ARCIPELAGO NAPOLI/ Quale ricompensa promessa a chi taglia la testa al nostro paese?

- Nicola Bombace

Vergognarsi di insegnare, vergognarsi della cultura: la pandemia ha riportato a galla l’essenziale di un lavoro da rivalutare

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Don Giussani scrive che “possiamo ricondurre tutta la gamma degli umani problemi a quattro grandi categorie fondamentali”: La cultura, l’amore, il lavoro, la politica.

“La categoria della cultura convoca nel suo orizzonte tutti i problemi connessi alla ricerca della verità e del senso della realtà. Tale categoria svela come l’uomo si concepisca davanti al proprio destino, perché è in base alla posizione che uno ha di fronte al proprio destino che mobilita e utilizza gli elementi della propria esistenza.” Splendida definizione: la mia posizione di fronte al destino! Questa è la cultura. C’è qualcosa di più interessante, nel senso etimologico del termine? In questo articolo intendo difendere gli insegnanti, difendere coloro che accompagnano il futuro a muoversi coraggiosamente nel presente, a non perdersi tra i fumi dell’ideologia dominante. A fare quell’esperienza essenziale alla vita affinché si riconosca la propria posizione davanti al destino. A mostrare che c’è un’alternativa alla proposta del mondo e che c’è una possibilità. Che ognuno possiede un talento e un modo, un luogo, un tempo per coltivarlo.

Il progetto della modernità ha operato una riduzione talmente violenta che neanche il rasoio di Occam. Ridurre la realtà intera solo al problema lavorativo ha significato distorcere il valore e della realtà e del lavoro stesso, una reductio ad unum in nome di una cieca fede nella prassi produttiva. E la posizione davanti al destino? La scuola è diventata obbligatoria di fatto fino a 18 anni, con sbarre alle finestre, regole ferree, disposizioni inoppugnabili, infinite disquisizioni docimologiche, pirotecniche dissertazioni su come definire le competenze, ordinanze, circolari, bacheche, registri, numeri, conteggi assenze/ritardi/note, percentuali, progetti su progetti, acronimi di acronimi, banchi a rotelle, 2+2=5 … e querule lamentele echeggianti in corridoi ciechi e sordi ma silenti nei collegi.

Una sceneggiatura che si rappresenta sotto gli occhi sgomenti di un futuro smarrito, sotto lo sguardo arrabbiato di chi a ragione pretende onestà dagli adulti e non regole, insegnamenti non burocrazia. E in questi mesi pandemici cosa è successo? Come analizzare un fenomeno di tale portata senza travisarne la natura?

Proviamo a descrivere. La scuola in un velocissimo giro di vite, in un lampo, si è trasferita dalle aule pietrose di muri spogli e scorticati in un altro luogo. E’ vaporizzata. La scuola ha resistito al virus perché ha sospeso il giudizio su quelle pratiche di cui sopra e ha recuperato l’essenziale. Gli insegnanti sono entrati nelle case degli italiani. L’Italia tutta ha seguito le loro lezioni, nonni, genitori, parenti, amici. Gli insegnanti hanno tenuto in piedi la scuola perché in un’emergenza come questa hanno fissato lo sguardo sull’unica cosa che veramente conta. Per cui vale la pena. Hanno guardato negli occhi il futuro.

Eppure una collega mi racconta che in alcune circostanze pubbliche preferisce presentarsi come ingegnere piuttosto che come insegnante “perché così mi prendono sul serio, una persona con cui poter discutere e non come una stupida”. Perché si nasconde la propria identità? Per non sottoporsi alla solita smorfia sarcastica? Per non esporsi al pubblico ludibrio? Di esempi così ce ne sono a iosa. Soprattutto tra gli uomini che insegnano.

E’ ora di difendere gli insegnanti.

Averne dimensionato il ruolo, il riconoscimento sociale, non ha fatto male solo a loro “ingenui che hanno creduto nella cultura” ma anche al futuro, che arretra con loro, rimpicciolisce, si assottiglia, va scomparendo, lentamente cancellato dall’orizzonte, e in nome di cosa? Questo sacrificio cosa comporta, qual è la ricompensa promessa a chi taglia la testa al nostro paese? Chiudiamo con l’apologo kierkegaardiano citato dal Papa emerito Benedetto XVI in un libro divenuto già classico per acume, profondità e bellezza. Chi oggi provasse a fare cultura, avrà probabilmente subito la sensazione di sentirsi come quel clown che, mandato dal direttore del circo in fiamme a chiedere aiuto al villaggio finitimo, viene deriso e applaudito dagli abitanti che sollazzanti ne apprezzano il brillante numero. E più il clown si dispera a calde lacrime e laceranti strepiti perché gli credano, più il pubblico del villaggio in visibilio se la spassa e si sbellica in risate a crepapelle.

E l’incendio infine divampa in tragedia distruggendo il villaggio e i suoi abitanti.

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