CARRÓN/ Educazione: oltre lo scetticismo degli adulti e le ferite dei giovani

- Nicola Itri

Il libro di Julián Carrón “Educazione. Comunicazione di sé” entra nel vivo dell’emergenza educativa. Per superare scetticismo degli adulti e ferite dei giovani

Julián Carrón
Julián Carrón (Foto dal web)

È appena stato stato pubblicato il libro, di piacevole e agile lettura, scritto da don Julián Carrón Educazione. Comunicazione di sé (San Paolo, 91 pagine, 5 euro) come contributo del presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione alla giornata voluta da Francesco per il 15 ottobre di quest’anno e che il Papa ha chiamato giornata per “Ricostruire il patto educativo globale”.

Scrive don Carrón nell’introduzione al volume: “È difficile immaginare una sfida più grande di quella educativa. Lo sconcerto domina, infatti, dappertutto per la vertigine che sperimentano gli adulti (genitori e educatori di ogni genere) e i giovani. Mai come in questi tempi è stata così pregnante l’espressione ‘Emergenza educativa’. Per questo l’iniziativa di papa Francesco che avrà come tema ‘Ricostruire il patto educativo globale’ è un’occasione per tutti: ‘Tutte le istituzioni devono lasciarsi interpellare […] facendosi carico di un impegno personale e comunitario […] rinnovando la passione per un’educazione più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione’. Davanti a questa sfida si infrangono lo scetticismo degli adulti e le ferite dei giovani. Le difficoltà debordano da tutte le parti. Qualcuno propone di arginarle moltiplicando le regole e le istruzioni per l’uso, mettendo paletti e limiti. Ma regole e istruzioni per l’uso si rivelano ogni giorno più incapaci di suscitare l’io, di destare il suo interesse fino a coinvolgerlo in un cammino che lo faccia crescere. E allora? Dobbiamo gettare la spugna e dichiarare persa la sfida? ‘Un imprevisto è la sola speranza’ diceva Eugenio Montale. (…) Per il contesto in cui ci troviamo a vivere, si è generato un sospetto: dappertutto infatti domina una sfiducia nei rapporti, con il conseguente altolà sul rischio di abuso e di manipolazione dei piccoli da parte dei grandi insito in qualunque relazione educativa. (…) Se, da una parte, questo renderà più difficile rispondere alla sfida educativa, dall’altra – paradossalmente –, potrà rivelarsi un’opportunità strepitosa per noi cristiani: potremo testimoniare la sovrabbondanza del rapporto con Cristo che sperimentiamo, da cui scaturiscono una libertà e una gratuità nel rapporto con l’altro”.

Dopo l’introduzione, il primo capitolo del libro si intitola “L’educazione è dare il senso della vita, non è una parola, è un’esperienza”, ed è la trascrizione del discorso tenuto da don Carrón in occasione dell’inaugurazione della scuola Oliver Twist a Como il 19 settembre 2009.

Carrón prende lo spunto da un fatto accaduto in una scuola per stranieri a Dublino, dove solo il direttore era riuscito a comprendere un ragazzo francese che ne aveva combinate di tutti i colori. “C’è voluto un uomo che non ha avuto paura di rischiare”, commenta don Carrón, “che non si è limitato a fare la morale, ma lo ha sfidato a prendere il suo cuore, mostrandogli un modo di guardare la realtà a lui sconosciuto”.

“Di questo genere di persone c’è bisogno soprattutto oggi”, aggiunge don Carrón: “non adulti che fanno discorsi e misurano i limiti degli altri ma che sono ‘piuttosto i compagni dei compagni, i compagni fra gli altri, cioè presenza: presenza coinvolgente, un’amicalità reale con gli altri’”, come scrive don Luigi Giussani nel libro Certi di alcune grandi cose (1979-1981), Bur, Milano 2007.
“Don Giussani”, ricorda Carrón, “ha consumato la sua vita su questa fiducia totale nel cuore dei giovani, ha scommesso tutto per cinquant’anni, diceva, sulla libertà pura”.

“Possiamo riassumere così”, osserva don Carrón, citando uno dei libri più noti di don Giussani, Il rischio educativo, “le preoccupazioni che animano un sano percorso educativo”, così come don Giussani lo ha espresso: “per educare occorre proporre il passato in modo adeguato. Ma non c’è altro modo per comunicare la ricchezza di una storia che presentarla dentro un’esperienza presente che ne sottolinei la corrispondenza con le esigenze ultime del cuore”. Vale a dire: “dentro un vissuto presente che dia le ragioni di sé”. Infine, ricordando sempre quanto scriveva don Giussani, “l’educazione deve essere un’educazione alla critica. Fino a 10 anni (“adesso – commenta don Carrón – anche prima”), il bambino può ripetere ancora: l’ha detto la signora maestra, l’ha detto la mamma, “perché, per natura, chi ama il suo bambino mette nel suo sacco, sulle spalle, quello che di meglio ha vissuto nella vita”.

