CAOS UCRAINA/ Biden-Putin, guerra “congelata” con l’incognita Turchia

- int. Fausto Biloslavo

Si alza la tensione ai confini dell’Ucraina: truppe russe pronte a invadere la regione contesa del Donbass. Biden propone un incontro a Putin

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Il presidente russo Vladimir Putin (LaPresse)

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha proposto a Vladimir Putin un incontro faccia a faccia in “un Paese terzo” davanti al possibile riesplodere del conflitto russo-ucraino. Con la scusa di esercitazioni militari, infatti, l’esercito russo ha dispiegato negli ultimi giorni una forza composta da ben 41mila soldati, mentre altri 42mila sono attivi in Crimea. Al centro c’è la regione contesa del Donbass, la cui popolazione è di maggioranza russa e che chiede di unirsi alla madrepatria. Incidenti si succedono ormai da mesi, nei giorni scorsi un soldato ucraino è stato ucciso dai ribelli filo-russi. “È uno dei tanti conflitti congelati” ci ha detto in questa intervista Fausto Biloslavo, corrispondente di guerra de Il Giornale e di altre testate “e come tutti questi tipi di conflitti è sempre destinato a riaccendersi.

La presidenza Biden ha riportato in primo piano uno scontro diretto con la Russia, motivo per il quale assistiamo a questo dispiegamento di forze. È necessario che i due leader si incontrino perché i dossier sul tavolo da affrontare sono molti e non riguardano solo l’Ucraina”.

Un dispiegamento militare russo al confine con l’Ucraina giustificato come esercitazione militare, accompagnato dall’accusa nei confronti della Nato di “aver trasformato la regione in una polveriera”. È così? Chi sta cercando veramente di dar fuoco alle polveri?

Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni fa parte del braccio di ferro internazionale inaugurato con la presidenza Biden nei confronti della Russia. Non è un caso che in queste ore Biden e Putin abbiano parlato al telefono. È vero che i russi hanno mandato truppe, ma è anche vero che da parte ucraina si torna a fare la voce grossa sul Donbass, dove c’è una tregua guerreggiata, dove ci si spara da anni, ma sotto controllo. C’è poi il problema della Crimea, invasa dai russi nel 2014 e che difficilmente tornerà all’Ucraina. Infine, ad accendere il tutto c’è la richiesta dell’Ucraina di aderire alla Nato, che per la Russia sarebbe un pugno nell’occhio, per non dire molto peggio.

Hai detto che questa escalation è favorita dalla nuova presidenza americana, perché?

Biden con le sue ormai famose parole “Putin è un assassino” ha creato un clima da Guerra fredda e i russi non stanno con le mani in mano. Una flotta militare americana ha fatto richiesta alla Turchia di poter entrare nel Mar Nero, con la probabile intenzione di arrivare nei pressi del porto di Mariupol, che è molto vicino alla linea del fronte.

La Turchia per la convenzione di Montreux ha il diritto di far passare o meno navi militari dallo stretto del Bosforo. È un paese membro della Nato, ma negli ultimi tempi si è avvicinato alla Russia. Che decisione prenderà Erdogan?

Sarà interessante vedere cosa deciderà, in realtà se non ci sono ancora notizie è perché hanno già deciso di farle passare. È indubbio che la Turchia fa parte della Nato sul fianco sud ed è difficile che dica no a delle navi americane, però non è detto, perché pur in un rapporto di odio e amore sullo scacchiere internazionale come in Libia ha ultimamente stretto rapporti saldi con Mosca. La Turchia non si trova bene nella Nato come una volta.

Biden ha chiesto un incontro con Putin in un paese terzo. Si concretizzerà?

Sarebbe giusto che si concretizzi, perché sono tanti i fronti caldi e i dossier sul tavolo da discutere, non solo in Europa: ci sono la Libia, l’Afghanistan, la Siria, la Cina, il fronte dell’Estremo oriente che riguarda Taiwan. Gli argomenti sono tanti, per cui un incontro sarebbe utile e produttivo, migliorerebbe la situazione invece che peggiorarla come sta accadendo.

Una soluzione per il Donbass ci potrà mai essere?

Rimarrà una spina nel fianco. Il presidente ucraino, che sembrava potesse riallacciare i rapporti con Mosca, non c’è riuscito, in parte non l’ha voluto o potuto perché lo tirano per la giacchetta gli ultranazionalisti. Sebbene siano una minoranza, sono una minoranza armata con un forte seguito. Non ci penserebbero due volte a farlo dimettere, se lo accusassero di tradimento sul Donbass. Non ci sono grandi alternative: se non ci sarà un accordo con Mosca, rimarrà un potenziale conflitto che non verrà mai disinnescato. La situazione è così da anni, c’è una difficilissima road map in ballo da anni, che ha creato una tregua combattuta congelando il conflitto. Ma si sa, i conflitti congelati ogni tanto riesplodono, come appunto sta succedendo adesso.

(Paolo Vites) 

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