Roberto Cammarelle/ Il mio addio alla boxe: il pugile si racconta (esclusiva)

- int. Roberto Cammarelle

ROBERTO CAMMARELLE si racconta: il mio addio alla boxe, i successi alle Olimpiadi e ai Mondiali, gli inizi, Milano, i valori del pugilato, il verdetto di Londra 2012 e tanto altro

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Roberto Cammarelle (Infophoto)

Ultimo incontro della carriera per Roberto Cammarelle stasera al Pala Badminton di Milano nel corso del Dual Match tra le Nazionali di boxe di Italia e Francia per celebrare i 100 anni della Federazione italiana di pugilato. Milano, la sua città di nascita, vicino a Cinisello Balsamo, dove Roberto è cresciuto dal punto di vista umano e sportivo. Salutiamo oggi un pugile che ha fatto grande la boxe italiana. Basta ricordare alcuni successi di Roberto Cammarelle: bronzo alle Olimpiadi di Atene 2004, l’oro di Pechino 2008, l’argento a Londra 2012 quando però avrebbe meritato l’oro, toltogli con verdetto molto discutibile a favore del padrone di casa. Due ori e due bronzi ai Mondiali sono altre perle da ricordare di questo splendido rappresentante della squadra sportiva delle Fiamme Oro. Abbiamo sentito proprio Roberto Cammarelle per farci raccontare la storia di un’intera carriera. Eccolo in questa intervista esclusiva per IlSussidiario.net.

Come ha iniziato a fare boxe? E’ stato a 11 anni, quando ero andato in palestra per fare ginnastica per dimagrire. Poi sono rimasto impressionato dall’atmosfera, mi sono sentito benissimo. Volevo diventare il pugile più forte al mondo.

Quali sono stati i suoi maestri? Il primo maestro nella palestra Rocky Marciano di Cinisello Balsamo, la città dove sono cresciuto, è stato Biagio Pierri, ex pugile campione italiano fra i professionisti negli anni ’80. Poi, dopo 9 anni in questa palestra e dopo aver fatto il servizio di leva, sono entrato a far parte della Polizia di Stato nelle Fiamme oro, dove ho incontrato il maestro Giulio Coletta. Sono stati importanti anche tutti i maestri di pugilato che ho avuto in Nazionale, come Falcinelli e Damiani.

A quali pugili del passato si è ispirato? Devo dire che il primo pugile che mi è piaciuto è stato Giacobbe Fragomeni, poi Giovanni Parisi. Poi un pugile come Myke Tyson, che era il più forte e anche il più ricco negli anni ’90.

Qual è stato il più grande pugile della storia? Il più grande è stato Muhammad Ali, un pugile che combatteva con grande tecnica e intuito, un pugile che col suo modo di boxare ha cambiato la storia del pugilato. E’ stato anche un personaggio al di fuori della boxe, veramente unico in tutti i sensi.

Perché invece Roberto Cammarelle non è mai passato professionista? Devo dire intanto che da un punto di vista tecnico non mi piaceva il modo di combattere nel professionismo. Uno show dove vince il pugile che rimane in piedi. Poi da un punto di vista economico non c’era la possibilità di avere un procuratore che ti facesse guadagnare abbastanza nel professionismo. Dovevi andare in Germania o negli Stati Uniti. Oppure tentare il Mondiale come De Carolis, che però non ha preso una grande borsa.

Come definirebbe il suo stile? Tecnico e attendista.

Come mai la decisione di chiudere adesso la sua carriera? Credo che sia inevitabile fare certe scelte. Dopo l’argento delle Olimpiadi di Londra 2012, dove ci fu un verdetto ingiusto, continuai vincendo i Giochi del Mediterraneo nel 2013 e il bronzo ai Mondiali dello stesso anno. Ebbi però la sensazione che non ero molto amato. Presi una pausa di riflessione in cui cominciai a fare il team manager. Poi ho preso la direzione sportiva delle Fiamme Oro a Roma. Ho scelto di disputare gli ultimi due incontri della mia carriera a Roma e Milano, le due città più importanti per la mia carriera e la vita di pugile. Milano poi è il luogo al quale sono legato di più affettivamente. Qui ho iniziato e qui vorrò chiudere la mia carriera.

Cosa si aspetta da questo suo ultimo match? Tanta gente, tanto pubblico al Pala Badminton. Mi sono preparato nel migliore dei modi. Voglio chiudere in bellezza, battendo il mio avversario, dimostrando che sono ancora un pugile di valore. Ci sarà la Nazionale italiana, spero che la gente venga per vedere tutti gli incontri del Dual Match Italia-Francia organizzato per celebrare i 100 anni della Federazione italiana pugilato. So che mi faranno una grande festa, sarò emozionato non lo nego. Sarà qualcosa di speciale questo mio ultimo incontro.

Quali sono stati i suoi successi più belli? Sicuramente l’oro di Pechino è stato bellissimo ma vincere due Mondiali vale ancora di più. Il primo poi lo vinsi a Chicago nel 2007 davanti ad Ali, che era padrino di quella manifestazione. Il secondo a Milano nel 2009 a casa mia, più di così…

Cosa può dirci ad anni di distanza sull’argento di Londra? Fu un verdetto ingiusto, si decise di premiare il pugile inglese anche sotto la spinta del pubblico. Un verdetto casalingo come ne sono successi tanti nella storia della boxe.

Ci può raccontare qualche aneddoto della sua carriera? Non ne ho molti, posso solo dire che sono contento perché rispetto alla generazione precedente si riusciva a trovarsi di più con i pugili delle altre Nazionali. Spesso si andava anche a bere qualcosa dopo un incontro.

Le mancherà la boxe una volta appesa i guantoni? E’ normale, però rimarrò nel mondo della boxe visto che sarà direttore sportivo delle Fiamme Oro. Mi occuperò di tutti i pugili, anche di Domenico Valentino. Spero di poter tirare su qualche campione del futuro. Sono 36 anni che faccio il pugile, per 26 anni a Cinisello Balsamo, da 10 sono ad Assisi. Farò la spola tra Assisi dove abito con la mia famiglia e il centro federale a Roma. Cercherò di dare i miei consigli a chi vuole fare questo sport.

E se suo figlio volesse fare pugilato… Sta per arrivare il terzo, sarà ancora un maschio. Sarebbe bello in effetti se succedesse, una dinastia di grandi pugili della famiglia Cammarelle…

Cosa si potrebbe fare per riportare la boxe ai tempi leggendari di tanti anni fa? In Italia bisognerebbe puntare più sul campione, meno sul personaggio. Mettere in risalto le sue doti tecniche. Nel mondo bisognerebbe evitare che il pugilato si frazioni in tante sigle, come sta succedendo anche al dilettantismo. Poi non capisco la decisione dell’Aiba di aprire ai professionisti la possibilità di partecipare alle Olimpiadi.

Perché consiglierebbe a un ragazzo di fare pugilato? Perché il pugilato arricchisce, forma, fa diventare uomo, cementa il corpo e la mente con ore e ore di allenamento. Sul ring non si va solo per dare pugni. C’è un modo di combattere, uno stile, una tecnica. E’ la noble art.

Cosa pensa dell’apertura del pugilato alle donne? Sono contento che accada. E’ giusto che anche le donne provino questo sport. Magari col tempo faranno passi ancora più importanti. Non credo però che la visibilità del pugilato femminile sia la stessa di quello maschile. (Franco Vittadini)

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