ARTE/ Friedrich, ritrovare nella natura l’eco di quell’infinito che abita in noi

- Roberta Tosi

A 250 anni dalla nascita L'Alte Nationalgalerie di Berlino celebra l'arte del pittore viandante Caspar David Friedrich

friedrich tramonto romanticismo 1837arte1280 640x300 Caspar David Friedrich, Tramonto (1837, particolare)

Aveva riflettuto più e più volte su quell’interrogativo perché gli era capitato spesso che glielo chiedessero. Come mai, dicevano, “come soggetto dei tuoi dipinti scegli la morte, la caducità e il sepolcro?”. Non era una domanda facile a cui rispondere, forse perché la morte gli era stata compagna negli anni, in gioventù, in famiglia. I lutti nella vita lo avevano affiancato e, spesso, avevano permeato la sua pittura di una poetica, struggente malinconia, ma con il tempo Caspar David Friedrich, questo il suo nome, aveva accettato il segno imperituro della vita e l’aveva trasformato in un’arte che sapeva d’infinito e all’infinito aspirava.

E a quel quesito perturbante aveva trovato la risposta (o forse era solo un’altra domanda), l’aveva scritta e confermata: “Per vivere eternamente, spesso ci si deve arrendere alla morte”. Arrendersi, attraversarla fino ad esalare l’ultimo respiro come aveva mostrato con quel suo dipinto in cui aveva posto un Cristo crocifisso, lui sì che aveva accolto liberamente la morte fino alla fine, sulla cima di una montagna. Lo aveva elevato al di sopra di ogni cosa, saldo e incrollabile sulla roccia, con quegli abeti sempreverdi (verde come dovrebbe restare la fede) a indicare la strada verso il cielo. Un cielo al crepuscolo, in cui tutta l’atmosfera cambia e diventa di una bellezza estatica. I raggi luminosi che l’attraversano sono luce inviolabile, luce sacra. L’architetto Walter Gropius agli inizi del 900 affermava che il compito dell’arte è “ammonticchiare meraviglie fino a conquistare il cielo”.

E il cielo Friedrich provava a conquistarlo davvero con il suo sguardo stupito, la dismisura che sentiva appartenergli più di qualunque altra cosa, l’eterno che lo chiamava fin sulla roccia più alta, o dentro ai boschi, nel mare sconfinato, nel paesaggio immenso. “Dio è il luogo del mondo, ma il mondo non è il suo luogo” si trova scritto in molti testi ebraici, rammentando come nel finito vi sia quell’anelito, quella traccia d’infinito che riassume in sé l’esistenza stessa.

Lui, uomo del pieno Romanticismo, nel suo quadro più conosciuto si era ritratto infatti sulla cima di un’alta sporgenza rocciosa, il vento a scompigliargli i capelli, appoggiato a un bastone, in contemplazione o forse pronto per un ultimo, definitivo passo. Si era ripreso di spalle così che ciascuno potesse guardare nella stessa direzione, verso l’espandersi di un orizzonte illimitato, verso vette misteriose che tendevano all’assoluto mentre ai suoi piedi la nebbia, quasi un mare ondoso, si espandeva lasciando spazio allo sguardo, facendo scorgere altre asperità, taglienti come scogli. Si sentiva, si percepiva viandante, Wanderer, perennemente in cammino, pellegrino in questa vita che tratteneva nel cuore una struggente Sehnsucht, un sentimento talmente intenso che lo sospingeva a cercare in ogni luogo un’eco, una traccia della dismisura che lo sovrastava, un segno del divino che lo abitava.

Per lui, infatti, ogni arte era religiosa e la natura sacra: “Ogni autentica opera d’arte – diceva – viene concepita in un’ora santa e partorita in un’ora felice, spesso senza che lo stesso artista ne sia consapevole, per l’impulso interiore del cuore”. E alla natura rivolgeva sempre il suo sguardo stupito che poi ritrovava nel silenzio dello studio, per sbarazzarsi dei confini, delle mura possenti che dividono l’occhio esteriore da quello interiore e poter così “far emergere alla luce quanto hai visto nella tua notte”.

A questo straordinario artista nato a Greifswald, nel 1774 e morto a Dresda nel 1840, la Germania quest’anno, in occasione dei 250 anni dalla nascita, promuove molte iniziative per ricordarlo e celebrarlo, tra mostre tematiche ed eventi. Ma per chi volesse davvero accostarsi alla sua opera, sentirne lo sperdimento e quel sentimento del Sublime che lo sovrasta, potrà farlo dal 19 aprile a Berlino perché L’Alte Nationalgalerie ospiterà fino al 4 agosto la mostra Caspar David Friedrich. Infinite Landascapes con una sessantina di dipinti tra i più noti e una cinquantina di disegni provenienti da collezioni nazionali e internazionali.

E mentre si moltiplicano gli atti vandalici e insensati contro le opere d’arte, per richiamare l’attenzione dei media e di tutti sulle tematiche dell’ambiente e della natura, l’arte come quella di Friedrich ci rammenta che, da sempre, è proprio attraverso di essa che si rivela e si scopre invece il legame più profondo di ogni persona con l’elemento naturale.

Sono infatti gli artisti i testimoni diretti del senso stesso della natura a partire dagli albori del gesto artistico e che nel tempo l’hanno sentita fonte d’ispirazione e di somiglianza, per incarnarne la bellezza, la furia, la potenza, la poesia… fino a porsi, attraverso di essa, gli interrogativi sull’essere umano, sulla sua finitezza, la sua ricerca inesausta di bellezza e d’infinito.

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