Sud, le vere ragioni di un disastro

- Antonio Napoli

Il Sud Italia è un dramma sociale, economico, generazionale, educativo. Il degrado e l’inefficienza sembrano non avere fine. Nemmeno gli alibi

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La scena di un delitto di mafia a Palermo (LaPresse)

Quasi sempre quando il Sud conquista le prime pagine dei giornali è per una brutta storia. Qualche settimana fa fecero notizia i due poveri bambini protagonisti involontari di cruenti scontri a fuoco avvenuti in pieno giorno in due affollati quartieri popolari di Napoli. Vicenda terribile ma a lieto fine, perché la piccola Noemi è tornata a casa sana e salva.

Pochi giorni dopo, sempre a Napoli, circa 500 chili di calcinacci precipitati da un cornicione, a pochi metri dal Duomo in pieno centro cittadino, hanno ucciso un inerme commerciante che stava andando a prendersi un caffè. Pensate voi se la stessa cosa fosse accaduta a pochi metri dal Duomo di Milano o di Firenze. Da quel giorno in città non si cammina più: decine di condomini hanno trovato ragionevole la soluzione di interdire il passaggio dei pedoni sui marciapiedi di loro competenza. Così, centinaia di metri di recinzioni arancioni hanno improvvisamente incominciato a segnalare la presenza di decine di finti cantieri.

Ha destato infine scalpore l’apparizione in tv (Rai2, Realiti) di due cantanti neomelodici che non hanno avuto imbarazzo a dire cose tremende su Falcone e Borsellino, mentre un altro esponente della stessa tipologia di musica ascoltata dalla malavita, minacciava pubblicamente il consigliere regionale dei Verdi, reo di battersi in difesa dei piccoli diritti negati dalla prepotenza diffusa che regna in città.

La cosa non è sfuggita a Galli della Loggia che vi ha dedicato un lungo e argomentato editoriale sul Corriere, in cui – in somma sintesi – sostiene che l’Italia intera non si occupa dello stato comatoso del Sud, in preda a classi dirigenti incapaci, a criminalità dominante e ad una sottocultura di cui dovremmo avere solo paura. Anzi, facciamo proprio finta di non vedere cosa accade proprio perché non sappiamo cosa fare. Aggiunge però, con una nota positiva, che il Mezzogiorno d’Italia dovrebbe proprio oggi provare a riconquistare un ruolo da protagonista nel Mediterraneo e ritornare ad essere luogo di dialogo tra i popoli che vi affacciano, costruendo così insieme un nuovo percorso di sviluppo e di civiltà.

Da meridionale continuo a pensare che sia importante che del Sud si parli, in ogni modo, anche criticamente, basta che se ne parli. La cosa che uccide di più le nostre speranze è l’oblio, la negazione dell’evidenza, il disinteresse per la qualità di vita di milioni di nostri concittadini.

Abbiamo più volte sottolineato le condizioni assai diverse in cui vivono 20 milioni di italiani, da quando nascono fino a quando lasciano questa terra. Ogni aspetto della loro vita – la scuola, il lavoro, l’alimentazione, i trasporti, la sanità, la sicurezza, per citarne i principali – rivela un divario enorme con gli standard raggiunti nel Centro-Nord. Chi nega questo enorme problema è corresponsabile di questa situazione. Al primo posto di questa speciale categoria colloco i gruppi dirigenti del Sud, che pur di nascondere le proprie incapacità continuano a descrivere una situazione, a loro dire, “contrastante”, cioè  dove sarebbero tanti i segnali positivi e che è sbagliato non riconoscere che molto è stato fatto. Soprattutto da loro, ovviamente. Inutile dire che questo modo di agitare le poche cose positive che pur esistono altro non è che un maldestro tentativo di costruire alibi dietro cui nascondere le politiche fallimentari di decenni. Tra i rappresentanti meridionali domina la retorica “del sì però”, “non tutto il Sud è così”, “occorre una analisi differenziata”, tutte affermazioni che servono solo a nascondere una realtà – ahimè – assai diffusa di degrado e inefficienza. Così si continua a parlare di quelle che sarebbero le “eccellenze” del Sud, mentre nessuno si accorge che è persa la semplice “normalità”.

Il disastro della scuola ad esempio ha generato una fuga costante di giovani che vanno a studiare – chi se lo può permettere – altrove. I più poveri restano a casa in una scuola pubblica ridotta allo stremo, dove si insegna poco e si impara ancora meno, e che spesso abbandonano.

La cartina di tornasole della scuola è molto utile a capire la natura economica e sociale della condizione reale del Sud. Insisto, di tutto il Sud. Siamo tornati – dopo circa 50 anni – alla scuola di classe e per pochi. Solo che questa scuola si è spostata altrove, mentre la vecchia scuola è rimasta per chi non può permettersi costosi studi in giro per il  mondo. Se prima questo fenomeno era limitato alle università e alla formazione post-laurea, oggi molti ragazzi abbandonano il Sud appena dopo le medie. Una vera emergenza sociale di cui pochi parlano perché la lentezza con cui tutto questo è avvenuto ne ha reso debole la percezione.

Le cifre sono imbarazzanti, 180mila giovani ogni anno lasciano il Mezzogiorno, le loro famiglie sopportano un costo di oltre 4 miliardi all’anno, risorse sottratte alla nostra economia e destinate a rimpinguare zone già più ricche. Se si perde di vista questa enorme questione di classe che si gioca intorno alla formazione dei giovani meridionali non avremo mai la dimensione esatta del nostro problema.

Occorre una proposta innovativa in grado di immettere risorse nel sistema formativo meridionale e di affidare a centri autonomi la direzione culturale e didattica del progetto. Bisogna chiudere i canali attraverso cui i grandi centri formativi del Nord si vengono a scegliere i migliori e se li portano via. Ma bisogna anche prendere atto che chi governa scuole e università nel Mezzogiorno non è all’altezza di creare un’offerta educativa accettabile. Così come bisogna pensare ad un’offerta formativa per i ragazzi di tutti i paesi del Mediterraneo che possono trovare al Sud quello che non hanno nei loro paesi.
In questi anni abbiamo più volte sentito decantare gli effetti positivi di Erasmus, il programma che ha portato molti giovani a studiare per periodi più o meno brevi in altri paesi europei. Anche in questo caso, è bene dirlo, non tutti hanno potuto parteciparvi, perché il costo – rilevante – comunque ricade sulle famiglie. Resta da capire se non vi sia lo spazio per un altro programma, questa volta rivolto ai ragazzi meritevoli del Sud e di tutti i paesi della grande area mediterranea. Il pezzo mancante del discorso di Galli della Loggia è dare vita ad una iniziativa concreta per fare del Sud qualcosa di utile ed ospitale, puntando sui giovani, con l’obiettivo di essere utile alla stessa Europa in un contesto più aperto. Certo, non potremmo più chiamarlo Erasmus. Si potrebbe provocatoriamente  chiamarlo “Spartaco”, per rendere più chiaro a tutti il vero scopo.


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