CAOS ETIOPIA/ “La Somalia non c’è più, i jihadisti vogliono tutta l’Africa centrale”

- int. Stefano Piazza

Il gruppo terroristico somalo di Al Shabaab cerca di entrare in Etiopia. L’Africa centrale rischia di precipitare in un buco nero

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Somalia, attentato a Mogadiscio (LaPresse)

Situazione della massima gravità al confine tra Etiopia e Somalia, esattamente nello stato somalo dell’Etiopia, uno dei tanti in cui si divide la federazione etiope. Gruppi composti da numerosi miliziani appartenenti a Al Shabaab, la formazione jihadista di matrice di al Qaeda che da anni ha gettato la Somalia nel caos, hanno cercato di infiltrarsi in Etiopia. Si sono svolti duri combattimenti al confine con il distretto di Ferfer. Secondo le autorità etiopi almeno 85 jihadisti sarebbero stati uccisi, mentre in un precedente combattimento sarebbero morti almeno 20 soldati etiopi e 154 jihadisti. Secondo fonti dell’Agenzia Fides che opera in questi territori, “si tratta di scontri che si stanno ripetendo con molta frequenza e si teme che Al Shabaab voglia trovare alleati con altri gruppi ribelli etiopi e aprire nuovi fronti in Etiopia”.

In questo scenario, giungono le pesanti accuse del presidente dello Stato regionale somalo dell’Etiopia, Mustafa Muhumed Omar “Cagjar” che ha accusato Egitto e Somalia di essere dietro a questo tentativo di destabilizzazione. Come si sa, tra Addis Abeba e Il Cairo c’è una dura polemica in corso per via dell’inaugurazione negli scorsi mesi della Grande diga della rinascita etiope (Gerd) costruita sul fiume Nilo che priverebbe l’Egitto di parte dell’acqua fonte vitale per la sua sussistenza.

“Non penso sia minimamente immaginabile che un uomo come il presidente al Sisi che da sempre combatte strenuamente l’estremismo islamista possa avere dei contatti con Al Shabaab” ci ha detto Stefano Piazzagiornalista, saggista, esperto di terrorismo islamico. “Quello a cui stiamo assistendo è piuttosto l’apertura di un altro elemento di destabilizzazione, l’Etiopia, in un quadro che dal Sahel alla Golfo della Guinea vede ormai un’Africa abbandonata all’estremismo radicale con le conseguenze del caso”.

Non i soliti attentati terroristici, ma un autentico tentativo di infiltrazione militare di Al Shabaab in Etiopia con formazioni preparate e consistenti. L’Etiopia accusa Egitto e Somalia di essere dietro a tutto questo, cosa c’è di vero?

Escludo assolutamente il coinvolgimento dell’Egitto. Al Sisi non darà mai copertura ad Al Shabaab, che significa al Qaeda. L’Egitto è sotto scacco di al Qaeda, è un nemico mortale e viceversa, al Sisi i qaedisti lo vorrebbero bruciare vivo.

Quindi quanto denunciato dal presidente dello Stato regionale somalo dell’Etiopia sarebbe solo propaganda, soffiare sul fuoco per via dei contrasti esistenti tra i due Paesi sulla nuova Grande diga etiope?

Direi proprio di sì. Si tratta di contrasti regionali in cui si cerca di dare responsabilità all’Egitto, ma, ripeto, sono persuaso che al Sisi non abbia niente a che fare con quanto sta accadendo.

E la Somalia, dove Al Shabaab controlla gran parte del Paese?

La Somalia è in una situazione disastrosa, è un non-Stato da molti anni, da quando sono arrivati i gruppi islamici. Al Shabaab è padrone di buona parte dello Stato, qualche giorno fa c’è stato un nuovo attentato in cui hanno ricominciato a usare i kamikaze dopo tempo che non lo facevano più.

In Somalia è stato eletto da poco di nuovo presidente Hassan Sheikh Mohamud, già capo dello Stato dal 2012 al 2017. Ha qualche chance di riportare il Paese a una passabile normalità?

Si deve misurare con una situazione drammatica e irrisolvibile, al momento. Essendo già stato presidente conosce bene la situazione, ma sa anche di aver già fallito una volta.

Lo scorso maggio sono tornate in Somalia truppe americane, dopo la decisione di Trump di ritirarle nel 2021. Cosa significa questo?

Si tratta di un numero ridottissimo, 450 uomini, che potranno fare ben poco in un Paese così grande e così devastato. L’intelligence statunitense stima che nel Corno d’Africa ci siano tra i 5 e i 10mila combattenti attivi di Al Shabab in grado di creare potenziali minacce di azione in Occidente. Va detto che forze speciali che si occupavano soprattutto dell’uso dei droni per dare la caccia ai capi di al Qaeda sono sempre rimaste.

Tornando all’Etiopia, la guerra in Tigray di cui non parla più nessuno e questi tentativi di infiltrazioni ci dicono di un Paese che rischia la destabilizzazione…

L’Etiopia è come tutti o quasi i Paesi africani. C’è una crisi alimentare in atto causata dalla siccità di cui quasi nessuno parla da noi, ma mezzo milione di persone è in carestia in alcune regioni di Somalia e Etiopia, mentre in Kenya 3,5 milioni soffrono già la fame. Questi Paesi si stanno avvitando verso spirali di autodistruzione difficili da comprendere. Guardiamo a quello che succede nel Mali, nel Burkina Faso, nel nord della Nigeria. In tutti questi Paesi agiscono poi grandi potenze come la Cina e la Russia che contribuiscono alla destabilizzazione, mentre i francesi si stanno ritirando.

Responsabilità dell’Occidente?

La responsabilità è prima di tutto dei governi locali controllati da questi satrapi e anche di parte dell’Occidente, che con alcuni di questi dittatori ha fatto comunella.

Un quadro di destabilizzazione che va dal Sahel al Golfo di Guinea all’Etiopia. Non è un bel quadro per noi europei.

Per l’Europa questo processo di destabilizzazione è una bruttissima notizia. Tutto quello che succede oltre il Mediterraneo è un grave problema che ci tocca e ci toccherà sempre di più.

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