ARTE/ Realismo magico, l’incanto della realtà dopo l’orrore della guerra

- Vincenzo Sansonetti

"Il vero mistero del mondo è quello che si vede, non l'invisibile" (Oscar Wilde). La mostra sul Realismo magico a Palazzo Reale di Milano

cagnacciosanpietro maternita 1 1929arte1280 640x300 Cagnaccio di San Pietro, Maternità (1927-29, particolare)

Una raffigurazione chiara, levigata, attonita del reale, all’apparenza semplice e decifrabile, ma che nasconde un arcano senso di aspettativa e meraviglia, che dà a chi lo coglie l’impressione di assistere a un’inattesa rivelazione. Lo stile è rigoroso, rarefatto, di un’eleganza magistrale, ispirato ai maestri della pittura italiana del Quattrocento: Masaccio, Mantegna, Piero della Francesca. Così si caratterizzano le opere degli artisti del Realismo magico.

Non una corrente organizzata o un movimento ben delineato, ma il confluire di storie e personalità diverse nel corso degli anni Venti del secolo scorso, accomunate da una parola: incanto. Ovvero, come la definì lo scrittore e critico Ugo Ojetti, “un’arte che sì parte dal vero, ma lo domina, lo sceglie e lo ordina per creare qualcosa che sia più durevole e consolante della fugace realtà”. Ne fanno parte a pieno titolo, come tre “pilastri”, Felice Casorati, Antonio Donghi e Cagnaccio di San Pietro; l’hanno vissuto come una tappa significativa del proprio percorso Carrà, Funi, Oppi, Severini e altri.

Al Realismo magico, presentato come “uno stile italiano” originale, che si distacca da altri filoni di inizio Novecento come espressionismo, astrattismo e futurismo, è dedicata la mostra aperta a Palazzo Reale di Milano fino al 27 febbraio 2022 (a cura di Gabriella Belli e Valerio Terraroli, catalogo 24Ore Cultura). Una rassegna che fa conoscere al grande pubblico un nucleo di autori e capolavori che ci invitano a “vedere” la realtà che ci circonda – ieri come oggi – con uno sguardo diverso, più profondo, aperto al mistero.

L’espressione è stata coniata nel 1925 dal critico tedesco Franz Roh per indicare come figure e oggetti della vita di ogni giorno possono essere percepiti e impressi sulla tela con realismo ma nello stesso tempo trasfigurati: “il mistero non si inserisce nel mondo rappresentato, ma si nasconde dietro di esso”. Sarà lo scrittore Massimo Bontempelli a offrire una definizione più accurata: realismo magico è la “precisione realistica di contorni, solidità di materia ben poggiata sul suolo; e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la vita nostra si proietta”. La vita più quotidiana e normale vista come “un avventuroso miracolo”.

Se è vero che il Realismo magico agli inizi non è un movimento unitario e strutturato, ma un modo per descrivere la realtà opponendosi sia alle tensioni dinamiche futuriste che alle sensibilità deformanti espressioniste, ė altrettanto vero che all’origine di questa straordinaria stagione pittorica ci sono il dramma della Grande Guerra e le macerie che ha lasciato. Gli artisti dell’epoca hanno vissuto in prima persona quella terribile esperienza: tutti al fronte, da Casorati a de Chirico, da Donghi a Oppi. E tutti piangeranno amici caduti in trincea. Carrà, inizialmente interventista, ne uscirà devastato.

In parallelo alla diffusione del Realismo magico nasce in Germania una corrente simile, la Neue Sachlichkeit (Nuova oggettività), ugualmente attenta alla descrizione della realtà e presente in mostra con alcuni selezionati autori. È la tendenza classicista della Nuova oggettività la più vicina al Realismo magico, con la differenza che la situazione sociale in Germania, Paese sconfitto, è ben peggiore e si riflette in descrizioni inquietanti, grottesche, spesso disperate. Da noi lo sguardo dell’artista è meno angosciato, più sereno, sostenuto dal recupero di una tradizione in cui l’elemento religioso è ancora centrale. Il “ritorno all’ordine” come ritorno a uno sguardo quasi devoto sulla realtà.

Tratti tipici del Realismo magico sono il tempo sospeso, il mistero dell’immagine, la purezza di forme, che si traducono in atmosfere silenziose, pose statiche e come bloccate. Così tutto appare essenziale, solenne. Questi gli ingredienti che generano l’incanto. Un incanto, un fascino enigmatico tanto più evidente nell’universo femminile. Dell’ottantina di opere esposte, più di metà raffigurano bambine, fanciulle, donne mature: ritratti che colpiscono e lasciano il segno. Si distinguono La giovane sposa di Ubaldo Oppi, dallo sguardo malinconico, lo smagliante Ritratto della moglie sullo sfondo di Venezia, dello stesso Oppi, le numerose Maternità: da quella intima e agreste di Gino Severini a quella più mossa di Achille Funi. Ma c’è anche una Donna con bambino tenera e dolce di Cagnaccio di San Pietro, di cui sono esposti, nella sezione “L’oscurità dell’eros”, due oli celebri per la loro realistica crudezza: Dopo l’orgia e Primo denaro. Nel dopoguerra il ruolo della donna sta cambiando: non è più solo l’angelo del focolare, o la donna elegante dei salotti, ma è sempre più presente in fabbrica o nei luoghi tipicamente maschili. Ne sono esempi l’austero ritratto L’operaia di Cagnaccio e l’ironico Donna al caffè di Donghi. Una transizione non indolore, documentata da Donna allo specchio, ancora di Cagnaccio: impegnata a truccarsi, ma nello stesso tempo afflitta da un’evidente inquietudine.

La stupefatta età del Realismo magico si esaurisce in poco più di un decennio. A resistere per tutti gli anni Trenta, insistendo nella loro scelta poetica e stilistica, i soli Cagnaccio di San Pietro e Antonio Donghi, con opere notevoli come L’alzana e Il pescatore. Coetanei – entrambi del 1897, Cagnaccio morirà non ancora cinquantenne nel 1946 per una malattia incurabile, Donghi vivrà più a lungo, fino al 1963 – non saranno più tuttavia sotto la luce dei riflettori come prima, perché il mondo che li circonda ha rinunciato alla scoperta del mistero, allo sguardo incantato.

Sorprendente l’esito della vicenda umana e artistica di Cagnaccio (il cui vero nome era Natalino Bentivoglio Scarpa). Dopo aver preso di mira la mentalità borghese usando la trasgressione, negli ultimi anni, segnati dalla sofferenza e dalla malattia, spariranno i nudi peccaminosi per far posto a scene di vita domestica, familiare e popolare, di cui un’avvisaglia era stato La sera (Il Rosario), dipinto del 1923 nel quale una mesta e silenziosa preghiera è presagio dell’avvicinasi della fine terrena. L’Osservatore Romano elogia, nel 1936, “il suo passato risanato, i suoi intendimenti nuovi, il suo atto di fede nel Dio onnipotente”. La ritrovata religiosità del pittore si esprimerà in una serie di Madonne addolorate e notturne, di Cristi fosforescenti e di metafore eucaristiche e della Passione, un chiaro riferimento alla sua dolorosa vicenda personale.

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