esort. ap. Evangelii gaudium, 155).

E di testimoniare del bisogno ultimo di questo bisogno: il bisogno di Cristo – Lui, quello che non viene mai meno a un cuore in bisogno, che cerchi nei suoi occhi, come Andrea e Giacomo nell’incontro che cambiò le loro vite, il segno che una gioia è benedetta e ogni dolore è condiviso. Di fronte a tante risposte parziali, scrive Francesco riprendendo Benedetto XVI, che offrono tanti «falsi infiniti», in una strana anestesia delle coscienze, anche quelle culturalmente cristiane, di fronte ad una società dove è una stranezza parlare di Dio, intellettualmente una cosa “non adulta”, e dove vige la censura o la rimozione sui propri perché, «il compito dei cristiani – afferma il Papa – è iniziare processi più che occupare spazi». Un’affermazione impegnativa che Francesco non si stanca di ripetere alla sua Chiesa e ai Movimenti, anche a Cl, che ne hanno vivificato la vita nell’intorpidimento della vita cristiana, anche ecclesiale, che già il Concilio Vaticano aveva intuito come problema tra i problemi. «E il primo passo è proprio ridestare il senso di quella mancanza di cui il cuore è pieno e che così frequentemente giace sotto il peso di fatiche e speranze deluse. Ma “il cuore” c’è, ed è sempre in ricerca».

In questo invito, che per Cl è anche un invito a perserverare nel riannodarsi, come sta facendo sotto la guida di Carron, alle origini del suo carisma, c’è il cuore educativo dell’opera di Giussani, il suo insistere, fin dai primi passi del Movimento, sulla necessità di riaccendere nel cuore delle persone il senso religioso. Per il resto impegnarsi sì, e tanto. Ma le opere si fanno importanti solo in quella luce, perché quello che conta è l’opera di un Altro, che va continuata e trasmessa. «Qui sta il contributo che la fede cristiana offre a tutti e che il Meeting può testimoniare innanzitutto con la vita delle persone che lo realizzano», scrive Francesco.

Insomma, l’invito del Papa al meeting è contribuire a tenere aperta, con un cuore che non si accontenta come disse Papa Benedetto XVI parlando ai giovani, vicino Rimini, a San Marino, «una finestra sull’infinito» (19 giugno 2011). A cooperare a un compito essenziale della Chiesa, cioè «non consentire che qualcuno si accontenti di poco, ma che possa dire pienamente: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20)» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 160), a farsi testimoni di «un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità», di una Chiesa in cui l’accoglienza viene prima dell’insegnamento e a quell’insegnamento dà la credibilità di una differenza. La differenza cristiana. Il tema non è di poco momento in tempi di nostalgia talora scomposta per la Chiesa che si limitava ad insegnare; in tempi in cui la Chiesa che accoglie si è fatta scomoda.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali

Vedi tutti