ARMI ITALIANE ALL’UCRAINA/ “I rischi politici e militari di una scelta sbagliata”

- int. Gianandrea Gaiani

L’Italia sostiene l’Ucraina e inviando materiale militare diventa belligerante. Sarebbe stato meglio ritagliarsi un ruolo di mediatori, dichiara Gianandrea Gaiani, direttore di AnalisiDifesa

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il premier Mario Draghi con Luigi Di Maio (M5s), ministro degli Esteri (LaPresse)

Nel giorno in cui il Cremlino ha approvato la lista dei “paesi ostili” per aver applicato o per essersi uniti a sanzioni contro Mosca e nell’elenco figura anche l’Italia, in quanto paese europeo (la lista comprende Usa, Ue, Gran Bretagna, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda e Svizzera), Mario Draghi è volato a Bruxelles per incontrare Ursula von der Leyen e per sottolineare che “siamo uniti nel condannare con forza l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e siamo uniti nell’imporre sanzioni senza precedenti nei confronti di Mosca”.

Lo stesso presidente del Consiglio domenica, in un colloquio telefonico con il premier ucraino Volodymyr Zelensky, ha condannato gli attacchi della Russia ai civili e alle infrastrutture nucleari e ha riaffermato “la volontà italiana di fornire sostegno e assistenza all’Ucraina e alla sua popolazione”. Quali sono le implicazioni politiche e militari per l’Italia che di fatto si schiera a fianco di Kiev? Che armi forniamo all’Ucraina? Di fatto siamo diventati un paese cobelligerante? E a quali rischi andiamo incontro? Ne abbiamo parlato con Gianandrea Gaiani, direttore di AnalisiDifesa.

Di fatto Draghi ha ribadito che l’Italia si schiera al fianco di Zelensky. Cosa vuol dire, in concreto, “l’Italia vi sostiene”?

Vuol dire che abbiamo sostanzialmente aderito al piano von der Leyen: blocco totale dei rapporti economico-finanziari con Mosca, sequestro dei beni degli oligarchi russi e aiuti militari all’esercito ucraino. Ma fornire adesso armi, reperite dai magazzini del nostro esercito, a Kiev significa diventare belligeranti.

Cosa mettiamo a disposizione degli ucraini? Quali armi vendiamo a Kiev?

Innanzitutto, queste armi non vengono vendute, ma fornite gratuitamente, come del resto fanno anche altri paesi della Ue. A differenza di altri, però, che hanno fornito con trasparenza l’elenco, il nostro governo ha varato un decreto in cui è stata secretata la lista dettagliata delle forniture, lista che quindi non conosce neppure il Parlamento.

Si è parlato di invio di missili antiaerei Stinger e di non precisati missili anticarro. È così?

Sì. E nel caso dei missili anticarro le possibili opzioni sono due: l’Italia può fornire Panzerfaust 3 tedeschi o Spike di fabbricazione israeliana. Ma qui potrebbe celarsi un mistero.

Quale?

Israele non sarebbe d’accordo su questa fornitura e lo dimostra anche il fatto che il premier Bennett sia andato a parlare prima con Zelensky e poi con Putin. Israele ha ottimi rapporti con la Russia, legati anche alla “convivenza” delicata in Siria, dove Israele compie raid contro le milizie filo-iraniane, avvisando però Mosca per evitare che i missili antiaerei russi, basati a Latakia, possano abbattere i suoi jet. Quindi non è chiaro se il nostro elenco sia stato secretato per ragioni di segretezza militare o per non far sapere che diamo a Kiev anche i missili israeliani.

Sono forniture che possono aiutare Kiev e cambiare il corso della guerra?

Non penso che siano risolutive. L’Ucraina potrebbe essere in balia del nulla già fra una o due settimane.

Come avviene questa fornitura? Trasportiamo noi le armi a destinazione? Non c’è il rischio, una volta entrati in Ucraina, di diventare un bersaglio delle forze russe?

A fare da punto di raccolta dovrebbe essere un aeroporto militare in Polonia. Poi non è chiaro se da lì gli ucraini arrivano con aerei per caricare il materiale bellico per portarlo nel loro paese o se vengono organizzati dei convogli, gestiti da americani, per trasportare queste armi fino al confine con l’Ucraina. In ogni caso, come più volte precisato dalla Nato, nessun velivolo e nessun camion militare dell’Alleanza deve entrare in Ucraina.

E chi addestrerà i soldati ucraini a usare queste armi?

Non si è ancora capito dove e chi curerà l’addestramento del personale ucraino all’impiego di queste armi. L’esercito di Kiev in questi anni ha potuto contare su molti contractors americani, britannici, canadesi, polacchi e baltici. Saranno loro a occuparsene? Oppure gli ucraini verranno addestrati fuori dal loro territorio nazionale? Di certo ci vorrà del tempo: se a usare questi missili anticarro e antiaerei saranno soldati già formati al lancio di queste armi complesse basteranno due settimane.

L’esercito ucraino dispone già di queste armi letali?

L’industria militare bellica ucraina è piuttosto sviluppata, fin dai tempi dell’ex Unione Sovietica. È molto probabile però che buona parte dei 600 missili che gli americani dicono siano stati scagliati dall’esercito russo contro obiettivi ucraini sia servita proprio a paralizzare queste capacità produttive.

In Ucraina si stanno armando molte milizie militari composte da civili. Anche loro potranno usare queste armi letali?

