ARMANI A FERRARI?/ Un’operazione che non “blinda” il lusso made in Italy

- Paolo Annoni

Nelle ultime settimane si è fatta l’ipotesi che Ferrari, controllata da Exor, possa rilevare Armani e dare anche vita a un polo del lusso italiano

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Le società europee del lusso hanno chiuso la settimana borsistica con cali delle quotazioni dopo che il Governo cinese ha deciso di affrontare la crescente disuguaglianza, in termini di ricchezza, dei propri cittadini. Pechino vorrebbe regolare i salari eccessivamente alti. Gli investitori hanno interpretato queste iniziative come una possibile minaccia per i profitti delle società del lusso dato che il mercato cinese è in assoluto il più importante nel settore.

Anche in questo caso la pandemia e i lockdown impongono una riflessione sul modello di business e potrebbero portare a un consolidamento del settore con le società costrette a mettere a fattor comune i costi per mantenere i margini con le vendite che scendono o che, semplicemente, diventato più volatili e imprevedibili. 

Il settore europeo vede tre colossi quotati francesi, LVMH, Kering e Hermès, che capitalizzano un multiplo della principale società quotata italiana del settore. In Francia, anche per uno sforzo del “sistema Paese”, si è arrivati a un consolidamento del settore e alla creazione di campioni nazionali che hanno fatto shopping fuori dai confini e ovviamente anche in Italia, che è il principale competitor in termini di percezione del mercato. 

Nelle ultime settimane si sono letti rumour interessanti a questo proposito. In particolare, si è fatta strada l’ipotesi che Ferrari, controllata da Exor, possa rilevare Armani con un aumento di capitale e uno scambio azionario. Exor, tramite Ferrari, potrebbe quindi creare una piattaforma con cui creare un campione “italiano” che avrebbe ampi margini di sviluppo perché il mercato nostrano conta tante società di taglia media o medio-piccola; in questo insieme ci sono molte aziende che nei prossimi anni potrebbero avere bisogno di un ricambio generazionale o di un passaggio da una proprietà o una conduzione “famigliare” a una più “capitalistica”. La dimensione offre sicuramente alcuni vantaggi nel lungo periodo perché consente di giocare su più mercati geografici e di prodotto e di condividere i costi. Questo è tanto più vero quanto più l’impronta famigliare o dell’imprenditore si affievolisce per una ragione o per l’altra. 

In linea teorica il mercato non può non prendere in considerazione questa possibilità; la pandemia è un fattore che porta in questa direzione e Ferrari, in quanto oggetto quotato, può emettere nuove azioni e consentire agli azionisti delle società che verrebbero conferite di rimanere nel settore. Si scambierebbero società del lusso con un’altra società del lusso più diversificata e liquida. 

Rimangono aperte due questioni. La prima è il destino di Ferrari in un mondo che procede spedito verso il motore elettrico e che rischia di rendere Ferrari un oggetto desiderabile e bello, ma tecnologicamente sorpassato come, per fare un esempio grossolano, Harley Davidson. Si potrebbe produrre una Ferrari elettrica, ma il motore elettrico è infinitamente meno complicato di quello a combustione e quindi la distanza tra il top del mercato e la media è strutturalmente meno ampia. Il componente più importante di un’auto elettrica è la batteria e su questo è molto difficile recuperare il tempo perduto o competere senza una scala adeguata. 

La seconda questione è relativa alle ultime scelte di Exor con la fusione di FCA e PSA e ancora prima con le scelte sulla sede fiscale, societaria e sul listino principale di FCA. Oggi Stellantis non è un gruppo italiano e basterebbe dare un’occhiata al top management e ai relatori dell’ultimo piano industriale per rendersene conto. Exor può sicuramente fare leva su Ferrari per creare un polo del lusso, ma questo non porterebbe automaticamente nel lungo periodo a un gruppo “italiano”. 

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