CAOS INPS/ La lezione di Billia ai “manager” del settore pubblico (e ai politici)

- Mauro Nori

Il contraltare dello scandalo “furbetti” è il ruolo singolare svolto dall’Inps in questa vicenda. Conviene ristudiare la figura di Gianni Billia (1934-2004)

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Piemontese, ingegnere minerario, cresciuto alla scuola di formazione dell’Iri, Gianni Billia, già segretario generale delle Finanze, direttore generale della Rai e presidente dell’Inail, è stato il fondatore della moderna Inps. Sotto la sua gestione l’Inps si è conquistato nel tempo, con la continuità dei risultati e, soprattutto, con l’imparzialità amministrativa una solida credibilità sociale. Un visionario pragmatico, dal carattere scomodo, ha rappresentato e rappresenta un modello per tutti quelli che desiderano approdare con successo a qualsivoglia risultato nella pubblica amministrazione.

Insofferente antagonista della burocrazia, dell’Inps fece un modello. Precursore della digitalizzazione dei servizi pubblici, costrinse negli anni 80 generazioni di 50enni ad utilizzare l’informatica e gli strumenti operativi delle aziende private, l’approccio sistemico alla soluzione dei problemi, l’utilizzo di sistemi strutturati di pianificazione e di controllo di gestione e robusti sistemi premianti legati ai risultati.

Nelle sue “aziende” era vietato ai dirigenti lamentarsi della carenza di personale. Chi lo faceva – nel suo credo di docente dei processi produttivi –, non era in grado di organizzare le risorse del proprio ufficio. Inclusivo e super partes, straordinaria fu la coabitazione con il presidente Cgil Giacinto Militello, nel periodo della divisione del mondo in distinti ambiti d’influenza politica che vedevano escluse dalla piena legittimazione democratica larghe fasce di rappresentanza sociale.

Feroce nel raggiungimento dei risultati, dimostrò in un periodo nel quale il liberismo assumeva nuova dignità e vigore che anche nel pubblico si potevano raggiungere performance delle aziende private. Questa la sua cifra. Innamorato dell’uso dell’autocertificazione – introdotta dal suo amico Franco Bassanini –,  penalizzava le strutture che scaricavano sul cittadino l’onere della prova di informazioni già in possesso dell’amministrazione.

Del tutto innovativo il suo credo sulle norme. “Per un dirigente pubblico la norma non è il fine, ma un vincolo nella realizzazione del fine che è e resta la soddisfazione dei bisogni dei clienti”. Anche il linguaggio era nuovo. La scelta del termine cliente e non utente – negli anni 80 – sottintendeva la possibilità di scelta del cittadino e sullo sfondo un concetto innovativo, la contendibilità anche dei servizi pubblici: “se non lo fai tu, prima o poi lo farà qualcun altro al tuo posto”.

Molteplici i suoi successi. Tutti legati alla sua visione aziendale della gestione pubblica. La realizzazione della prima agenzia pubblica – collaborando alla creazione della legge di riforma degli enti previdenziali n. 88/89 – che superò l’amministrazione per decreto con quella di gestione e delibera del consiglio di amministrazione, o l’introduzione all’Inail del principio del bonus–malus, mutuato dalle assicurazioni private, con riduzioni del premio assicurativo per le aziende virtuose sotto il profilo della sicurezza. Celebre e più che mai attuale il suo pensiero: “l’efficienza riduce il clientelismo e la corruzione, se liquidi una prestazione in 30 giorni, non occorrerà chiedere un favore per ottenere un diritto”. Nemico delle giustificazioni e della verbosità, era solito ripetere una citazione di Brecht a chi non raggiungeva un risultato: “la maggior parte delle spiegazioni sono giustificazioni”.

Sarebbe utile che l’eredità e la costruzione del valore dei risultati di esempi come Gianni Billia fosse oggetto anche solo della curiosità delle attuali classi dirigenti, anche politiche. Un’amministrazione della cosa pubblica che se  fondata sulla capacità e la competenza renderebbe più accettabile anche l’identità e l’appartenenza.

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