ALLARME COMMERCIO/ Resca (Confimprese): un negozio su 3 rischia di non riaprire più

- int. Mario Resca

Il monito del presidente di Confimprese Mario Resca, che sollecita interventi di sostegno. A partire dai ristori e dalla controversa questione degli affitti

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Mario Resca

Consumi in picchiata, fatturati in profondo rosso. Il commercio paga al Covid-19 un prezzo altissimo. E la fine del tunnel non sembra vicina. Non lascia spazio a facili ottimismi l’analisi di Mario Resca, presidente di Confimprese, l’associazione che dal 1999 lavora a fianco delle aziende impegnate nel commercio e che rappresenta 350 marchi commerciali, 40.000 punti di vendita e 700.000 addetti. 

Qual è il bilancio del 2020 per il commercio?

L’impatto che l’emergenza epidemiologica in corso ha avuto sul retail è sotto gli occhi di tutti ed è a dir poco devastante. L’Osservatorio permanente sui consumi Confimprese-EY evidenzia un trend del -46,6% a dicembre e un calo relativo all’intero 2020 del -38,9% rispetto al 2019. L’ultimo mese del 2020 è stato dunque il peggior dicembre in termini di scostamento dal 1973, anno della crisi del petrolio: una flessione così non si era mai vista negli ultimi 45 anni. A ciò si aggiungono gli effetti prodotti dalle restrizioni rese necessarie dalla ripresa della pandemia e introdotte con i Dpcm del 3 novembre e del 3 dicembre scorsi sia in riferimento alle zone rosse che alla chiusura dei centri commerciali nelle giornate festive e prefestive. Centri commerciali che, insieme agli outlet, hanno visto crollare le vendite per effetto del protrarsi delle restrizioni che li obbligano alla chiusura nel weekend, con simmetrico aumento di traffico e assembramenti nei centri città. Un effetto negativo che si è registrato sull’aggregato di dicembre, fermo a -54,7%, e sulla chiusura dell’anno, penalizzata da un -41,1%. 

Quali sono, più in dettaglio, i numeri della ristorazione?

È il settore che ha riportato le ferite più gravi nell’anno appena concluso e paga il prezzo più alto dovuto all’effetto boomerang delle chiusure dei centri commerciali nel weekend e degli orari ridotti dei negozi. Un andamento disastroso la relega a maglia nera dell’intero comparto retail sia in dicembre (-66,8%), sia su base annua (-46,8%). 

Alla luce di questo scenario, quali sono le urgenze su cui intervenire? E quali richieste Confimprese rivolge a Governo e autorità?

Confimprese ha supportato e difeso gli interessi della categoria durante tutto il 2020 con interpelli alle istituzioni per scongiurare gli effetti disastrosi che l’emergenza Covid-19 ha causato al retail, un settore che vale 445 miliardi di euro e che impiega 3,4 milioni di addetti. Un settore che è dunque un motore dell’economia e un decisivo serbatoio occupazionale. Ma che è in ginocchio: un negozio su 3 rischia di non riaprire più le saracinesche nell’anno in corso. A inizio gennaio Confimprese insieme alle 5 principali associazioni del settore (Confcommercio, Federdistribuzione, Cncc, Ancc-Coop e Ancd-Conad) ha diramato una nota congiunta rivolta al Governo per sottolineare la grave situazione in cui si trova il commercio al dettaglio dei cosiddetti beni non essenziali, fortemente penalizzato sia dai severi provvedimenti adottati dall’inizio della pandemia, sia dall’inadeguatezza delle misure di sostegno varate rispetto alla necessità e all’urgenza di assicurare adeguato ristoro delle perdite subìte e dei costi sopportati in ragione dell’emergenza Covid-19. La gelata dei consumi preannuncia infatti pesantissimi effetti sui bilanci delle aziende del settore con conseguenti presumibili ricadute su occupazione e investimenti. E le indicazioni sui primi 10 giorni di gennaio, con una flessione di traffico nei centri commerciali intorno al -50%, non danno segnali di miglioramento nel breve periodo. C’è poi il capitolo affitti, spina nel fianco delle imprese retail. 

Cosa si dovrebbe fare su questo fronte?

Si rendono sempre più necessari e urgenti interventi di supporto al settore con particolare riferimento alle locazioni che, davanti a cali di fatturato di forte entità, non possono e non devono rimanere un costo fisso che rischia di travolgere anche aziende sane e con opportunità di crescita e occupazione nel medio periodo. Gli operatori hanno beneficiato con il Decreto Ristori del credito d’imposta per canoni di locazione e affitto di ramo d’azienda anche per gli ultimi mesi dell’anno, ma è si tratta di una misura del tutto insufficiente a compensare la chiusura nelle zone rosse e dei centri commerciali nei festivi e prefestivi su tutto il territorio nazionale che continua, oltre il periodo natalizio. La logica di canone fisso e variabile andrà rivista, sarà necessario un confronto tra le parti per trovare soluzioni win-win. 

Quali sono le previsioni per i prossimi mesi sull’andamento del commercio?

Purtroppo lo scenario sopra descritto non fa presagire nulla di buono. Non abbiamo la sfera di cristallo, ma c’è la percezione di un malessere tra gli operatori che sta aumentando sempre più. I ristori arrivano poco e male, e i consumi bloccati sono indice di una situazione economica difficile. Non dimentichiamo, inoltre, che a gravare sul nostro settore vi è anche la drammatica crisi del travel, che ha perso quasi il 60% su base annua e al momento non ha alcuna possibilità di recupero. La desertificazione di aeroporti e stazioni per effetto della mancanza del turismo straniero e dell’indotto nel commercio, nei bar e ristoranti si riflette sull’intera filiera. Nell’emergenza si sono poi accelerati cambiamenti significativi nei comportamenti di consumo degli italiani, che sono diventati più sfuggenti e infedeli, cambiano negozi o brand di riferimento, gestiscono diversamente la spesa prediligendo l’online. Vi è inoltre da considerare il diffuso peggioramento della condizione economica dei consumatori. 

Avete dati su questo?

Secondo le rilevazioni di Innovation Team-Cerved per Confimprese, gli italiani segnalano una situazione difficile e in continuo peggioramento: da settembre a oggi, la quota di coloro che hanno subìto una riduzione significativa del reddito è aumentata di oltre 8,3 punti arrivando a riguardare il 67,2% delle famiglie. I più colpiti sono i lavoratori autonomi, i mono-genitori, i redditi bassi. A farne le spese maggiori sono poi i residenti nelle metropoli, tutti colpiti dalla chiusura di attività considerate non essenziali. La ricerca ci mostra insomma un Paese caratterizzato da famiglie economicamente in difficoltà, con forti preoccupazioni per il futuro. L’esigenza di contenere le spese e le complessità derivanti dalle restrizioni in atto fanno sì che buona parte degli italiani preveda di ridurre anche le spese considerate superflue, con effetti decisamente negativi sul retail. In questa situazione l’online, e Amazon in particolare, diventa il canale di riferimento rispetto ai punti di vendita fisici. Certo, c’è anche voglia di normalità. Il ritorno nei negozi e negli uffici è in cima alla lista dei desideri della metà degli italiani che, tuttavia, per andare al bar e al ristorante, incontrare gli amici, frequentare la palestra e viaggiare, dichiarano di voler attendere il 2022.

(Manuela Falchero)

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