CINEMA/ State of Play: la stampa vista da Hollywood con ritmo e suspense

- Beppe Musicco

L’ultimo film con Ben Affleck e Russel Crowe è notevole dal punto di vista del ritmo e dei dialoghi, anche se la sceneggiatura mostra alcune incongruenze o un eccesso di cliché. GUARDA IL TRAILER.

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Adattato dalla serie televisiva della BBC che porta lo stesso nome, State of Play si svolge per la maggior parte nella redazione dell’ipotetico quotidiano “Washington Globe”; un luogo ricreato con un set vasto, affollato, vivace, e che ricorda molto da vicino quello di Tutti gli uomini del Presidente (un’ispirazione che ritroviamo anche in alcuni riferimenti al palazzo del Watergate e nei ringraziamenti finali al “Washington Post”, il giornale che fece scoppiare lo scandalo che portò alle dimissioni di Richard Nixon).

Il film si apre con l’omicidio di una donna, una ricercatrice dello staff di Stephen Collins (Ben Affleck), un deputato del Congresso degli Stati Uniti. Da subito si capisce che la donna era l’amante del politico e che alla moglie (Robin Wright Penn) tocca l’onere di apparire davanti alla stampa per difendere in qualche modo la loro unione e l’onore del marito.

Il cronista veterano del “Globe” Cal McAffrey (Crowe) è amico della coppia dai tempi dell’università e la sua prima tentazione è cercare di aiutarli in come comportarsi con la stampa, ma la situazione diventa più complicata, perché Collins guida anche una commissione parlamentare che sta indagando sulla delicatissima questione delle spese nascoste per gli appalti militari. Il direttore del giornale (una sarcastica quanto autorevole Helen Mirren), già sotto pressione per il cambio proprietario della testata, spinge il reporter a indagare sulla storia, affiancandogli il blogger del sito del giornale, la giovane Della Frye (Rachel McAdams), inesperta ma capace di sfornare un pezzo dietro l’altro.

Il film è notevole dal punto di vista del ritmo e dei dialoghi, anche se la sceneggiatura mostra alcune incongruenze o un eccesso di cliché (i dialoghi tra McAffrey e la polizia, per esempio). In compenso per tutta la durata del film si respira quell’atmosfera da “È la stampa, bellezza” (Humphrey Bogart ne L’ultima minaccia – 1952) che ci riporta ai classici degli anni ’70 come il già citato Tutti gli uomini del presidente, I tre giorni del Condor o anche Sindrome cinese; tutti film ai quali non servivano effetti speciali per catturare lo spettatore, dato che potevano contare su attori intelligenti, storie interessanti e regie capaci.

Nel film spicca sicuramente Russel Crowe nei panni del cronista navigato, dal fisico non proprio smagliante e dalla pettinatura ridicola, ma che da subito conquista la simpatia del pubblico: mentre guida una Saab che ha conosciuto giorni migliori, piena di cartacce e blocchi di appunti usati, mangia e canta motivetti irlandesi, gettando sul sedile posteriore gli involti delle schifezze comprate in qualche fast-food. Cal è il perfetto reporter “vecchio stile”, nei rapporti con la polizia e con le sue fonti e presto si vede tutta la sua diffidenza nei confronti dei nuovi media e nel rapportarsi a Della, una relazione prima scorbutica, poi collaborativa, che rimane sempre nell’ambito professionale, e che nello scorrere della storia assume l’autentico carattere del rapporto maestro-allievo.

Sceneggiato da Tony Gilroy (Duplicity, Michael Clayton, la serie di Bourne) e diretto da Kevin McDonald (L’ultimo re di Scozia, La morte sospesa), State of Play è un film brillante e dall’atmosfera suggestiva, che anche se nel finale si fa prendere un po’ troppo la mano dal thriller, dipinge una realtà tutt’altro che immaginaria.

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