CAMPI FLEGREI/ Quell’azzardo politico che “gioca” con il vulcano di Pozzuoli

- Francesco Maria Capitanio

Il bradisismo dei Campi Flegrei accompagna da tempo la vita di Pozzuoli. La politica si limita a misure urgenti ma manca una piano (vero) per il territorio

napoli vesuvio 1 pixabay1280 640x300 Veduta di Napoli (Pixabay)

Un fatto che si ripete quotidianamente finisce per non essere più una notizia. Gli sciami sismici dell’area flegrea dovuti al bradisismo si ripetono da mesi e quindi non possono avere la pretesa di elevarsi quotidianamente agli onori della cronaca. Soprattutto se, fortunatamente, non cagionano danni a cose e persone. Almeno fino a quando le scosse non si avvertiranno al Vomero a Napoli; in questo caso, i giustamente impauriti cittadini partenopei che si riverseranno in strada per qualche ora, giustificheranno un servizio sul tg regionale o qualche trafiletto nelle cronache locali.

Nel frattempo, il Governo ha varato un decreto-legge recante “misure urgenti di prevenzione del rischio sismico connesso al fenomeno bradisismico nell’area dei Campi Flegrei”. L’efficacia del provvedimento è destinata ad essere verificata nel tempo. Il necessario coinvolgimento di una moltitudine di enti (Protezione civile, Regione Campania, Città Metropolitana di Napoli, comuni dell’area), fa nutrire più di qualche dubbio sul rispetto dei tempi stringenti previsti dal provvedimento. Ma tant’è e nell’area flegrea la vita continua come sempre. Gli anziani del posto ricordano che, in fondo, questo benedetto bradisismo c’è sempre stato e che a causa sua non è mai morto nessuno; anche se chi nel 1970 visse l’evacuazione del Rione Terra (il più antico quartiere di Pozzuoli) non ricorda questa esperienza in modo particolarmente positivo per sé e per la città, che ha impiegato decenni prima di ritornare, più o meno, quello che era stata. Analogamente i vulcanologi si dividono tra potenziali catastrofisti per una possibile eruzione del super-vulcano esistente nella caldera nel mare prospiciente l’area e chi ritiene l’evento relegato ad una probabilità statisticamente trascurabile. Sullo sfondo un piano di evacuazione (mai testato sul campo) relativo ad un evento imprevedibile e che non è aggiornato dal 2019.

In questo panorama c’è qualcosa che stride. Nell’area flegrea, come in tante altre del litorale campano (vedi l’area vesuviana), la natura è da sempre madre e matrigna. Un terreno fertilissimo, una posizione strategica per il commercio e una bellezza che riconcilia con la vita anche nelle situazioni più disperate; di contro, una terra ballerina che va su e giù da quando ancora l’uomo non aveva messo i piedi sul pianeta e un’attività vulcanica ininterrotta che di tanto in tanto (in termini geologici, ovviamente) è un po’ più prorompente del solito. L’ultimo evento risale al 1538, quando una eruzione cambiò letteralmente il panorama della zona con la formazione del Monte Nuovo e la distruzione del villaggio di Tripergole; così, giusto per ricordare chi è il vero il padrone di quel territorio.

Tuttavia, da 2.500 anni l’uomo ha ritenuto che i pro fossero ampiamente superiori ai contro e ha deciso di convivere con questa realtà, tant’è che la zona già in epoca romana pullulava di ville patrizie e imperiali, oggi sommerse dal mare a testimonianza del fatto che l’innalzamento e l’abbassamento della crosta terrestre è fatto risaputo da sempre. Orbene, di fronte ad un fenomeno di cui si conoscono le caratteristiche ma non si possono assolutamente prevedere le tempistiche, chi deve decidere (a tutti i livelli e indipendentemente dal colore politico) può limitarsi ad adottare “misure urgenti”? Intendiamoci, queste sono sempre benvenute e ci auguriamo siano utili ed efficaci. Ciò che manca, bisogna dirlo, è una “politica del territorio”; di fronte ad un problema di tale portata, che per fortuna pone scadenze temporali di decenni quando non di secoli, che idea di territorio la politica si prefigge di perseguire tra 50 anni?

La zona rossa (quella dei comuni più esposti) conta mezzo milione di abitanti; la zona gialla, che in caso di eruzione è esposta alla significativa ricaduta di ceneri vulcaniche, ne contiene altre 800mila. Se consideriamo la alta vocazione turistica della zona arrivare a 1 milione e mezzo di persone coinvolte non è impossibile. Ci chiediamo: quale piano di evacuazione può essere ragionevolmente sostenibile con questi numeri? Tra le tantissime interviste a personaggi, più o meno noti, raccolte per i vari servizi televisivi, un abitante di Pozzuoli poneva la seguente riflessione: “Oramai ci siamo quasi abituati, viviamo in questo fatalismo strano, siamo preoccupati ma sappiamo che è già successo e fortunatamente il bradisismo ci ha sempre dato il tempo di scappare; il problema è che oggi, con tutta la gente che è venuta ad abitare in questa zona, scappare sarà follia allo stato puro e fare abitare tante persone in un territorio del genere è altrettanto folle”.

La realtà dice questo, né più né meno. Eppure dalla politica nessun cenno alla questione. Le “politiche” perseguite sul territorio sono state quelle di porre rigorosi vincoli di inedificabilità e di adeguamento alle normative antisismiche, nulla che abbia una prospettiva nel tempo volta a decongestionare la altissima densità abitativa del territorio. È evidente che ciò non basta. Eppure mai come in questo caso è possibile intraprendere politiche di lunghissimo periodo che si sottraggono alla logica del “consenso” immediato a tutti i costi. È anche vero che può essere una scelta politica “scommettere” sul non verificarsi di un evento eccezionale. Ci può anche stare, purché lo si dica chiaramente; i cittadini non hanno bisogno di essere illusi, anche perché, come testimonia l’amico puteolano, certe cose le capiscono lo stesso.

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