ARTE/ Incorpora, “rifiutare” il bello per la realtà degli uomini

- Sergio Cristaldi

È finalmente disponibile il Catalogo delle opere di Salvatore Incorpora. Una rappresentazione “verghiana” della realtà degli uomini, dalla fatica alla contraddizione e allo scacco

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S. Incorpora, Cristo appeso ad un traliccio (foto salvatoreincorpora.it)

Frutto di una lunga e scrupolosa ricognizione, approda alle stampe il catalogo delle opere di Salvatore Incorpora. La regia dell’impresa si deve a Vittorio Sgarbi, il coordinamento ad Antonio D’Amico e Stefano Saponaro, i quali hanno inventariato e ordinato le opere dell’artista rintracciabili presso gli eredi, le collezioni private, le chiese, i musei e i contesti pubblici. Apparsa in dicembre presso Silvana Editoriale (Salvatore Incorpora. 1920-2010) questa ampia e ben rappresentativa selezione include 630 lavori fra dipinti, disegni, grafiche, sculture, cassapanche e presepi, ed è introdotta da calibrate ricostruzioni critiche, quelle di Sgarbi e dei coordinatori, nonché di Salvatore Vitiello e di Sarah Zappulla Muscarà. A sigillo, puntuali apparati censiscono gli scritti autografi, le esposizioni, la bibliografia e la fortuna critica. L’omaggio è insomma all’altezza di questa personalità artistica, a cui il tempo sta dando sempre più ragione, accertandone la statura.

La seriazione delle opere obbedisce a un criterio tematico, anche per l’oggettiva difficoltà di datazione che molto spesso si presenta, non senza responsabilità, a dire il vero, dello stesso Incorpora, incline a datare a posteriori i propri prodotti, anche a dispetto della cronologia effettiva. I curatori hanno comunque indicato, per ciascuna opera, la data presunta: una traccia per successive puntualizzazioni.

A dire il vero, la scansione di fondo della complessiva parabola è abbastanza evidente, separando un iniziale classicismo, risalente all’immediato dopoguerra, da un lancinante linguaggio di eversione. La svolta è già in corso all’inizio degli anni Cinquanta, e l’opzione che si consuma allora verrà sostanzialmente confermata durante una lunga, feconda attività, all’insegna di una sostanziale coerenza, per quanto ulteriori e più circostanziate indagini possano rivelare articolazioni poco o tanto sensibili.

La coscienza con cui Incorpora abbraccia il proprio indirizzo emerge in uno scambio epistolare con Francesco Messina tra il dicembre 1953 e il gennaio 1954. Mentre il maestro ormai consacrato professa una scultura che “canta in sordina”, invincibilmente restio a legittimare “certe esuberanze espressionistiche”, Incorpora, pur ribadendo stima verso l’interlocutore (“le sue sculture mi commuovono e non mi stanco di ammirarle”), rivendica il suo diritto a una “abiura del bello ideale” e al canto “a voce alta”, “a squarciagola”. La contrapposizione è frontale: “Forzo e deformo intenzionalmente”, insiste il giovane iconoclasta, “disegno e coloro violando, sgrammatico pure”. Di seguito, una trafila inequivocabile di riferimenti, Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Picasso, Kokoschka, Ensor, nonché gli italiani Sironi, Rossi, Scipioni, Mafai, Guttuso, Migneco.

A scorrere l’indice degli argomenti in cui il volume ha segmentato il corpus, si ha subito il sentore delle ragioni non formalistiche di Incorpora: la sua scelta espressiva oppone sì linguaggio a linguaggio, come in arte è inevitabile e prioritario, ma in nome di un forte coinvolgimento con la realtà, che è anzitutto la realtà degli uomini, della loro umile fatica esposta giorno per giorno alla contraddizione e allo scacco. Basta estrarre alcuni titoli: Antichi mestieri, Vendemmia, Quotidianità, Emigranti, Guerra, Temi sociali. A contatto poi con le riproduzioni, l’impressione originaria si intensifica. La rinuncia di Incorpora al bello ideale risponde a una volontà di adesione ai diseredati e miserabili, entri in gioco la plebe rurale di un Mezzogiorno in angustie o il popolo dei lager tra lavori forzati e incubi di sterminio.

Alla lucidità con cui Incorpora contempla la vicenda umana si potrebbe affiancare il soprassalto e disincanto di un drammaturgo lituano, Oscar Milosz: “che cosa c’è di bello qui da vedere?”. La scommessa di Incorpora è allora coniugare chiaroveggenza e recupero estetico, senza perdere mai il contatto col magma dell’esistenza, senza rinunciare per questo all’imperativo artistico, a un obbligo di rimodulazione. Mentre attestano il dramma, e senza sconti di sorta, stravolgimento delle sagome e violenza cromatica imprimono in esso il segno dell’arte, che non sarà in questo caso il levigato con le sue melodie sommesse, ma piuttosto un’incisività irrecusabile, in cui una condizione depressa e un bisogno di liberazione sono portati alla massima intensità.