Ma, “a un certo punto, la natura dà al bambino, a chi era bambino, l’istinto di prendere il sacco e di metterselo davanti agli occhi (in greco, ricorda Giussani, si dice pro-ballo, da cui deriva l’italiano ‘problema’). Deve diventare dunque ‘problema’ quello che ci hanno detto! Se non diventa problema, non diventerà mai maturo e lo si abbandonerà irrazionalmente o lo si terrà irrazionalmente. Portato il sacco davanti agli occhi, ci si rovista dentro. Sempre in greco, questo ‘rovistarci dentro’ si dice krinein, krisis, da cui deriva ‘critica’. La critica, perciò, consiste nel rendere ragione delle cose, non ha un senso necessariamente negativo. Dunque, il giovane rovista dentro il sacco e con questa critica paragona quel che vede dentro, cioè quel che gli ha messo sulle spalle la tradizione, con i desideri del suo cuore: il criterio ultimo del giudizio, infatti, è in noi, altrimenti saremmo degli alienati. E il criterio ultimo, che è in ciascuno di noi, è identico: è esigenza di vero, di bello, di buono. Quante generazioni di adulti – conclude don Giussani citato da Carrón – hanno rinunciato a questa critica o ne hanno fatto un uso sbagliato, per esempio identificandola con qualcosa di negativo!’’.

La critica è stata ridotta a negatività, per ciò stesso che uno fa problema di una cosa che gli è stata detta. “Io ti dico una cosa: porre un interrogativo, domandarsi: è vero?, è diventato uguale a dubitarne. L’identità tra problema e dubbio è il disastro della coscienza della gioventù”.

Il secondo capitolo, intitolato “Qualcosa che ridesti l’urgenza del cuore”, riprende un dialogo tra don Julián Carrón e Gianni Riotta, editorialista dell’Huffington Post e della Stampa. Carrón risponde a sette interrogativi del giornalista sui temi dell’educazione.

Significativa, ad esempio, è la seconda domanda, nella quale Riotta, riprendendo la poesia di Ada Negri Mia giovinezza, chiede se la giovinezza è sempre dentro di noi e continua a lavorare dentro di noi. Carrón risponde affermativamente, dicendo che la giovinezza è qualcosa di vivo in sé, e questo è il segno che essa appartiene alla natura di ogni uomo, è una dimensione dell’esistenza umana.

Altrettanto significativa è la quarta domanda, nella quale Riotta chiede se tutta l’esperienza religiosa, umana, razionale, esistenziale deve svolgersi dentro un cammino educativo. Per Carrón “questa è la questione decisiva. Anzi, per don Giussani ‘l’educazione – secondo le parole di un pensatore austriaco, Joseph Jungmann – è un’introduzione alla realtà totale. Questo significa che noi non conosciamo una cosa quando ne comprendiamo una parte, ma quando siamo introdotti al suo significato, così come ci rendiamo conto del valore di una ruota solo nel suo rapporto con la realtà totale dell’auto”. Senza cogliere il rapporto tra il particolare e la totalità, noi non conosciamo una cosa.

Il terzo e ultimo capitolo – “L’educazione è una comunicazione di sé, cioè del proprio modo di rapportarsi con il reale” – raccoglie gli appunti di un dialogo tra Carrón e un gruppo di educatori del Nord America sul tema dell’educazione (New York, 15 febbraio 2019).

A un certo punto il responsabile degli adulti del Nord America, José Medina, chiede a Carrón se il timore e la preoccupazione sfidano la propria esperienza di adulto, quello che un adulto sta vivendo. Al che don Carrón risponde: “Certamente. Altrimenti sarebbe tutto inutile. L’alternativa è tra un cristianesimo come proposta di vita, totalizzante, come chiave di tutto, e un cristianesimo come qualcosa di separato rispetto alla quotidianità, che riguarda solo una parte della realtà. In questo secondo caso avremmo bisogno di un altro criterio per rispondere alle domande che sorgono nei vari ambiti della vita. Solo se sperimentiamo una sovrabbondanza, una pienezza, nel rapporto con la Sua presenza, sono in grado di affrontare tutto senza paura”.

Più avanti Medina afferma che nel rapporto educativo bisogna partire da quello che c’è. E don Carrón risponde: “Questo è il problema fondamentale. Io sono sempre stato colpito da un’immagine usata dal profeta Isaia in una lettura del tempo di Avvento. Un enorme tronco secco, sul quale spunta un piccolo germoglio. Sembra niente in confronto al resto, è solo l’1%, e chissà come sarà in futuro. È ingenuo fissare l’attenzione su di esso? Noi dobbiamo guardare la realtà. È ingenuo pensare questo metodo per affrontare qualsiasi circostanza, comprese le questioni legate alla fede e all’educazione? No, dico io, perché solo se partiamo da un cambiamento reale, se pur piccolo, possiamo sperare nel futuro”.

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a vertigine, un metodo

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