AUMENTO BOLLETTE DEL 40%/ Le vere ragioni (non dette) dietro la stangata in arrivo

- Paolo Annoni

Il ministro Cingolani ha prospettato un aumento del 40% delle bollette nel prossimo trimestre. Ma non ha spiegato le vere ragioni di tutto ciò

Roberto Cingolani
Roberto Cingolani, Ministro per la Transizione ecologica (LaPresse)

Il ministro della Transizione ecologica ieri ha lanciato l’allarme bollette prospettando un incremento del 40% nel terzo trimestre dopo il +20% del secondo trimestre. È una notizia che era stata preceduta dalla “sparata” di settimana scorsa sulla necessità di introdurre il nucleare nel mix energetico; una “soluzione” che potrebbe arrivare, forse, tra dieci anni rispetto alla spirale di rialzi che parte tra tre settimane. Ognuno faccia i suoi conti.

Quello che inquieta non è la previsione con cui si tenta di mettere le mani in avanti attutendo l’effetto mediatico. A inquietare è l’analisi del problema e la soluzione o meglio, non soluzione, che viene proposta. Il grande colpevole di quello che sta accadendo è l’incremento del “prezzo del gas a livello internazionale”, come se fosse una disgrazia mandata dal cielo e non l’effetto di decisioni politiche sugli idrocarburi che continuano persino oggi con i prezzi del gas saliti di sei volte in dodici mesi. Ci spiega il ministro che l’Italia dovrebbe costruire capacità rinnovabile per 8 giga all’anno da qui al 2030 per ovviare al problema. Sono numeri che non riusciremmo ad ottenere neppure se improvvisamente decidessimo di devastare il territorio infilando pale eoliche e campi solari ovunque e che ignorano che le pale eoliche richiedono tanto cemento, che si produce con elettricità, plastica, la quale si produce dagli idrocarburi; e che nessuno ha ancora spiegato come dovremmo arrangiarci quando manca il vento o il gelo impone la fermata delle pale. Stesso discorso per i componenti dei pannelli solari. Otto giga di capacità all’anno è una “soluzione” esattamente come il nucleare. 

Ovviamente il discorso di Cingolani non può non toccare gli impatti sociali della fase che si sta aprendo, perché la quota del budget mensile destinata alle bollette è tanto più alta quanto più bassi sono i salari. Bisogna fare “interventi strutturali” e qualcosa, spiega il ministro, “deve rimanere anche a livello fiscale”; “c’è una transizione sociale che deve andare di pari passo con la transizione ecologica”. Non si sa che mondo ci restituirà la “transizione ecologica”, ma si sa per certo che è costosissima e su questo i sogni si stanno per infrangere. Infatti, il ministro mette di nuovo le mani avanti spiegando che “nessuno mette in discussione che la transizione ecologica vada fatta il prima possibile, senza indugi e con sacrifici enormi”. 

I sacrifici enormi si vedono all’orizzonte. Scaricare sulla fiscalità generale i costi della transizione verde per aiutare i “poveri”, che sono più poveri e più di prima perché questo sogno costa tantissimo per molto tempo, ha conseguenze politiche precise. Nei fatti è un’appropriazione delle risorse e redistribuzione forzata da parte dello Stato, che però non è a saldo zero perché gli idrocarburi sono più efficienti e perché non è nemmeno detto che siano più sporchi. Certo gli italiani difficilmente avranno a che fare con le conseguenze ambientali dell’estrazione dei minerali e delle componenti che finiscono nelle batterie elettriche piuttosto che nei pannelli solari. 

La strada della transizione ecologica è tracciata e i primi problemi nel nuovo mondo in cui non si può e non si deve cercare gas economico devono essere gestiti mediaticamente dando la colpa ai “mercati internazionali del gas”. Esaurita, per l’ovvia incongruenza temporale, la soluzione “nucleare”, si passa agli 8 giga di capacità rinnovabile da fare ogni anno. Con l’immediato caveat delle solite lungaggini burocratiche che in questo caso forse ci tutelano da scempi paesaggistici senza precedenti. 

Fare un buco nell’Adriatico e lavorare sull’efficienza dei motori, dei riscaldamenti condominiali con i diesel di ultima generazione che facevano 500mila chilometri a emissioni ridicole invece non si può più. Nemmeno ci si può chiedere quanta energia si sprechi per cambiare la batteria di un’auto elettrica o il parco auto sostituendo vetture che potenzialmente duravano 20 anni. 

È tutto talmente assurdo che ci viene il dubbio che l’obiettivo di questa transizione ecologica non sia mai stato “ambientale” ma “politico”. Forse siamo pessimisti, ma siccome il conto è arrivato lo scopriremo presto.

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