CAOS TUNISIA/ “Rabbia sociale e jihadisti, il dopo-primavera araba non è finito”

- int. Gian Micalessin

La Tunisia piomba di nuovo nelle rivolte popolari contro la gravissima crisi economica che la attanaglia. Ed è una cattiva notizia anche per il nostro paese

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Le manifestazioni in corso in Tunisia

Dalla Rivoluzione dei gelsomini di esattamente dieci anni fa, che avrebbe destituito il presidente Ben Ali, innescando il primo caso di Primavera araba, ben presto poi dilagata in Egitto, Libia e Siria, alla Rivoluzione degli affamati. Nei giorni scorsi l’intera Tunisia è stata investita da violenti scontri tra popolazione e forze dell’ordine che hanno portato all’arresto di oltre 600 persone, tutti giovani tra i 15 e i 25 anni. Come ci ha detto l’inviato di guerra de Il Giornale Gian Micalessin, “sono anni che perdura questa situazione, data l’enorme crisi economica provocata da governi che, grazie alla Primavera araba, si sono dimostrati incapaci di condurre il paese, rivolte popolari non sostenute dalla maggioranza della popolazione e che si consumano presto”. Esiste però una rabbia sempre più profonda in un paese che si trova in una situazione di precarietà socio-economica, aggravata prima dagli attacchi del terrorismo del 2015, che hanno portato al crollo di una delle industrie più fiorenti del paese, il turismo, e adesso dalla pandemia. “Una situazione” dice ancora Micalessin “che danneggia l’Italia per via di un flusso migratorio notevolmente in aumento dalla Tunisia”.

Il ministero della Difesa tunisino ha annunciato il dispiegamento dell’esercito se i tumulti popolari dovessero continuare. Davanti a che fenomeno ci troviamo?

La situazione è così da anni in Tunisia. Dopo la lunga crisi della scorsa primavera, questo è il frutto del grande fallimento delle primavere arabe che hanno portato grande povertà, disoccupazione e malessere sociale, che da una parte sfocia nell’adesione a movimenti islamisti soprattutto nel sud del paese e dall’altra produce questi fuochi di paglia di rivolte, che comunque sono destinati, come già successo, a sfumare, perché la maggioranza della popolazione si guarda bene dall’appoggiarle in toto: le conseguenze sono pesanti dal punto di vista della repressione.

I rivoltosi lamentano la totale incapacità dei governi che si sono succeduti in questi dieci anni a fare qualcosa per risolvere la crisi economica. Come mai questo?

Soprattutto il crollo del turismo ha colpito dal punto di vista economico il paese, dopo gli attacchi terroristici del 2015.

Però a differenza di Siria, Egitto e Libia la Tunisia è l’unico paese dove la Primavera araba non ha portato colpi di Stato, guerre civili, e invasioni internazionali.

La Tunisia si è differenziata dagli altri paesi per via di una società laica più evoluta, meno soggetta a essere lambita dalle fantasie di una rivoluzione islamista e poco attratta dalle rivendicazioni dei Fratelli musulmani, che hanno guidato la forza emergente delle primavere arabe. Va poi detto che i Fratelli musulmani tunisini sono più moderati di quelli egiziani, libici e siriani.

Come vedi il quadro attuale?

La Tunisia si è subito scostata dalle tentazioni islamiste, adesso però ha un partito che gode di un grande appoggio popolare che rivendica il ritorno al vecchio regime di Ben Ali e questo provoca un duro scontro all’interno del Parlamento e del governo.

Infatti proprio nei giorni scorsi è stato effettuato un rimpasto di governo e si è in attesa del voto di fiducia della Camera dei deputati. Sei in grado di fare una previsione?

Non ho idea, è impossibile dire come si evolverà la situazione. C’è una grande instabilità, tutti i partiti sono senza maggioranze adeguate e devono basarsi su alleanze molto fragili. Nessuno accetta di allearsi con i Fratelli musulmani proprio perché sono stati loro a dare il via alla Primavera araba che ha portato alla caduta del regime e quindi c’è grande frammentazione. Difficile immaginare un governo coeso.

Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un aumento dei migranti provenienti della Tunisia. L’instabilità del paese quanto ci danneggia?

Molto. Sta provocando gravi conseguenze per l’Italia. Siamo davanti a un esodo dalla Tunisia che è fatto da chi cerca lavoro, ma anche da delinquenti comuni, facilitato dalle forze dell’ordine, che così si liberano di tante persone poco gradite, lasciando che si imbarchino verso altri lidi.

Ci sono anche terroristi jihadisti?

Anche, come abbiamo visto nel caso della decapitazione nella chiesa di Nizza ad opera di un finto migrante partito dalla Tunisia e passato per il nostro paese. La Tunisia è uno dei due grandi bacini del terrorismo che minaccia l’Italia, chiusa da due parti: da un lato, appunto, la Tunisia e dall’altro i Balcani, dove si addensa un fondamentalismo islamista proveniente da Kosovo e Bosnia.

La Francia non gioca nessun ruolo in Tunisia in quanto ex potenza coloniale?

Gioca un ruolo limitato che non aiuta, se non a livello di sicurezza, ma non è un ruolo determinante. Al momento una influenza politica della Francia non si vede.

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