ANDREOTTI/ Da De Gasperi al “Popolo”, un protagonista nell’Italia in macerie

- Pierluigi Castagneto

Nel centenario della nascita di Giulio Andreotti (1919-2013), l’articolo ripercorre le origini del suo impegno politico nell’Italia distrutta dalla guerra

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1959, delegazione italiana al congresso ministeriale della Nato: (da sin.) Fernando Tambroni, Giuseppe Pella, Giulio Andreotti (LaPresse)

L’Italia è in guerra, occupata dai nazifascisti al nord e dagli angloamericani al centro-sud e Roma è stata appena liberata. Un giovane romano, laureato in giurisprudenza, già da alcuni anni presidente della Fuci, inizia a dedicarsi alla politica attiva all’ombra di un vecchio politico popolare che ha preso la leadership della neonata Democrazia Cristiana. È stato raccontato molte volte l’incontro tra Alcide De Gasperi e Giulio Andreotti, in una sala della Biblioteca Vaticana, dove il primo lavorava, dopo essere stato accolto per proteggerlo dalle angherie fasciste, e il secondo studiava per preparare la tesi. Un incontro risalente al 1940, un po’ rude per la verità, sulle note contrastanti di un “non ha studi più seri e più utili cui dedicarsi” (nello specifico era un libro sulla marineria pontificia) e la risposta piccata, “ho bisogno di questo libro”, con il mal celato pensiero “ma di che s’impiccia”?

Il tête-à-tête però aveva a che fare con il destino dei due personaggi e di molti altri, di una nazione intera, per cui gli screzi tra l’austero uomo trentino, nato sotto l’Impero austroungarico, e il giovane romano papalino non ebbero conseguenze negative.

Quel giovane laureatosi nel novembre 1941 diviene l’anno dopo presidente della Federazione degli Universitari Cattolici, succedendo ad Aldo Moro, un altro giovane destinato a fare strada.

Il secondo incontro con De Gasperi, in casa di Giuseppe Spataro, porta frutto. Andreotti viene introdotto in una cerchia di intellettuali e politici che discutono sul futuro dell’Italia, mentre il fascismo sta arrivando al collasso. I contatti sono con la vecchia classe politica del Partito Popolare, tra cui Ezio Vanoni, Pasquale Saraceno, Mario Scelba, Paolo Emilio Taviani e Giovanni  Gronchi, solo per citare i più noti. Nel frattempo scrive su Azione Fucina e dal 1943 approda al giornalismo con Guido Gonella su Il Popolo. Il foglio esce clandestino dall’ottobre 1943 ed è molto probabile che lo pseudonimo “Uno del 19” sia proprio di Giulietto, diminutivo con cui era conosciuto alla Fuci.

Gli incontri si intensificano e il giovane laureato entra nella cerchia ristretta del capo indiscusso dei nuovi cattolici che si occupano di politica e del futuro della nazione. Andreotti è la persona giusta, sponsorizzato da monsignor Montini,  per entrare nel “think thank” che sta elaborando la nascita della Repubblica. In lui De Gasperi vede tenacia, capacità di mediazione, ma soprattutto abilità nelle relazioni, affidabilità ed empatia anche con persone distanti dal punto di vista politico. E così il giovane Giulio diviene segretario del leader e per questo testimone diretto, dopo la liberazione di Roma, del biennio 1944-45.

Un libro, non molto noto, che mette anche in risalto una seconda qualità del personaggio, quella di narratore dei fatti storico-politici e che sarà foriera di grandi successi editoriali, racconta, con dovizia di particolari, la nuova Italia democratica. In Concerto a sei voci. Roma 1944-1945: i primi governi dell’Italia Liberata, scritto nel 1945, Andreotti trae dai suoi appunti in presa diretta il percorso e il contesto politico dei governi Bonomi e Parri. Ci sono Nenni, Togliatti, lo stesso De Gasperi, ma anche Brosio e Croce per i liberali, Ruini per i Democratici del Lavoro e ancora Pertini, Romita e Saragat per i socialisti, La Malfa, Lussu per il Partito d’azione. Sono i tempi in cui, mentre le forze angloamericane completano l’occupazione della penisola cacciando verso Nord i nazifascisti, Umberto I opera come Luogotenente generale del Regno, oltre la Linea gotica il Comitato di liberazione nazionale alta Italia (Clnai) coordina la resistenza e, dopo la fine delle ostilità, inizia a spirare il cosiddetto “vento del Nord”. 

Nel 1944 Andreotti lascia la Fuci ed entra a tempo pieno nel giornalismo politico come redattore del Popolo. De Gasperi dopo il congresso di Napoli lo vuole come delegato nazionale dei giovani democristiani. È qui che nascono le amicizie con Nobili, Dall’Oglio ed Evangelisti, le vivaci discussioni con Donat-Cattin, Gianni Baget Bozzo, Giovanni Galloni e la rottura con il gruppo della sinistra cattolica di Franco Rodano, Adriano Ossicini, Luciano Barca e Silvia Pintor, che poi entreranno nel Pci. Tre anni di duro lavoro politico, per indirizzare, arginare gli estremi, aprire relazioni con esponenti del cattolicesimo democratico giovanile di altre Regioni italiane.

Dare consistenza e prospettiva politica ai giovani democristiani è per De Gasperi una priorità, anche per il confronto con le organizzazioni degli altri partiti popolari e di massa. Il serbatoio umano a cui attingere sono le organizzazioni cattoliche dell’Azione Cattolica e della Fuci, le cui frequentazioni romane di qualche anno prima tornano molto utili. I rapporti con Dossetti e il gruppo dell’Università Cattolica di Milano sono gestiti direttamente da De Gasperi, anche perché Dossetti, Fanfani e Lazzati non sono degli sbarbatelli, ma professori formati da padre Gemelli, con contributi di primo piano nella Costituente.

La distinzione tra giovani e vecchi con questi “milanesi” si ribalta e Andreotti viene annoverato tra gli anziani, in quanto legato al gruppo dirigente del partito. Più volte De Gasperi inviterà, come testimonia Andreotti, questi giovani intellettuali a “venire alla stanga” per provare la fatica e la concretezza del lavoro politico.

(1 – continua)

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