ALDO GASTALDI “BISAGNO” BEATO/ Primo partigiano d’Italia, morto nel mistero

- Paolo Vites

Il partigiano Aldo Gastaldi, detto Bisagno, sarà fatto beato: la sua storia e la morte nel mistero durante la Resistenza

aldo bagnasco bisagno
Aldo Bagnasco "Bisagno"

Una storia straordinaria quella di Aldo Gastaldi, detto “Bisagno”, una storia nascosta, falsificata, tipica di quel momento storico terribile che fu la guerra di liberazione italiana dopo la caduta del fascismo. Considerato “primo partigiano d’Italia”, per la sua fede cattolica non è mai stato ricordato come merita dalle associazioni partigiane, e la sua morte è ancora oggi avvolta nel mistero. Quando si parla infatti di guerra partigiana, non si dice mai o quasi che tra queste milizie figuravano, oltre a quelle comuniste, anche quelle cattoliche, monarchiche, liberali, contro le quali al termine della guerra spesso si fece una resa dei conti, eliminando molti di loro, anche sacerdoti che avevano aiutato e sostenuto i partigiani. Adesso la notizia che il cardinale Angelo Gastaldi ha avviato la causa di canonizzazione del partigiano, e sarà dunque beato. Nel suo editto si chiede di “comunicare direttamente o a far pervenire al Tribunale Ecclesiastico Diocesano tutte quelle notizie dalle quali si possano in qualche modo arguire elementi favorevoli o contrari alla fama di santità del Servo di Dio”. Nato a Genova nel 1921, ufficiale dell’esercito italiano, fu il primo a prendere la via dei monti nell’inverno del 1943 per combattere i nazi fascisti dando vita alla Divisione Cichero. Di famiglia cattolica, nel 1941 fu chiamato sotto alle armi e prese servizio come sottotenente del Genio nella città ligure di Chiavari. Dopo l’8 settembre 1943 nei pressi di Cichero, una frazione di San Colombano Certenoli sulle pendici del Monte Ramaceto, nell’inverno del 1943, diede il via – insieme con altri compagni – al primo nucleo di quella che da lì a qualche mese sarebbe diventata la Divisione Cichero, la più famosa e temuta operante nella zona. Amatissimo dai suoi uomini in maggioranza comunisti, si impegnò per porre fine alla resa dei conti tra comunisti e partigiani indipendenti. Per salvaguardare la vita di alcuni suoi partigiani, ex alpini originari del Veneto e della Lombardia, li accompagnò personalmente a casa. Come riportato dal “Dizionario della Resistenza”(Einaudi, 2001) e dal “Dizionario della Resistenza in Liguria” di Gimelli e Battifora (De Ferrari, 2008), “Bisagno” era decisamente critico nei confronti del partitismo, poiché esso avrebbe potuto “[….]incrinare la lotta partigiana[…]. “Noi non abbiamo un partito, noi non lottiamo per avere un domani un cadreghino, vogliamo bene alle nostre case, vogliamo bene al nostro suolo e non vogliamo che questo sia calpestato dallo straniero, dobbiamo agire nella massima giustizia e liberi da prevenzioni”. Bisagno, uomo dotato di forte personalità e carisma scriveva all’età di 21 anni: Continuerò a gridare ogniqualvolta si vogliano fare ingiustizie e griderò contro chiunque, anche se il mio grido dovesse causarmi disgrazie o altro”.

LA MORTE MAI SPIEGATA

Morì cadendo dal tetto della cabina del mezzo su cui stava viaggiando il 21 maggio 1945 mentre accompagnava a casa gli alpini del Battaglione Vestone. Della sua morte misteriosa parlò Gianpaolo Pansa, anche se non si è mai arrivati a prove concrete sulla sua morte. Per lui, comunque, riportano testimonianze dirette “qualunque dei suoi uomini avrebbe dato la vita”. Purtroppo la fine della guerra contro i nazifascisti aveva scatenato le forze comuniste che cercavano di prendere il potere assoluto in Italia. Diceva Bagnasco: “Quelli come Miro e Attilio vogliono prendersi per intero il potere in Italia. E consegnare il nostro Paese ai sovietici perché ne facciano la provincia occidentale dell’impero di Stalin. Dovremmo rompere subito con loro. Ma questo servirebbe soltanto a spaccare le unità partigiane. E non possiamo farlo per rispetto dei tanti ragazzi che abbiamo portato a morire”. Bisagno sapeva che i partigiani comunisti lo volevano morto, dicono altre testimonianze. Stava infatti lottando contro la trasformazione delle milizie partigiane in unità politiche del partito comunista. Mentre stava tornando da Riva del Garda, quel 21 maggio 1945 così venne raccontato, decise di salire sul tettuccio della cabina dell’autocarro. Una decisione assurda e inspiegabile per un comandante esperto qual era lui. Nei pressi di Desenzano del Garda, il veicolo fu costretto a una brusca sterzata per evitare una colonna di prigionieri tedeschi sbucata all’improvviso sulla statale. Il comandante della Cichero venne sbalzato dal tettuccio e finì sotto le ruote posteriori del veicolo, che lo schiacciarono. Morì quasi subito all’ospedale di Desenzano. In settembre avrebbe compiuto ventiquattro anni. Era stata davvero una disgrazia imprevedibile, come dichiararono sempre i partigiani che stavano con lui in quel viaggio? Oppure l’incidente nascondeva un delitto? Ancora oggi a Genova c’è chi sostiene la tesi dell’assassinio.



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