ARCIPELAGO NAPOLI/ “Dottò, la disoccupazione non esiste, esiste il disoccupato”

- Francesco Maria Capitanio

La sfida del mercato del lavoro nei nuovi scenari dell’epoca della posta pandemia possono essere vinte soprattutto se c’è un soggetto protagonista delle proprie scelte

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(LaPresse)

Qualche tempo fa mi stavo recando all’aeroporto di Capodichino per accogliere un carissimo amico proveniente da Milano. Era domenica, non avevamo una particolare fretta; poiché il prosieguo della giornata non prevedeva soste a Napoli, decidemmo di consumare il rito irrinunciabile della tazza di caffè direttamente in aeroporto. Seduti ad un tavolino, fummo serviti da un educatissimo e simpatico cameriere con il quale scambiammo anche qualche battuta. Dopo una lunga giornata in giro per la Campania, in serata riaccompagnai l’amico a Capodichino per il ritorno; poiché eravamo in rassicurante anticipo, decidemmo di consumare qualcosa. Stesso bar, stesso tavolino e, dopo oltre 12 ore, stesso cameriere con le stesse affabilità e simpatia del mattino.

Notammo la circostanza e, un po’ paternalisticamente, ci complimentammo con il solerte cameriere per averlo ritrovato dopo una giornata di lavoro con la medesima lena mattutina; il passo verso qualche un po’ banale considerazione sulla falsità di tanti luoghi comuni sul sud in merito al lavoro e alla piaga sociale della disoccupazione fu davvero breve, il tutto giustificato solo dalla stanchezza per la lunga lunga giornata che non consentiva analisi particolarmente acute a tarda sera. Il giovane cameriere, che mentre sbarazzava il tavolino aveva seguito la conversazione, con un sorriso di chi la sa lunga, intervenne esclamando: “Dottò, la disoccupazione non esiste, esiste il disoccupato!”.

Il senso dell’affermazione è facilmente intuibile: se ci si dà da fare, il lavoro non è una chimera ma una possibilità da perseguire e che si può vivere sempre con positività, come dimostrava la ancora piena disponibilità del nostro cameriere alla fine della sua lunga giornata lavorativa. Possibilità che deve essere cercata e colta. Detto poi da chi aveva lavorato almeno 12 ore ininterrottamente, il tutto assume una valenza che neanche un trattato.

La mirabile sintesi può contribuire, unitamente alle pure necessarie approfondite indagini sociologiche e statistiche, a spiegare alcune evidenti contraddizioni che il mercato del lavoro offre in maniera impietosa. Se è vero che il post pandemia nel nostro paese ha visto una platea di nuovi disoccupati stimata in circa 700.000, è pur vero che le imprese cercano duecentomila lavoratori, con varia specializzazione, da occupare.

Il mercato del lavoro, si sa, risponde a tantissime variabili, tant’è che una unica e definitiva soluzione ai problemi che di volta in volta emergono, è pura follia immaginarla. Tuttavia ci sono dei segnali che vengono dati dalla politica e poi raccolti dalla società che possono sicuramente “orientare” le decisioni di tanti. Per esempio, per quanto se ne dica, il reddito di cittadinanza può solo disincentivare posizioni “sane” come quelle del protagonista del nostro racconto.

Pur non disconoscendo la sua funzione di paracadute sociale che in qualche modo ha funzionato per le classi meno abbienti nel periodo critico del Covid-19 a causa delle sue chiusure, con ogni evidenza ha fallito (come era prevedibile) nei suoi obiettivi di potenziale volano dell’occupazione.

Inutile girarci intorno. Il mercato del lavoro è già stato rivoluzionato nell’epoca del post Covid e nessuno sa con sicurezza dove è direzionato e, soprattutto, quali saranno le conseguenze in termini di occupazione. I licenziamenti non potranno essere bloccati per sempre e il reddito di cittadinanza è del tutto inefficace per quanto riguarda i pretenziosi risvolti occupazionali.

Qualche indicazione tuttavia è facile coglierla; non ci vuole una cassandra per immaginare un impatto sempre più rilevante del digitale e della automazione, così come nuove skill saranno richieste dalla continua trasformazione del mondo del lavoro. In particolare, non ci si potrà più permettere il lusso di una distanza siderale tra le competenze offerte dalla scuola e dai suoi programmi con quelle richieste dal mercato del lavoro. Se solo si puntasse a colmare il gap tra domanda e offerta nel campo delle competenze digitali, l’intero sistema paese troverebbe un sicuro giovamento. Così come non bisogna avere doti profetiche per capire che tecnologia, trasformazione industriale e settore medico saranno i campi destinati a trainare l’offerta di lavoro e la conseguente domanda. Questo senza andare troppo lontano nel tempo e nello spazio; è stato calcolato che in Italia entro il 2023 (in pratica domani!) in Italia ci saranno da coprire 400mila posti di lavoro nella sanità e assistenza sociale, 200mila nel mondo dell’istruzione e 90mila nell’industria. Così come il tutto si giocherà in una sempre maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale e alla conciliazione tra vita e lavoro.

Le opportunità, a ben vedere non mancano e non mancheranno. Un tipo umano come il nostro cameriere non troverebbe difficoltà a coglierle. Peccato che gente così non si può formare per “decreto”; prima ancora, c’è bisogno di chi trasmetta passione, oltre che competenze, per quello che si fa; se questo non si crea in virtù di una legge, chi è preposto a farle quantomeno stia attento a non favorire processi in senso contrario, difficilmente reversibili.

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