ANNI 70/ Bignami: fare la rivoluzione, pagare il “conto” e dire addio

- Giampiero Bianchi

Nel suo ultimo lavoro, “Addio rivoluzione”, Maurice Bignami racconta, da ex protagonista, vent’anni di storia italiana. Senza nostalgie, con il distacco di chi ha cambiato idea

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Scontri a Bologna nel '77 (Foto dal web)
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C’è un errore che accompagna la storia della sinistra italiana ed europea e che ha segnato a fondo le vicende di un’intera generazione di giovani militanti che, negli anni 70 passarono dalla contestazione globale al ribellismo diffuso e violento arrivando infine alla lotta armata e al terrorismo: è l’idea di “Rivoluzione”, e cioè l’idea che un atto violento e fuori dalle regole risolva in breve tempo tutte le contraddizioni, faccia piena giustizia, punisca gli oppressori e liberi gli oppressi realizzando così, manu militari, l’ideale di un mondo nuovo e migliore. Si tratta, invece, di un’idea ingannatrice e pericolosa con conseguenze spesso tragiche, come è accaduto, appunto, nell’Italia del lungo decennio di piombo, in particolare nel suo mondo giovanile.

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Questo in sostanza il filo rosso che lega l’ultimo libro – un’autobiografia personale e generazionale – di Maurice Bignami (Addio rivoluzione. Requiem per gli anni Settanta, Rubbettino 2020) militante e dirigente di Potere operaio, dell’Autonomia organizzata e infine comandante militare di Prima linea, l’organizzazione terroristica più diffusa, capillare e determinata (anche se meno mediatica e perciò meno conosciuta delle Brigate rosse) presente nel vasto arcipelago dell’estrema sinistra italiana. Ma Maurice è stato anche l’uomo che, nei lunghi anni del carcere, guidò un folto gruppo di ex terroristi ad un coraggioso dialogo con gli uomini delle istituzioni, prima dissociandosi dai fini e metodi della lotta armata e poi arrivando, attraverso un travagliato percorso personale e collettivo, ben descritto nel libro, all’abiura (come ama definirla) dell’idea stessa di Rivoluzione, nella piena riscoperta di valori come democrazia, libertà e dignità della persona e dei gruppi, importanza del pluralismo, economia sociale di mercato.

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Non è però un compito facile quello che l’autore tenta con la sua sincera, appassionata e documentata biografia, politica ed umana assieme: pur essendo infatti passati molti anni, non esiste ancora su quel “ventennio” – dagli anni 60 all’inizio degli anni 80 – una storiografia consolidata e condivisa, soprattutto rigorosa e lontana da colpi ad effetto, fantasie giornalistiche, ricerca di eclatanti e originali scoperte, di trame misteriose internazionali e italiane… È prevalso cioè il voler chiudere in fretta, ci disse Gabriele De Rosa ad un convegno di fine anni 90: sono infatti “pagine che, ancor oggi, sono ricordate con disagio, come se ancora celassero fantasmi, paure, cattive coscienze, insistite e ancora poco o nulla scavate”.   

Maurice non è uno storico né ambisce a farlo, ma da sincero testimone ci pone domande da non sottovalutare. Anzitutto la dimensione della vicenda: non ci furono come dice oggi la vulgata sui mass media, alcuni marziani che, sbarcati improvvisamente in Italia, cominciarono a sparare: erano tanti, decine forse centinaia di migliaia i giovani che parteciparono, se non direttamente e a tempo pieno, a quei fatti, condividendo l’illegalità diffusa e la violenza politica, vittime e carnefici assieme di un mondo che volevano cambiare; erano poi tutti giovani italiani, figli della nostra storia e delle sue contraddizioni, senza negare le tante ingerenze nel nostro Paese, frontiera della Guerra fredda, dei servizi e delle intelligence straniere, di tutti i tipi e colore… ma si trattò, anzitutto, di un fenomeno tutto nostro e il negarlo è un alibi. Infine la cronologia, quando Bignami afferma che guardare al solo periodo finale della lotta armata e clandestina (i due/tre anni finali) non ci fa capire nulla di cosa è effettivamente successo: occorre la “storia di lungo periodo” come direbbe Braudel. Oppure più semplicemente la Storia tout court e non la cronaca.

Maurice non affronta però, e del resto non è suo compito, domande cruciali che vengono spontanee a leggere le sue pagine: perché erano così tanti? perché durò così a lungo (in Francia il 68 è durato un mese, in Germania e negli Usa un po’ di più, in Italia 20 anni e con strascichi ancora oggi pesanti)? perché poi solo in Italia e non altrove? infine perché una voglia così frettolosa di voltare pagina… con ogni famiglia politica che celebra ancor oggi la “propria” storia, senza neanche farsi interrogare dalla storia degli altri?

Una chiusura diversa è però necessaria. Il libro è anche, va ricordato, una auto-biografia: l’autore ripercorre infatti le grandi tappe (formative, politiche, amicali e sentimentali) della sua vita: dall’infanzia in Francia al complesso rapporto col padre ateo e comunista e con la madre e la nonna credenti, al ritorno da adolescente spaesato a Bologna, alla scoperta della controcultura e della musica beat e rock, ai rapporti con le ragazze e all’impegno militante a scuola e in università nella frequentazione di quei circoli e gruppi alternativi e libertari, alla sinistra del Pci, che lo porteranno ad essere un protagonista nelle lotte studentesche e operaie di fine anni 60.

Un racconto facile da leggere quindi (digressioni e spiegazioni, sempre puntuali e documentate, sono giustamente relegate nelle note a piè di pagina) e per tratti avvincente, sincero e senza autocensure: una fonte di tutto rispetto, direbbe il prof De Rosa, correttamente da affiancare dagli specialisti, ad altre fonti, orali e scritte, ma sempre ricordando, come ci disse lui che: “ (…) ripercorrere questa storia non è impresa che si possa assumere con puro sentimento di ricerca, con un senso accademico, di solo scrupolo erudito e archivistico. È una storia che ancor oggi non ci lascia tranquilli, molte delle sue domande non sono sciolte”. Grazie Maurice.

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