CASO CUCCHI/ Un processo dal significato politico e culturale, che condiziona l’Arma

- int. Roberta Sacchi

Si aprirà a novembre un quarto processo sul caso Cucchi, imputati alcuni vertici dell’Arma dei Carabinieri

stefano_cucchi_facebook_01
Stefano Cucchi, si apre un quarto processo

Caso Cucchi senza fine. Il prossimo 12 novembre si aprirà un quarto processo che, per la prima volta, vede adesso imputati alcuni dei gradi più alti dell’Arma dei Carabinieri. Sono infatti stati rinviati a processo otto militari, tra cui il generale Casarsa che all’epoca dei fatti era alla guida del gruppo Roma, o il colonnello Sabatino, ex capo del Reparto operativo della capitale. L’accusa è di falso, omessa denuncia, calunnia e favoreggiamento. Secondo il pm, il generale Casarsa avrebbe chiesto di modificare il rapporto sulla morte di Stefano Cucchi relativamente alle sue condizioni di salute, il quale si difende dicendo di non aver mai avuto contatti con i magistrati e i medici legali,sostenendo invece che le cause della morte del giovane gli furono “dettate dal generale Tomasone”. Insomma, si va verso un processo da cui l’Arma dei carabinieri potrebbe uscirne non si sa con quali danni (per quanto si sia costituita parte civile). Come ci spiega la psicologa e criminologa Roberta Sacchi “è importante non costruire ipotesi di complottismo. Siamo davanti a un processo senza precedenti per il significato politico e culturale che ha, a pagarne le conseguenze saranno i militari che lavorano sulle strade, che non si sentiranno più sicuri a intervenire per la paura delle conseguenze che un caso come questo ha mostrato”.

In una nostra precedente intervista, lei ci diceva come tutte le grandi istituzioni hanno un meccanismo di autodifesa. Il coinvolgimento degli alti vertici dell’Arma, ognuno dei quali contraddice e accusa il collega, ci suggerisce forse che una istituzione come l’Arma dei Carabinieri sia dotata di un meccanismo dove nessuno sa cosa fa l’altro? In modo da favorire depistaggi “a loro insaputa”?

No, non sono assolutamente d’accordo di parlare di meccanismi costruiti appositamente. Quand’anche ci fosse una parcellizzazione nelle grandi istituzioni, numerose sia dal punto di vista verticale che orizzontale come può essere l’Arma dei carabinieri, dal comandante generale fino all’ultimo appuntato, essa può determinare situazioni di questo tipo. Per questo non parlerei di costruzione di un meccanismo di autodifesa, piuttosto di parcellizzazione del procedimento che poi può determinare anche distorsioni come in questo caso.

Si può parlare allora di uno scarso o insufficiente meccanismo di controllo all’interno dell’istituzione?

Sì, certo, anche se credo che le strutture di controllo ci siano. Che poi non vengano applicate con la massima attenzione dovuta, può essere causato da procedimenti di lavoro molto veloci, può sfuggirti di mano un passaggio proprio per la velocità con cui si applicano i procedimenti. Ma escluderei assolutamente il complottismo.

Come ne potrà uscire l’Arma dei Carabinieri, a prescindere di come saranno giudicati gli imputati?

In queste storie non ne esce bene nessuno. Credo che quelli come questo siano dei processi che hanno un significato anche politico che sarà consegnato alla storia. Questo è il senso di questo processo e di questo caso. Mai come adesso si assiste a una virata rispetto al processo, alla costituzione dell’Arma e anche all’atteggiamento politico nei confronti di questa storia.

Cosa intende per virata?

Una apertura che può essere letta anche in termini di debolezza, ricordiamoci che l’Arma è anche una istituzione politica.

Il caso Stefano Cucchi sta aprendo un precedente a livello nazionale, tutto cominciato come un caso della massima banalità, cosa ci dice questo?

Personalmente interagisco con molti poliziotti che lavorano in strada. Il caso Cucchi è già assegnato ormai al loro immaginario nel senso che molti di loro mi dicono che quello che potevamo permetterci prima del caso Cucchi adesso non possiamo già permettercelo.

Non certo le violenze…

Certo che no, non sto giustificando nulla. Intendo che queste persone mi dicono che adesso se vedono uno spacciatore gli conviene lasciarlo fare piuttosto che incappare in una dinamica così pericolosa e complessa come accaduto nel caso Cucchi. Per questo il processo che si aprirà ha un profondo significato politico e culturale.

Ci può spiegare meglio perché?

Nel senso che questa situazione che gravita intorno al caso Cucchi, giudiziaria e politica, genera un senso di paura nelle forze dell’ordine che lavorano su strada e sono deputate alla nostra sicurezza. Non è una affermazione per giustificare ma un dato di fatto che un criminologo deve cogliere.

(Paolo Vites)

© RIPRODUZIONE RISERVATA