CAOS BOLIVIA/ Gli strappi che spiegano il mandato d’arresto per Morales

- Arturo Illia

La crisi della Bolivia si sta aggravando notevolmente dopo il mandato di arresto emesso nei confronti dell’ex Presidente Evo Morales

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Evo Morales (Lapresse)

La crisi della Bolivia si sta aggravando notevolmente dopo il mandato di arresto emesso nei confronti dell’ex Presidente Evo Morales, a poche ore dalle sue dimissioni a cui si sono succedute quelle del vicepresidente Alvaro Garcia Linera. Poco tempo prima si erano registrate quelle dei presidenti delle Camere. In pratica, il Paese si trova in un vuoto politico unico, dato che non è al momento presente alcuna carica in grado di decidere, anche perché, secondo l’articolo 170 della nuova Costituzione, si ha tempo 90 giorni per indire nuove elezioni. In pratica in questo lasso di tempo (ma non è stato ancora deciso nulla), secondo indiscrezioni appena trapelate, la Presidenza ad interim dovrebbe essere assunta dalla vicepresidente del Senato Janine Agnes, facente parte dell’opposizione.

In queste ultime ore la polizia ha sequestrato l’aereo presidenziale presso l’aeroporto di Cimorè, mentre la situazione del Paese è caotica, dovuta al fatto che la polizia non interviene: saccheggi a imprese e supermercati si sono registrati in tutta la Bolivia, come pure atti vandalici promossi da gruppi di militanti politici.

Nella giornata di ieri si sono registrate manifestazioni pacifiche da parte dell’opposizione, nonostante in un primo momento Morales avesse indetto nuove elezioni, quindi non un ballottaggio connesso alle precedenti. È opportuno ricordare che proprio il risultato della tornata elettorale del 20 ottobre scorso, che ha visto la vittoria dell’ormai ex Presidente, in un primo momento accettato anche da organi di controllo internazionali, si è scoperto viziato da brogli importanti che avevano poi portato l’Osa (Organizzazione degli stati americani) a invitare Morales a un nuovo scrutinio. Le manifestazioni continue e massive da parte dell’opposizione, le proteste della Chiesa e anche delle comunità indigene, ma sopratutto l’ammutinamento della Polizia e dell’Esercito lo hanno costretto alle dimissioni, giustificate con un colpo di Stato in atto da lui annunciato.

Ma per scoprire la verità su questa faccenda bisogna fare alcuni passi indietro: in Bolivia l’esercizio della Presidenza è permesso per due soli mandati. Dopo 13 anni di potere assoluto Morales si voleva candidare per un terzo, nonostante la Costituzione lo proibisca: per questo si era indetto un referendum il cui risultato, con un 51% dei voti contrari, rifiutava l’ulteriore candidatura di Evo. Ma lui ha fatto interpretare dal Tribunale Costituzionale (composto da suoi fedelissimi) la Convenzione interamericana sui diritti dell’uomo in modo che si dovesse tutelare il suo diritto all’elettorato passivo. In questo modo la legge nazionale è stata superata. Quindi, oltre le elezioni manomesse, il fatto più eclatante è che Morales non aveva il diritto di parteciparvi: non è difficile immaginare cosa sarebbe successo dopo la scoperta del voto truccato.

Quindi a dispetto delle teorie cospirative e golpiste che vengono barattate piuttosto ingenuamente da forze politiche populiste o “progressiste”, qui c’è un responsabile di tutta questa gravissima crisi ed è proprio chi non ha minimamente rispettato le regole democratiche che vengono stabilite dalla Costituzione. Il potere “eterno” genera sempre brutte situazioni e quella della Bolivia lo conferma.

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