CAOS PD/ Bonaccini o Schlein, dritti verso il partito dei garantiti (e Calenda ringrazia)

- Paolo Torricella

L'assemblea Pd litiga sulle correnti, ma approva una modifica statutaria che consente agli esterni (come la Schlein) di candidarsi alla segreteria

pd nazareno sinistra 2 lapresse1280 640x300 La sede del Pd a Roma (LaPresse)

La ricetta per il Pd che dovrà fare opposizione al governo di Giorgia Meloni è in mano due cuochi con idee molto diverse, pur provenendo dalla stessa terra. Il Pd emiliano-romagnolo festeggia la sua leadership con ben due candidati alla segreteria nazionale. Stefano Bonaccini da una parte ed Elly Schlein dall’altra. Entrambi allevati sotto la Torre degli Asinelli. Entrambi con lo stesso accento dell’ultimo leader di centrosinistra vincitore alle elezioni: Romano Prodi.

Tuttavia la radice comune si ferma al dato geografico. Prodi era un cattolico democristiano con lo sguardo a sinistra. Gli attuali contendenti vengono dalla sinistra più vicina al vecchio Pci. Bonaccini è un prodotto del vivaio di partito, ha costruito con pazienza la sua carriera, votandola al buon governo, al riformismo laico. Folgorato da Renzi, guida una regione ricca ed ha da sempre manifestato un’idea di modernità che ha però poco appeal sulla parte più massimalista del partito.

La Schlein ha molta modernità nel suo modo di presentarsi. Sposa la linea alla Ocasio-Cortez fatta di diritti e rivendicazioni antiche, di tradizione coniugata col gergo dei millennials. Ha dalla sua buona parte dell’apparato degli ex Pci dalemiani, un tocco di Franceschini ed una dose di estimatori della linea del ritorno al passato. La sua candidatura serve a lanciare un messaggio ed una sfida a Conte. Con i temi della giustizia sociale e dei diritti si vuole porre un argine alla fuga di consenso verso i 5 Stelle. Aprire una fase di dialogo utilizzando una giovane donna che possa porre il Pd in un agone competitivo con i grillini, dialogando con loro ma tenendosi autonomi.

Bonaccini, invece, punta sulla struttura di governo del Partito. Sa bene che cosa sia la fatica dell’amministrazione quotidiana e per questo molti amministratori locali e parte delle correnti lo vedono più solido e meno evanescente.

Sennonché il Pd ha ancora da comprendere a che serve esso stesso come partito. La storia recente dice che il voto popolare delle periferie del Nord e del Mezzogiorno è preda di altri. Ed il ceto borghese che si rivede nel Pd ha poco a che vedere con il reddito di cittadinanza e le politiche di redistribuzione spinte che si vogliono porre in essere da un parte dei sostenitori della Schlein. Anzi, perdere il contatto con il ceto medio, gli impiegati, la piccola borghesia illuminata, può portare al successo Renzi e Calenda che non vedono l’ora di aprire le porte ai delusi della potenziale deriva massimalista che un Pd tutto intento a ricorrere i 5 Stelle rischia di prendere.

A questo punto sarà bene che si comprenda, da parte del Pd, se la sua vera dimensione nella modernità sia quella del proporre garanzie (e quindi uno stato sociale più ampio e presente con una tassazione più elevata) o spingere per un dinamismo sociale a cui affidare, con garanzie ampie ma limitate, la libera espressione di sé ai cittadini. In pratica, se il Pd punta al riformismo anglosassone o al socialismo brasiliano.

Non è questione da poco. L’elettorato vede la contraddizione tra ciò che il partito è e ciò che si crede di essere. E non digerisce questa confusione. L’effetto è che sia i riformisti che i più massimalisti si sentono, entrambi, presi in giro. Nessuna delle due anime si sente a proprio agio nel votare per il Pd. In pratica il fallimento del tentativo di mediazione interna al partito tra le sue anime provoca un effetto distopico in termini di comunicazione e posizioni politiche, a cui fa seguito una generale disaffezione colmata solo dalla ormai vituperata categoria degli “elettori abituali”. Un po’ come voler proporre ai clienti affezionati di un ristorante storico che va avanti da anni un nuovo menù con una commistione tra una cucina vegana che propone bacche e radici unita alla cucina molecolare con sfere al gusto di ragù. Il rischio è che anche il cliente abituale, disorientato, smetta di affidarsi al noto ristoratore e che la clientela più esigente, attratta dalle novità, finisca per non accettare  un menù ibrido.

Si comprende quindi che non conterà per il Pd tanto chi sarà il cuoco, quanto capire che, come insegnò il professor Prodi anni fa, è importante saper far bene le tagliatelle al ragù per tenere aperta la bottega: rimettere insieme, in pratica, i riformisti ed i massimalisti per fare un proposta di governo credibile e innovativa che riparta dai temi dell’economia e dei diritti declinati in modo equilibrato e non ceda alla tentazione della spaccatura. Il rischio è che si vada da chi le ricette liberali o quelle populiste le conosce meglio e che la vecchia osteria rischi di trovarsi senza più avventori. Con il nuovo cuoco che penserà, a quel punto, di cambiare anche nome all’insegna per marcare la nuova identità. Il rischio c’è. E per parte del partito è addirittura una speranza.

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