CAOS TURISMO/ Così l’assenza degli stranieri pesa anche sulla stagione invernale

- Alberto Beggiolini

Continua a farsi sentire la mancanza di turisti stranieri nel nostro Paese, sia nella località di montagna che nelle grandi città

quarantena chi arriva Regno Unito
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Le previsioni sull’andamento turistico, di questi tempi, somigliano pericolosamente ai vaticini dei tarocchi. Così quelle 3,4 notti fuori casa nel lungo ponte dell’Immacolata, con un giro d’affari di oltre tre miliardi di euro, profetizzate dall’indagine di ACS per Federalberghi licenziata appena lo scorso 3 dicembre, risultano già adesso poco aderenti alla situazione reale.

E la “prova generale” in vista delle vacanze di Natale, tutto sommato, non sta provando niente, se non un andamento sinusoidale, un continuo stop and go frutto delle indecisioni, dell’ancora scarsa consuetudine alle nuove regole, oltre ovviamente all’andamento della pandemia. Questo “ponte” ha visto comunque montagne praticamente ovunque ben imbiancate, naturalmente o artificialmente (la neve “programmata”), piste battute e attrezzate, protocolli di sicurezza finalmente sdoganati dal ministero (capienza all’80% per gli impianti chiusi, green pass semplice e via dicendo), e ha visto arrivare un buon numero di sciatori. 

“Tutto è andato bene – ci dice Valeria Ghezzi, presidente Anef, l’associazione degli impiantisti aderente a Confindustria -, senza particolari assembramenti e nel giusto rispetto delle regole. Buona anche l’affluenza nel week end, vicina ai valori del 2019”. “Siamo partiti bene, con buona affluenza e molto interesse – ci conferma Andy Varallo, presidente del carosello Dolomiti Superski -: una prima cartolina invernale che ci aiuta, confidando in un andamento più favorevole della pandemia, sia per il periodo strettamente natalizio, ma anche per quello successivo. Dal Governo abbiamo avuto tutte le indicazioni sulle possibilità di agire sia in zona bianca che in quella arancione. In ogni caso, speriamo che si riesca a ridurre il pressing sugli ospedali. Nel frattempo, il nostro nuovissimo skipass agganciato con il greennpass sta dando ottimi risultati: riusciamo così a controllare ogni singolo utente presente nel comprensorio”. Un’esperienza assolutamente positiva, tanto che il ministro alle infrastrutture e alla mobilità Enrico Giovannini sta studiando la possibilità di esportarla anche per gli accessi sui mezzi pubblici.

Buona affluenza, insomma, ma in molte località a singhiozzo, senza quell’esaurito che ci si augurava. E non poteva che andare così, vista la situazione che vede parecchie regioni (dopo Friuli e Alto Adige) sull’orlo di un cambio peggiorativo di colore a ridosso del Natale, come Lombardia, Calabria, Veneto. “Ma con l’entrata in vigore del super green pass – ci dice l’assessore regionale veneto al Turismo, Federico Caner -, anche nelle zone in eventuale arancione si potrà sciare, grazie al pass rafforzato. Per le zone bianche e gialle sarà invece possibile esibire solo il pass base. Inoltre, per gli impianti di risalita al coperto, come richiesto a gran voce dalle Regioni, la capienza potrà essere all’80 per cento, mentre per quelli totalmente all’aperto la percentuale può salire al 100. Tutte misure che ci consentono di far ripartire la stagione in sicurezza”.

Quindi bene, sì, ma ancora non benissimo, viste le attese e la voglia di neve per gli appassionati che erano fermi da venti mesi. Si resta ancora in attesa dei bollettini, di nuove certezze, di terze dosi, di prenotazioni, e soprattutto di stranieri, quei turisti che tra Natale e marzo garantivano oltre la metà dei fatturati e che adesso si ritrovano spesso limitati nei viaggi, come ad esempio gli inglesi (tamponi costosi al rientro e attesa dei risultati in isolamento) o i russi (magari vaccinati, ma con sieri non riconosciuti dall’Ue). Gli stranieri andrebbero motivati, ma non risultano attivati particolari corridoi incoming a livello comunitario (difficili, vista l’espansione a macchia di leopardo del virus): ogni Paese, perfino ogni Regione, Land o Dipartimento che sia procede per suo conto, applicando regole quasi sempre diverse e a volte anche catalogando le destinazioni sotto livelli diversi di pericolosità, pur a parità di dati. Una confusione che non porta bene all’industria del turismo, che dovrebbe vivere di osmosi internazionale, e che in Italia vale 60 mila posti di lavoro, 12 miliardi di fatturato e quasi il 2% del Pil. 

Conseguenze? Un esempio su tutti: a Cortina, la “perla delle Dolomiti”, passata dai cinepanettoni alle scritte in cirillico sui negozi, si sta consumando la fashion week, una settimana della moda (molto stile milanese) in slalom tra i nuovi punti vendita di Gucci o Vuitton, ideata e progettata con un occhio evidentemente puntato alle presenze straniere, che invece s’è dovuto specchiare in riflessi più… autarchici.

Detto della montagna, fortemente intenzionata a resistere qualsiasi saranno i colori dei suoi territori, per le città il bollettino del ponte appena trascorso è “di guerra”, in un cronicizzarsi della lunga crisi che non molla ormai da troppi mesi. Molte le cancellazioni, camere occupate non più del 60%, nelle strutture aperte, ma a Roma ad esempio molte sono ancora chiuse (350 non hanno mai riaperto). Milano cerca di risalire la china lanciando la seconda edizione del “fly to Milan”: se si prenotano due notti in hotel, una terza viene offerta in omaggio, il tutto per incentivare i flussi in arrivo, drasticamente ridimensionati fin dall’inizio della pandemia. A Venezia la Confesercenti prevede cali dell’80%, e ricorda anche le difficoltà degli imprenditori legate all’imminente inizio dei rimborsi dovuti sui finanziamenti aperti per sopravvivere alla crisi Covid, invocando la riattivazione dei contributi per i centri storici colpiti dalla mancanza di turismo, il bonus istituito con il dl di agosto 2020 a sostegno delle attività commerciali danneggiate dal calo delle presenze turistiche straniere causato dal Covid.

Oggi i maggiori operatori dell’hotellerie italiana puntano al 70/30, cioè settanta per cento di presenze italiane e trenta di quelle straniere, sostenendo che sarebbe già così un successo, visto il quasi azzeramento dei viaggiatori d’Oltralpe registrato l’anno scorso. Ma tutti sanno che è solo un equilibrio da dove ripartire, per tornare il più in fretta possibile al 50/50 che da sempre promuoveva l’appeal del nostro Paese quale uno dei più forti al mondo.

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