Innanzitutto bisogna far diventare questi civili dei soldati e poi, attraverso un addestramento intensivo lungo non meno di un mese, trasformarli in specialisti di missili anticarro e antiaerei. Ma qui si apre un’incognita preoccupante.

Che sarebbe?

Stiamo fornendo armi importanti e letali a un paese che è in guerra e che sta armando i civili. È una cosa folle, perché significa aumentare i rischi per la popolazione. Pensi solo all’ipotesi che un civile patriota, arruolato nella Guardia nazionale ucraina, si metta a sparare dalla finestra del suo appartamento contro le truppe russe entrate nel suo villaggio, mettendo a repentaglio la vita di intere famiglie: trasformerebbe quella casa in un bersaglio militare. Non solo: in Ucraina, che è uno dei paesi con il più alto tasso di corruzione, combattono anche i ceceni jihadisti. Dare ai civili un gran numero di missili rischia di vederli finire, in parte, in mano a formazioni che potranno magari un giorno rivenderle all’Isis o ad al Qaeda.

I nostri militari in Romania e nei paesi baltici quali compiti sono chiamati a svolgere? Potranno essere coinvolti in una forma più diretta?

Nell’attuale conflitto lo escluderei, perché la Nato non vuole farsi coinvolgere e che i russi possano attaccare un paese dell’Alleanza mi sembra altamente improbabile. Oggi i nostri soldati partecipano a operazioni di addestramento con altre forze Nato locali e con i caccia in Romania controllano che lo spazio aereo Nato non venga violato dai jet russi che operano nel settore di Odessa. Credo che non sia interesse di nessuno provocare incidenti nei cieli per contatti troppo ravvicinati.

La Polonia ha dichiarato che non metterà i suoi Mig-29 a disposizione di Kiev, altrimenti rischia la reazione di Mosca. E noi? Ora che siamo nella lista dei “paesi ostili” alla Russia, cosa rischiamo?

Non mi aspetto lanci di missili russi contro il nostro Paese, per tante ragioni, a partire dal fatto che un missile al decollo viene visto dai satelliti e quindi diventa impossibile negare di averlo lanciato. Piuttosto temo che, non subito, i russi possano punirci con attacchi cyber molto pesanti e prolungati contro infrastrutture strategiche, come la rete elettrica o i trasporti ferroviari. E un attacco cyber è difficilmente attribuibile alla responsabilità di un governo.

Il sostegno militare a Kiev ce lo chiede l’Europa o la Nato?

Entrambi. Da anni sono gli anglo-americani a definire una comunicazione della Nato molto aggressiva contro la Russia, pur non essendo questo il messaggio che tutti i paesi dell’Alleanza gradiscono. L’Europa, con l’iniziativa della Commissione von der Leyen, si è appiattita su queste posizioni, anche se alcuni paesi, come la Germania, si stanno smarcando. La von der Leyen si è rivelata ancora una volta pesantemente inadeguata di fronte alle sfide che deve affrontare. Basti pensare che non ha saputo pianificare neppure l’approvvigionamento di energia per l’Europa prima che scoppiasse questa guerra e si aprisse questa crisi. La Russia, ed è la grande ragione incompresa da Usa e Ue, ha intrapreso questa guerra per garantire la sicurezza dei suoi confini occidentali, che – non dobbiamo dimenticarcelo – sono i nostri confini orientali. La loro stabilità dovrebbe essere nel nostro interesse.

E invece?

Gli Stati Uniti sono sempre intervenuti in Europa per evitare che nasca una superpotenza e dal 2014 spingono per separarci strategicamente dalla Russia: non vogliono una saldatura tra la grande potenza energetica di Mosca e la grande potenza industriale dell’Europa. Una saldatura che avrebbe fatto bene a entrambe. È dal 2014 che i russi capiscono che dovranno affrontare una guerra e in questi anni si sono preparati. L’Europa invece ha perso otto anni di occasioni per la propria sicurezza e ora ci scaviamo la fossa con le nostre mani, perché andiamo incontro a crisi energetica, recessione economica, povertà diffusa e milioni di profughi di cui dovremo occuparci, visto che non sbarcheranno mai in Nord Carolina…

Lei sostiene che l’Europa oggi è un paradosso. Perché?

L’Europa imbelle, incapace di tenersi la Libia e incapace di condurre qualunque azione militare in grado di tutelare i suoi interessi comuni, adesso è presa da una frenesia bellicista. Ma solo perché a combattere ci vanno gli ucraini. È il classico caso di un “armiamoci e partite”. In tal modo però la Ue sta commettendo errori strategici spaventosi, non solo sul fronte della sua sicurezza futura, ma soprattutto, diventando belligerante, si pregiudica, e l’Italia per prima, la possibilità di svolgere un ruolo di mediatrice in questa crisi. È davvero triste.

Come non si lascia da sola l’Ucraina senza diventare cobelligeranti?

Come Italia e come Europa avremmo dovuto smarcarci prima della guerra dagli americani, mostrando ai russi la disponibilità a discutere le loro richieste per una maggiore sicurezza dei loro confini. Adesso è difficile, anzi l’Italia ha di fatto rinunciato al suo ruolo tradizionale, tante volte criticato in passato: quello di mantenere sempre aperta una porta con la Russia, pur aderendo a molte sanzioni che sono state dolorosissime per il nostro sistema economico. Siamo sempre stati interlocutori credibili per la Nato e per la Russia. Ci siamo bruciati la possibilità di essere dei mediatori seri, ci siamo legati le mani da soli. E tutto questo non ha alcun senso politico.

(Marco Biscella)

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