Nicco, la malattia e la grazia

- Luigi Cammi

La morte di Niccolò Bizzarri, giovane affetto da malattia degenerativa grave, apre a riflessioni profonde. Per cosa viviamo e moriamo?

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LaPresse

Prima di apprendere la drammatica notizia della morte di Niccolò Bizzarri, ragazzo di 22 anni e amico di Firenze, affetto da una malattia degenerativa grave (la sindrome di Duchenne), stavo preparando un Editoriale diverso, incentrato su alcune innovazioni e su pensieri di sviluppo, che ora mi terrò per le prossime occasioni. Gli eventi susseguiti alla morte (e alla vita) di Niccolò mi hanno come sconquassato e risvegliato dal torpore delle abitudini quotidiane.

Il messaggio mi arriva, improvviso, la mattina di martedì 14 gennaio. Sono in giro per l’Italia, immerso nel lavoro, sommerso dai soliti problemi. Mi fermo, penso a Nicco, ma soprattutto ad Angelo e Carolina, suoi genitori e amici. Nelle giornate successive iniziano ad arrivarmi testimonianze di dolore, ma soprattutto cariche di memoria grata per una Presenza amica. Non comprendo fino in fondo, ma tutto quello che si muove intorno a me mi fa percepire che forse è possibile vivere la malattia, una grave malattia, e perfino la morte, con uno sguardo differente.

“Tutto è grazia!”- ripeteva spesso Niccolò, e questo pensiero continua a risuonare in me e nei miei amici.

Proprio in preparazione di questo mio primo Editoriale per Il Sussidiario avevo ripreso tra le mani alcuni testi di Papa Francesco: il Messaggio per la XXVIII Giornata mondiale del malato dell’11 febbraio 2020 («Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro»); il Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dalla Commissione carità e salute della Cei del 10 febbraio 2017; il Messaggio per la XXVII Giornata mondiale del malato («Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date») del 25 novembre 2018; il Messaggio per la XXVI Giornata mondiale del malato del 26 novembre 2017 (Mater Ecclesiae: «”Ecco tuo figlio … Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé …»).

Messaggi profondi, testi interessanti e fecondi di belle parole, che alla luce di questa circostanza particolare hanno acquistato uno spessore ben più profondo. Infatti, fin da subito, non sono più rimaste solo belle parole, si sono trasformate, per me, nel contraccolpo di un Avvenimento presente, in una testimonianza viva di un Amore capace di conquistarmi, di ridestarmi.

Riporto un piccolo estratto: “Alla luce della morte e risurrezione di Cristo la malattia non appare più come evento esclusivamente negativo: essa è piuttosto come una ‘visita di Dio’, come un’occasione per sprigionare amore, per far nascere opere di amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella civiltà dell’amore” (Salvifici Doloris, 30).

Non è possibile affermare una cosa così se in primis non la si è vista all’opera e non la si è vista nel presente: oggi, come ieri, abbiamo bisogno di testimoni come Niccolò per illuminare e accompagnare il nostro cammino, la nostra strada.

Sabato mattina, alle 11, vado a dare un ultimo saluto a Nicco, alla Basilica della Santissima Annunziata, non potendo partecipare nel pomeriggio ai funerali. E’ il mio sabato mattina con la piccola Nina, mia figlia. Mi accingevo a fare il solito giro di giostre, bar e shopping in centro, quando in lontananza intravedo Angelo, il padre di Nicco. La timidezza, in questi frangenti, di solito mi frena, ma decido di avvicinarmi. E’ lì solo, sta rispondendo ai giornalisti, che negli ultimi giorni ci hanno “marciato” puntando il dito sui problemi della caduta dalla carrozzina rimasta incastrata in una buca, della sicurezza, della disabilità. Ci abbracciamo, lui mi stringe forte, ma forse sono io ad aver bisogno del suo abbraccio più di quanto lui abbia bisogno del mio.

Quell’abbraccio mi ha fatto intuire, nel cuore e a pelle, che non può bastarmi parlare, sempre e solo, di cambiamenti, di riforme del Sistema sanitario nazionale, di nuove medicine o tecniche di guarigione, di figure sanitarie da rinnovare, di processi nuovi nella sanità, di formazione e ricerca. Perché ci saranno sempre disparità, ci saranno sempre innovazioni che andranno avanti, ma potrà sempre capitare che noi, magari, resteremo indietro.

Che cosa, allora, può realmente fare la differenza? Il fatto – concreto, reale, presente, incontrabile, sperimentabile – che ci saranno sempre persone – siano essi familiari, parenti, infermieri, medici, operatori, tecnici, politici – che continueranno a guardare e ad accompagnare le persone malate con uno sguardo amorevole, con una cura appassionata, con una carica di speranza.

Sì, ha ragione Nicco: “Tutto è grazia!”. Perché noi che viviamo ogni giorno accanto a persone malate avremo sempre una grande possibilità: guardare, stare vicino e abbracciare, ogni giorno, testimoni capaci di ridestarci dall’indifferenza, dalla stanca routine, dal torpore con cui affrontiamo il quotidiano che ci è dato di vivere. E lasciandoci a nostra volta abbracciare, potremo essere anche noi testimoni di uno sguardo diverso.

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