Il bisogno dei ragazzi e una “nuova” domanda a cui rispondere

- Giorgio Cerati

Nell’affrontare il disagio dei ragazzi occorre coinvolgere tutti, integrare e non separare l’offerta, non temere la collaborazione del privato sociale con il pubblico

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(Pixabay)

Un professionista si sente interrogato da una coincidenza. “Tre figli di famiglie di amici che han tirato su ragazzi straordinari – dice – hanno ora problemi critici di salute mentale. Non si tratta di ragazzi un po’ più sensibili e complicati degli altri. Sono ragazzi imbrigliati nelle sostanze, sul filo della psicosi, o ricoverati dopo aver ingoiato due o tre scatole di psicofarmaci, oppure travolti da irrequietezza, impulsività e assenza di senso in un comportamento disorganizzato”.

Un’esperienza particolare che illumina questioni generali. La prima riguarda il cambiamento della forma dei disturbi psichici nei giovani (Ballantini), che presentano quadri atipici rispetto alle classificazioni note (psicosi, disturbi dell’umore o d’ansia) e spesso misti (disturbi di personalità, abuso di sostanze), che denotano tuttavia un’alterazione grave del funzionamento mentale, un importante carico di malattia pur non strutturata con le modalità classiche. Aspetti convergenti sono le disfunzioni psicologiche di base con la difficoltà nella regolazione di emozioni e sentimenti, il ruolo delle relazioni familiari ed educative, l’influsso dei fattori culturali comuni tra i giovani.

E’ un mosaico di componenti che si fa fatica a decifrare e ad affrontare con una strategia sensata. Qui entra il secondo aspetto: come intervenire cercando di ascoltare, di comprendere, di intuire una direzione e, con umiltà e tenacia, di ricucire i fili di un intervento utile?

“L’evidenza del cambiamento dei quadri clinici in giovani e adolescenti, le caratteristiche e i fattori correlati, le cure possibili”: ecco la questione affrontata nel primo dei quattro seminari del webinar Il disagio adolescenziale e giovanile oggi, tra cambiamento d’epoca e pandemia.

Iniziare a riflettere sul disagio delle giovani generazioni significa considerare il cambiamento della domanda, ma anche l’aumento esponenziale delle espressioni di malessere che si sta verificando da oltre 10 anni ed esploso con massima evidenza in concomitanza con le restrizioni della vita sociale imposte dall’emergenza Covid. A conferma delle gravi ricadute psicosociali della pandemia, diverse fonti segnalano l’allarme sulle sofferenze dei ragazzi al tempo del lockdown, legate alla maggiore vulnerabilità di questa popolazione, alla maggiore esposizione ai media e internet, alla minor efficacia delle “difese” personali e relazionali.

Gli adolescenti sono particolarmente colpiti: infatti i disturbi mentali esordiscono in gran parte proprio nell’adolescenza (Percudani) e nel 75% dei casi prima dei 24 anni. Si pensi che il suicidio rappresenta la seconda causa di morte nella fascia d’età 15-29 anni (la prima sono gli incidenti stradali, altro dato non indifferente).

La diminuzione dell’età di insorgenza dei disturbi sottolinea l’importanza di interventi precoci che sappiano tempestivamente riconoscerli, curarli e contenere il possibile progredire dei fenomeni. A partire dalle prime esperienze di “early intervention” (Monzani), si stanno sviluppando indirizzi internazionali che vanno verso una prospettiva preventiva anche nel campo della salute mentale, così come è stato ad esempio per l’oncologia. Gli interventi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria prevedono azioni di sensibilizzazione e formazione, interventi mirati sui casi a rischio (per esempio, situazioni familiari, migrazione, Neet), progetti specifici per le giovani generazioni.

I presupposti scientifici e le buone pratiche hanno prodotto linee guida per i programmi di prevenzione e intervento precoce, che cambiano il tempo, il luogo e il modo dell’intervento, in quanto occorre: agire tempestivamente in un’ottica preventiva, superando separazioni (Npia, Serd, Psichiatria, Psicologia) e considerando la persona nella sua continuità di esperienze e di relazioni; in sedi con soglie di accesso molto basse, non stigmatizzanti, accoglienti e più accettabili dai giovani; con pratiche credibili, convincenti e consapevolmente basate sulle conoscenze.

La multidisciplinarietà, l’integrazione delle competenze e delle funzioni, la personalizzazione degli interventi sulla base dei bisogni di ognuno, il lavoro di rete nel territorio con il coinvolgimento della comunità (coalizione comunitaria) sono altre delle condizioni essenziali per dar vita a nuovi modelli di lavoro che siano una sfida positiva ai servizi organizzati in modo rigido e impermeabile.

La necessità di servizi dedicati ai giovani comporta non solo coraggiose scelte programmatiche, ma soprattutto un cambiamento culturale che focalizzi la condizione giovanile come emergenza.

Questa, infatti, è la generazione della famiglia affettiva che ha sostituito la famiglia normativa e della prevalenza della funzione materna accudente sulla funzione paterna emancipatoria (Miscioscia). I ragazzi non sono allenati alla responsabilità, né alla ricerca dei valori e del senso della vita, attorniati da un sociale crudele che spaccia illusioni e li induce a rivolgersi alle parti narcisistiche di sé. Edonisti e iperconnessi al virtuale, si ritrovano però sconnessi dalla realtà e soprattutto schiacciati dalla frustrazione e dalla vergogna per il mancato raggiungimento del successo sventolato dalla società.

Quali conseguenze? I fenomeni di ritiro sociale quali l’hikikomori nei maschi, il culto dell’immagine nei disturbi alimentari delle ragazze, i fenomeni di attacco al corpo o l’angoscia sproporzionata per i brufoli sul viso…: che cosa ci dicono, che bisogni sottendono, come possono essere condivisi, valutati, affrontati? Aiutare il/la giovane a verbalizzare il disagio? Intervenire in équipe con strategie multisistemiche (famiglia) o multimodali (varie proposte di intervento)? Come evitare l’aggravamento del disagio e la cronicizzazione del disturbo, la psichiatrizzazione e lo stigma? Reinventare centri, luoghi esperienziali voluti dai ragazzi stessi ove operare insieme (Speltoni)? Curare le reti di sostegno nel territorio (Impellizzeri)? Lavorare a rivalutare una figura di adulto-padre che sappia appassionarsi e appassionare i ragazzi alla crescita, spesso bloccata verso un futuro incerto (Martini) o ingombrato da fantasie onnipotenti, e parlare con i giovani, che ancora guardano con aspettativa agli adulti?

Nuovi servizi dedicati ai giovani presuppongono un cambiamento di mentalità: occorre coinvolgere tutti, integrare e non separare l’offerta, non temere la collaborazione del privato sociale con il pubblico, investire in formazione. Per questo, proseguendo il corso, poniamo la questione del disagio giovanile e adolescenziale in termini interdisciplinari, di ampio respiro, per favorire sia la conoscenza che la presa di coscienza del problema e per individuare le risposte mobilitando i soggetti della comunità non solo sanitaria, ma educativa, civile, politica, della cultura e dei media.

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