CASO ESCORT/ Prostituirsi non è mai piena libertà: così la Consulta aiuta i deboli

- Paola Binetti

Fino a che punto una donna è obbligata a prostituirsi? O la scelta è pienamente libera? La sentenza della Corte costituzionale sul caso escort

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(LaPresse)

È una delle domande che con maggior frequenza ritornano nel dibattito sulla prostituzione: fino a che punto una donna è obbligata a prostituirsi e quando si può dire invece che si tratta di una scelta compiuta in piena libertà?  

La legge Merlin dispose la chiusura delle case chiuse, con un bisticcio di parole quanto mai efficace, mettendo in primo piano la dignità della donna e spazzando via, con un colpo di spugna, tutta una serie di pregiudizi di evidente impronta maschilista. Non fu una battaglia facile, né gli effetti che constatiamo ogni giorno lungo tutte le vie consolari di Roma ci rendono pienamente soddisfatti dell’applicazione della legge. 

Ma la Consulta oggi (ieri, ndr) ha ribadito un principio di estremo interesse per tutti: uomini e donne: “Prostituirsi non è mai un atto totalmente libero”.

La Corte ha sottolineato che “in questa materia lo stesso confine tra decisioni autenticamente libere e decisioni che non lo sono è spesso labile, perché la scelta di vendere sesso è quasi sempre determinata da fattori che limitano e condizionano la libertà di autodeterminazione dell’individuo”.

La Corte costituzionale ha quindi salvato le norme della legge Merlin sul favoreggiamento della prostituzione. Favorire la prostituzione è uno dei reati peggiori, che umiliano la donna e la espongono a mille forme di violenza fisica e psicologica, morale e culturale. In questo momento storico poi la prostituzione coinvolge soprattutto donne immigrate, provenienti da zone ad alto rischio. Guerra, povertà, malattie, stupri costituiscono lo sfondo da cui fuggono, sognando soprattutto un maggiore rispetto per se stesse. Tra di loro ci sono spesso anche quelle adolescenti, poco più che bambine, che genericamente chiamiamo minori non accompagnati. Arrivano sole, senza una famiglia che le accudisca e le protegga, superficialmente affidate ad un sistema sociale che oggi, in Italia, le considera un peso e non una responsabilità da assumersi nel quadro di una solidarietà internazionale. 

La Consulta ha sottolineato che “in questa materia lo stesso confine tra decisioni autenticamente libere e decisioni che non lo sono è spesso labile”. Tanto più se si tratta di ragazze giovanissime, che subiscono questa tortura sperando di mettere fine al più presto a questa nuova forma di schiavitù. 

A sollevare il caso era stata la Corte d’appello di Bari che sta giudicando per favoreggiamento Giampaolo Tarantini e Massimiliano Verdoscia, nel processo di secondo grado sul caso delle escort. Una sorta di prostituzione di lusso, in cui la cornice dorata può far dimenticare che si tratta pur sempre di prostituzione. Sono tante le illusioni che si possono far balenare davanti a persone giovani che sognano un futuro di successo e che per questo sono disposte a correre dei rischi, senza rendersi conto dell’inferno in cui corrono il rischio di scivolare. Strade spesso senza ritorno! 

Con la sentenza depositata oggi la Corte spiega che intende tutelare i diritti fondamentali delle persone vulnerabili e la dignità umana. Sottolinea i pericoli che ci sono nella prostituzione, anche quando la scelta di prostituirsi appare inizialmente libera. Denuncia tutta le precarietà del rapporto con il cliente anche per l’integrità fisica, con tutte le possibili patologie trasmesse per via sessuale. La Corte ha quindi ravvisato nella prostituzione, anche volontaria, un’attività che degrada e svilisce la persona.

Diversa la posizione della Corte d’appello di Bari che aveva sostenuto che l’attuale realtà sociale è cambiata rispetto al tempo in cui la legge Merlin fu introdotta. Secondo i magistrati di Bari esisterebbe oggi una prostituzione per scelta libera, volontaria, qual è quella delle “escort”, espressione della libertà di autodeterminazione sessuale, garantita dall’articolo 2 della Costituzione.

Ma la Corte costituzionale ha insistito soprattutto sul successivo articolo, il numero 3, secondo comma, che, al fine di rendere effettivi questi diritti, impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali al “pieno sviluppo della persona umana”. La libertà sessuale è quindi inquadrata in relazione alla tutela e allo sviluppo complessivo del valore della persona, considerandola nell’insieme delle sue relazioni sociali.

Prostituirsi per necessità economiche quindi non è un diritto, non è espressione di libertà sessuale, ma solo una tragica circostanza in cui una donna può finire coinvolta suo malgrado, quando non ha alternative. La Corte ha individuato  nella persona che si prostituisce il soggetto debole di un rapporto di cui è vittima, per cui ha scelto di non punirla; indica invece come colpevoli coloro che la inducono a prostituirsi, anche perché lo fanno certamente con vantaggio personale. Usano la donna come un oggetto da barattare in cambio di una remunerazione, senza alcun rispetto per la sua libertà, soprattutto per la libertà sessuale. 

Una sentenza importante che invita a riflettere sugli infiniti meccanismi di condizionamento che mortificano la vita di una persona, soprattutto quando è fragile e pensa di non avere alternative. Una sentenza che non possiamo non mettere in relazione all’estrema fragilità in cui vive una persona malata, che si sente sola e senza prospettive. E chiede di morire. Anche lì dobbiamo ritenere che la sua libertà è fortemente limitata e dobbiamo invitare l’articolo 3 della nostra Costituzione e rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono tra lei e la sua stessa vita. La Corte in questo caso ha mostrato grande sensibilità per la dignità della persona, per il valore della sua libertà e soprattutto ha voluto evidenziare come sia facile manipolarla per conto di terzi, che invece di aiutarla, cooperano a porre fine ai suoi sogni e alle sue illusioni. Speriamo che conservi una analoga attenzione alla fragilità umana anche in altre circostanze, senza enfatizzare un’autodeterminazione che spesso non c’è.



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