Mercato globale e delocalizzazioni, la “sbornia” è finita

- Alfredo Mariotti

Lo scoppio della pandemia ha reso evidenti le distorsioni delle delocalizzazioni produttive. Ora è necessario e strategico procedere al reshoring

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(LaPresse)

Esattamente come venti anni fa il termine che più andava diffondendosi tra gli attori del mondo economico e industriale era globalizzazione, oggi la parola che più fa capolino sui tavoli di lavoro di chi si occupa di produzione e manifattura è reshoring. È anche oggetto di provvedimenti governativi, come il discusso decreto anti-delocalizzazione delle imprese.

Sì, perché, probabilmente dopo la “sbornia” di inizio secolo, le imprese, non tutte intendiamoci, e i settori, non tutti ovviamente, stanno progressivamente ripensando le scelte strategiche messe in atto nel primo ventennio quando mercato globale e delocalizzazione produttiva sembravano andare a braccetto. In realtà, il fenomeno cui stiamo oggi assistendo – e che si concretizza nel rientro delle produzioni nei Paesi a economia matura – ha preso avvio già da qualche tempo, ben prima della pandemia, negli Stati Uniti così come in Europa e in Asia.

L’Amministrazione Obama, fin dal 2011, ha introdotto il programma Select Usa, per promuovere la collaborazione tra imprese ed entità pubbliche volta a incoraggiare gli investimenti all’interno degli Stati Uniti; iniziative simili sono state intraprese in Francia, Regno Unito, Corea del Sud e Giappone, tra gli altri.

Obiettivo dell’intervento da parte dei Sistema-Paese dei singoli Stati era incoraggiare le aziende a riportare in patria investimenti e impianti di produzione così da ridurre il problema della perdita di occupazione e da porre parziale rimedio al fenomeno della dipendenza da Paesi terzi per numerosi ambiti produttivi alcuni dei quali, tra l’altro, strategici per le stesse economie, come poi l’emergenza sanitaria ha messo in luce.

Guardando all’Italia, l’aver scoperto improvvisamente che non erano disponibili presidi medico chirurgici – come mascherine, camici, tamponi e poi vaccini – ha creato nella popolazione un senso di smarrimento e incredulità: mai era capitato dal dopoguerra che il Paese si ritrovasse privato di beni che, nello spazio di una settimana, erano tra l’altro divenuti indispensabili.

In realtà questa situazione surreale in un momento davvero drammatico per il nostro Paese, così per tutte le economie occidentali, rappresentava soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno che la crisi sanitaria ha innescato mostrando le distorsioni della “vecchia globalizzazione” e delle delocalizzazioni produttive. Al punto che – tra gli altri – lo stesso commissario europeo per gli Affari economici e Monetari, Paolo Gentiloni è intervenuto segnalando la necessità di riportare nel Vecchio continente una serie di produzioni così da consolidare le filiere manifatturiere che contraddistinguono il made in Europe, filiere che hanno subito pesanti ritardi proprio a causa della pandemia e del conseguente blocco della mobilità di merci e persone.

D’altra parte, i “buchi” nelle supply chain non sono più legati, soltanto, all’emergenza sanitaria, bensì all’organizzazione delle filiere che hanno, in alcuni Paesi asiatici, l’esclusivo luogo di alcune produzioni. È il caso dei microchip, la cui manifattura è localizzata in alcuni (pochi) Paesi, tra cui Taiwan. Indispensabili per il funzionamento di tutti i prodotti tecnologicamente avanzati – dai telefonini alle automobili, fino ad arrivare alle macchine utensili – questi componenti scarseggiano creando non pochi problemi a numerosi settori utilizzatori.

L’automotive, per esempio, ha visto il fermo di alcune produzioni in attesa della fornitura di questi piccoli componenti strategici e purtroppo oggi è crescente il timore che questo problema si presenti anche nel settore dei sistemi di produzione rappresentato da UCIMU-SISTEMI PER PRODURRE, l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot e automazione.

In questo senso si comprendono le richieste della Germania perché l’Unione europea inizi quanto prima a investire nel settore della produzione di microchip, così come sta pensando di fare l’Amministrazione Americana.

D’altro canto, dal punto di vista delle singole imprese, molti dei vantaggi attesi dalle delocalizzazioni si sono rivelati meno importanti o meno duraturi del previsto, mentre sono emersi molti problemi inattesi. Il risparmio sul costo del lavoro, evidente agli inizi del 2000, è stato via via eroso dall’aumento delle retribuzioni che è ora in atto nei Paesi emergenti, dall’incremento degli altri costi, dalla stessa Industria 4.0 che pone enfasi su competenze, digitalizzazione, automazione e molto meno sul lavoro a bassa qualifica.

Altri temi critici che la rilocalizzazione permette di affrontare al meglio sono il controllo della qualità dei prodotti e quella parte di innovazione che è resa possibile dalla vicinanza tra le attività di progettazione e sviluppo e quelle di produzione, forse difficile da misurare ma che è ben presente agli occhi degli imprenditori.

Proprio il tema del mantenimento di un elevato standard qualitativo unito a quello dello sviluppo continuo dell’innovazione secondo le esigenze del cliente, per una produzione sartoriale, hanno tenuto alla larga le imprese italiane costruttrici di macchine utensili, robot e automazione dalla scelta di delocalizzare anche solo parte della produzione.

Dobbiamo infatti ricordare che le imprese italiane, che sono di taglia spesso ridotta per realizzare Investimenti Diretti all’Estero (IDE), vivono un rapporto strettissimo con la subfornitura, con i clienti, con i centri di ricerca, in una parola con il territorio.

Nel caso di UCIMU, i pochi casi di delocalizzazione che riguardano il settore sono sempre stati motivati dalla volontà di avere sedi produttive in mercati decisamente interessanti ma non presidiabili da distante. In alcuni casi, infatti, la presenza di dazi elevati o la richiesta di prezzi insostenibili con i costi europei hanno obbligato, di fatto, le imprese del Vecchio continente a effettuare investimenti diretti nei Paesi emergenti: si è trattato di investimenti complementari e non sostitutivi di quelli nel Paese di origine, pensati per lo più per soddisfare la domanda locale.

Purtroppo però, come si diceva poc’anzi, nonostante il grande sforzo nel mantenere tutta la produzione in Italia, le imprese del settore rischiano comunque di essere vittime del fenomeno della globalizzazione perché senza i microchip le macchine non sono finite e non possono essere consegnate… Una beffa, quasi.

Anche per questo auspico che il reshoring di queste produzioni e gli investimenti necessari per stabilire l’autonomia strategica dell’Europa siano avviati quanto prima.

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