CAOS SIRIA/ “Turchia e Usa hanno lasciato entrare i terroristi, la Russia ci difende”

- int. Firas Lutfi

“Ridateci il nostro Paese”: è il grido che giunge dal popolo siriano, dilaniato da otto anni di guerre per motivi politici ed economici decisi da altri paesi

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Famiglia curda in fuga da Ras al Ain (LaPresse)

CAOS SIRIA/ “Siamo un giocattolo nelle mani di interessi altrui”

CAOS SIRIA/ “Siamo in balia di interessi stranieri ma non perdiamo la speranza”

CAOS SIRIA/ “Turchia e Usa hanno lasciato entrare i terroristi, solo la Russia ci difende”

 

Un giocattolo nelle mani di interessi internazionali: questa è oggi la Siria dopo otto anni di guerra. Lo spiega, da Aleppo, padre Firas Lutfi, Superiore del collegio di Terra Santa nella città martire della Siria e Ministro dei frati minori di Siria, Libano e Giordania: “Il governo siriano non ha la forza per poter trovare soluzioni, la guerra che si è combattuta nel nostro paese sin dai tempi della cosiddetta Primavera araba è sempre stata giocata a livelli più alti, internazionali. Oggi noi dobbiamo accogliere e sperare in qualunque seppur minima iniziativa di dialogo, come quella che hanno intrapreso Russia e Turchia”. La preoccupazione, aggiunge padre Lutfi, è che “quando si scatena un conflitto tutti sono colpiti: curdi, cristiani e musulmani. Ma a soffrire di più sono proprio i cristiani, che oggi rischiano l’estinzione”.

Come giudica la situazione della Siria dopo l’accordo tra Russia e Turchia?

La cosa più importante, sempre, davanti a un conflitto, è il dialogo. Di qualunque tipo esso sia. È chiaro che avremmo il desiderio di essere noi siriani a decidere il nostro futuro, ma il conflitto in atto in questi giorni si gioca purtroppo ancora una volta a livello internazionale, un livello più grande della Siria stessa. Per questo accogliamo positivamente ogni segnale di distensione e di colloquio a livello internazionale.

Non ha l’impressione che ci sia una sorta di accordo tacito fra Turchia e Russia per spartirsi la Siria?

La Turchia ha deciso di intervenire per ben trenta chilometri in un territorio sovrano e indipendente. Nessun paese al mondo è stato in grado di dire a Erdogan di fermarsi, se non la Russia.

Vi sentite traditi dagli Stati Uniti?

I curdi, che da sempre hanno combattuto lo Stato islamico, erano appoggiati dagli Stati Uniti e poi sono stati lasciati dagli stessi alleati in balia di un destino davvero ignoto e tragico. Non si capisce quale sia la posizione americana. È noto a tutti che questi territori sono i più ricchi della Siria in termini di fonti energetiche: hanno dato il via libera ai turchi ritirandosi in Iraq e adesso lasciano che l’esercito russo controlli questi territori.

Lei, che da sempre è impegnato in prima linea, cosa pensa di tutto questo?

Nonostante tutto, vedo uno scenario di speranza. I recenti colloqui tra Turchia e Russia hanno stabilito che la Siria deve tornare a essere un territorio unico e indipendente. È un primo passaggio per ridare in mano ai siriani il loro Stato.

È davvero fiducioso, nonostante l’intreccio di interessi internazionali che aleggiano sulle teste dei siriani?

Ha ragione, ma questo conflitto è sempre stato internazionale sin dalla Primavera araba. Siamo in balìa di decisioni prese al di sopra della nostra volontà e chi ne paga le conseguenze sono  i civili. L’unica alternativa è mettersi attorno a un tavolo a discutere insieme. Che si dica la verità: se è vero che si vogliono combattere i terroristi, tutti i siriani sono d’accordo. Ma se ci sono altri interessi, politici ed economici, allora ce lo dicano chiaramente. Per nove anni in Siria ciascuno ha fatto quello che voleva. I turchi lasciavano entrare i terroristi e gli americani facevano lo stesso. Noi vogliamo che diventi subito applicabile quanto promesso: che sul nostro territorio non ci siano più eserciti stranieri.

Quanto è preoccupato che i miliziani dell’Isis, approfittando di questa caotica situazione, si possano riorganizzare?

Sì, la paura c’è. I siriani temono che i tanti jihadisti dell’Is e di altre fazioni islamiche fondamentaliste, detenuti nelle prigioni dai curdi, possano sfuggire a ogni controllo. È un problema che chi sta discutendo sulle sorti della Siria deve porsi. Questo è il risultato a cui portano le armi e i bombardamenti. Solo il dialogo permette soluzioni concrete, non gli slogan a cui ci hanno abituati.

(Paolo Vites)

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