BALLOTTAGGIO TORINO 2021/ Letta e M5s frenano Lo Russo (Pd) e aiutano Damilano

- Livio Martini

Il ballottaggio a Torino vedrà di fronte due candidati sindaci ritenuti troppo indipendenti dalle rispettive coalizioni. Ed entrambi parlano molto di lavoro

Ballottaggio Torino, i candidati
Elezioni Torino: ballottaggio fra Stefano Lo Russo (centrosinistra) e Paolo Damilano (centrodestra) (video SkyTg24)

Chi segue da vicino le elezioni comunali di Torino 2021 non si è affatto stupito della vittoria al primo turno del centrosinistra di Stefano Lo Russo. Nel 2016 Fassino arrivò al ballottaggio con 11 punti di vantaggio su Appendino, per poi sorprendentemente perdere di 10. La poltrona di primo cittadino è quindi alla portata di Damilano, che il 4 ottobre ha raccolto solo il 5% dei voti in meno dello sfidante Lo Russo. La città rimane particolarmente restia a votare centrodestra, che come coalizione a Torino quando va bene arriva seconda dietro al centrosinistra vincente al primo turno, altrimenti arriva direttamente terza come già successo nel 1993 e nel 2016, quando tra l’altro Forza Italia corse da sola. Al ballottaggio infatti il centrodestra è arrivato solo nel 2001, quando perse di un’incollatura contro Sergio Chiamparino.

“Il ballottaggio è un risultato storico”, ripetono un po’ tutti nel centrodestra locale, a partire dal presidente della Regione, Alberto Cirio. Ma sembra che Damilano faccia paura anche a loro, perché non è uomo di partito e sembra volersi fare lui un partito, oppure allearsi con Toti, che ha incontrato ieri insieme al sindaco di Genova, Marco Bucci. Lo stesso Bucci che è già venuto in città un paio di settimane fa invitato da Damilano, che per incontrarlo ha lasciato Salvini a tenere il suo comizio da solo. Il candidato sta facendo prepotentemente sentire la propria indipendenza dai partiti, arrivando a dichiararsi “non di centrodestra, ma un moderato-liberale”. Un personaggio quasi insolente, a cui però il centrodestra non può che aggrapparsi, anche solo per il suo essere molto più credibile di Michetti, l’altro candidato in lizza che sottrae i riflettori nazionali a Damilano anche in questa seconda tornata elettorale. Sembra che Salvini e Meloni torneranno a Torino tra giovedì e venerdì, ma per ora non c’è nulla di ufficiale.

Chi invece venerdì si degnerà di salire a Torino è Enrico Letta, che dopo essere passato in città ad agosto non è più tornato, lasciando il proprio candidato Lo Russo, tra l’altro membro del Pd, senza nessun big a supporto nelle ultime settimane di campagna elettorale. Altro grande assente da Roma è Andrea Orlando, che a Torino è ancora atteso dopo il suo ultimo forfait di luglio (mentre il suo collega del Mise, Giorgetti, con cui discute di crisi aziendali, è venuto a Torino due volte in una settimana). Peccato, perché il ministro del Lavoro sarebbe stato utile per corroborare la propaganda di Lo Russo, che tanto punta sul contrasto alla disoccupazione e che sempre più spesso ripete lo slogan “Torino città del lavoro”. Ma a quanto pare non è stato possibile.

A Lo Russo il Pd ha fatto sentire la propria distanza a causa della sua opposizione all’accordo coi Cinquestelle. Una posizione sostenuta anche da parte della segreteria locale che ha tenuto botta e che ha costretto Francesco Boccia, venuto a Torino per imporre l’accordo col Movimento 5 Stelle, a tornarsene a Roma, dopo una conferenza stampa balbettante. Lo Russo è togliattianamente ritenuto “il migliore” tra i candidati dalla segreteria locale di un partito che è abituato da sempre a considerare la poltrona di sindaco di sua proprietà. Anche lui, come Damilano, è indipendente dai propri superiori romani e questo non gli procura la simpatia dei big del partito.

A Torino entrambi i candidati parlano molto di lavoro: la città ha una disoccupazione giovanile al di sopra della media italiana, ma per Torino sembrano sbloccarsi nuove possibilità, almeno da quanto emerge dal tavolo Stellantis, tenuto proprio da Orlando e Giorgetti insieme all’azienda e ai sindacati lunedì sera. Stellantis ha confermato l’indiscrezione sulla chiusura dello stabilimento di Grugliasco, ma senza esuberi. Continua il lento addio del fu gruppo Fiat a Torino?

Non stavolta. Infatti, il gruppo ha annunciato che la 500 elettrica verrà prodotta solo ed esclusivamente a Mirafiori. Una notizia sufficiente per far dormire sonni tranquilli ai sindacati, che o si lamentano senza crederci troppo, come Francesca Re David della Fiom, oppure esultano cautamente, come Roberto Benaglia della Fim-Cisl. Un ritorno simbolico: l’antenata della 500, che motorizzò l’Italia del boom economico, usciva proprio da Mirafiori. Il ministro Giorgetti, grande sponsor di Damilano al primo turno, ha parlato di “reshoring” per la 500, che oggi è prodotta in buona parte in Polonia. Oggi di 500, tra endotermiche ed elettriche, se ne producono 200mila all’anno: se nel futuro Mirafiori dovesse tornare a produrre un numero di auto del genere (negli ultimi anni siamo sulle 40mila quando va bene), Torino potrebbe addirittura fare pace con una Fiat rea di scappare da anni verso mercati del lavoro più economici.

Intanto, sempre nelle ultime settimane, è diventato chiaro come Torino sia la favorita di Draghi e Confindustria per ospitare la sede italiana di una possibile fabbrica Intel che produrrà chip, un bene ormai richiesto come il petrolio negli anni 70. Chissà, magari il prossimo sindaco di Torino smetterà di parlare a una città in declino.

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