Si capisce che si determini una sintonia con la pietas di un altro artista meridionale, Giovanni Verga, non meno sensibile al travaglio e allo schianto degli umili. Incorpora ne traduce figurativamente personaggi e situazioni; e anche quando non si ferma espressamente su Maruzza, ’Ntoni, Mena, Cinghialenta, Rocco Spatu, li sta ritrovando in pescatori anonimi, negli emigranti spossati, nelle madri in ansia a cui si aggrappano i figliuoli. Ma cosa significa ambientare i temi verghiani nella diversa temperie del Novecento? Sul rapporto tra Verga e il secolo XIX si continua oggi a discutere, e ulteriore incentivo sta fornendo la recente categoria di modernismo, relativa a quella letteratura primonovecentesca che rimane sostanzialmente estranea all’estetismo decadente e si impegna invece a sondare circostanze e tipi della Crisi.

È un fatto: l’autore dei Malavoglia e del Mastro ha rappresentato un riferimento per scrittori come Pirandello e Tozzi, determinati a scansare ogni tentazione estetizzante. Vanno evitate, beninteso, sovrapposizioni abusive: per quanto Verga presenti aperture e anticipazioni, non può essere affiliato a una ricerca espressiva posteriore, poiché la sua rappresentazione, ancora vincolata a canoni naturalistici, resta al di qua dello straniamento e della deformazione, procedimenti che invece il modernismo ampiamente pratica, mirando a una conoscenza del sottosuolo e alla restituzione di un mondo deragliato, senza gli ancoraggi superstiti di positivismo e scientismo. E allora, sarà forse non peregrino qualificare il filone verghiano di Incorpora come una reinterpretazione dello scrittore catanese in termini modernistici o se si vuole neo-modernistici, che risentono di stigmate più recenti e più tragiche.

Bisogna peraltro ammettere che Incorpora non si lascia assoggettare a nessuna casella precostituita, rendendo ardui i tentativi di inquadramento. Questo atleta del grido vuol riuscire al tempo stesso erede della grande arte sacra, e ne sonda con insistenza i tipici soggetti, dalla Natività alla Passione, per non dire delle gesta dei santi. Quasi un’anomalia, in un panorama artistico largamente secolarizzato. Nel recente bilancio L’ombra del divino nell’arte contemporanea, Vittorio Sgarbi ha riconosciuto la difficoltà degli artisti odierni a sintonizzarsi con il sacro: dopo aver emesso gli ultimo bagliori nel XIX secolo, l’arte cristiana, lungo il Novecento, “lentamente si dissolve”, tanto che una trattazione dei soggetti religiosi non pretestuosa né dolciastra diviene sempre più rara. Da parte sua, Incorpora si immedesima radicalmente nella vicissitudine dell’uomo-Dio, e prende a modularla non solo nel suo privato laboratorio, ma anche nello spazio pubblico e istituzionale delle chiese, innestando la propria operatività su portali, navate, fonti battesimali. Nella sua introduzione al Catalogo, Sgarbi fa notare che in questa prassi si ripropone un vincolo strategico con la committenza religiosa, vincolo che pareva decisamente in via di estinzione: “Incorpora sembra essere uno degli ultimi testimoni di un rapporto che nei secoli precedenti è stato invece fondante e primario”.

Nessuna attenuazione, per questo, delle oltranze linguistiche: se gli affollati presepi polimaterici raccontano il convergere universale dell’umanità e di ogni frammento di fisica verso il Verbo fatto carne, le viae crucis e le singole crocifissioni testimoniano nel corpo slogato, stirato o appallottolato del Christus patiens lo scempio prodotto dal rifiuto e dal rigetto violento. La Passione – era Péguy a dirlo – costituisce il compimento dell’Incarnazione, la prova ultima che Dio si unisce davvero all’uomo, fino a spartire con lui sconfitta e abiezione. Un dipinto come il Cristo dei tralicci accerta l’attualità di questa condivisione, e dunque di un’arte che ne sia effettivo annuncio, fuori dalle opposte ipoteche dell’arbitrio e della maniera stucchevole. Non sono comunque da sottovalutare altre inquadrature evangeliche e consimili scorci agiografici che tentano, in sagome compatte, un figurativo insieme pacificato e potenziato; ad esempio, le formelle in bronzo sulla vita di Francesco di Paola, nella porta della chiesa del santo a Linguaglossa.

Spetterà a sondaggi ulteriori verificare indicazioni e ipotesi di lavoro: adesso una solida piattaforma esiste e l’esercizio critico può avvantaggiarsene. Vuoi replicando il giro d’orizzonte. Vuoi inseguendo singoli percorsi, mentre resta nella coda dell’occhio un insieme finalmente disponibile.

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