CASO ZAKI/ La cantonata di Saviano e sardine sui diritti umani in Egitto

- Souad Sbai

Saviano ha lanciato la sua battaglia civile per Zaki. Ma i valori di libertà che il giovane vuole difendere sono messi a rischio dalla Fratellanza musulmana, non da al Sisi

patrick george zaky 2020 web
Patrick George Zaky, foto pubblicata da Agenzia Dire

Dal suo scranno, Roberto Saviano non perde davvero occasione per continuare a pontificare sulle questioni care alla sinistra, nazionale e internazionale. Eccolo dunque, in qualità di voce solista nel coro del politicamente corretto, (dis)orientare l’opinione pubblica anche sul caso Zaki, il giovane attivista egiziano arrestato al Cairo il 7 febbraio.

“Diamo la cittadinanza italiana a Patrick Zaki”, ha affermato su Twitter cavalcando la frenesia che scatta nei suoi followers non appena si parla di cittadinanza, poiché tema correlato a quello dei migranti. l’Italia, ha insistito Saviano ricorrendo al lessico ormai imposto a livello mediatico, deve “tutelarlo” affinché possa tornare presto a Bologna e nel paese che lo ha “accolto”.

Così scrivendo, oltre a strumentalizzare il caso Zaki per promuovere subdolamente la retorica di una certa sinistra sulla crisi migratoria, Saviano mostra di non avere considerazione alcuna per i tanti immigrati regolari, anche in qualità di contribuenti, che la cittadinanza non riescono a ottenerla malgrado siano in Italia da tanti anni. E neppure per coloro a cui la cittadinanza è stata ingiustamente ritirata dopo averla ottenuta.

Mi riferisco alle centinaia di marocchini che all’improvviso si sono ritrovati a risiedere illegalmente in Italia, dopo la recente scoperta di un’organizzazione a delinquere composta in larga parte da funzionari del ministero dell’Interno, che è stata accusata di frodi nella concessione della cittadinanza anche a chi non ne avrebbe avuto il diritto.

A ben vedere, Patrick Zaki si trovava in Italia da poco tempo e semplicemente come studente di un master all’Università di Bologna. Non essendoci alcuna base legale per il conferimento della cittadinanza secondo le procedure consuetudinarie, ed escludendo la fattispecie della cittadinanza per meriti speciali (non risulta che Zaki abbia reso eminenti servizi all’Italia, o almeno non ancora), resta la cittadinanza onoraria comunale.

Nulla di cui stupirsi se la Bologna di Sardine e compagni, galvanizzati più che mai dalla vittoria alle regionali, finisca per conferire a Zaki la cittadinanza onoraria, solitamente attribuita a personalità che si sono particolarmente distinte per l’impegno in ambito sociale e culturale e per le opere compiute.

L’atout di Zaki, in questo caso, è già stato evidenziato da Saviano nel suo post su Twitter, dove, alla richiesta di conferimento della cittadinanza (“Diamo la cittadinanza italiana a Patrick Zaki”), ha fatto seguire “incarcerato in Egitto a causa delle sue idee”. Una precisazione messa lì per caso? Se sono le idee di Zaki a dare concretezza all’appello di Saviano, di quali idee si tratta? Il nodo della questione è tutto qui e Saviano sta dimostrando di essere caduto nella stessa trappola in cui molto probabilmente è caduto Zaki.

La situazione in Egitto è seria e delicata, e se violazioni di diritti umani ci sono, è legittimo e commendevole denunciarle anche duramente. Ma combattere ed esporsi personalmente per nobili principi non significa avere “idee” giuste, neppure per ottenere la cittadinanza onoraria.

Alla luce della situazione attuale, i giovani egiziani che aspirano alla democrazia e alla libertà, insieme a coloro che in Occidente ne supportano la causa, potrebbero aver bisogno di rivedere l’approccio con cui portano avanti la loro battaglia. Perché il nemico di un Egitto corrispondente alle loro ambizioni, non è al Sisi, come tendono a credere sempre più diffusamente, bensì i Fratelli musulmani. Le restrizioni in vigore nel paese che fanno soffrire giovani come Zaki, sono dovute infatti alla persistenza della minaccia rappresentata dalla Fratellanza.

Questa, pur avendo subito forti contraccolpi in seguito alla caduta di Mohamed Morsi, all’arresto dei suoi quadri e alla messa al bando come organizzazione terroristica, ha proseguito nell’opera di propaganda volta ad accreditarsi come alternativa “democratica” all’autoritarismo, tanto in Egitto quanto nel resto del Medio Oriente, grazie al sostegno fornito dall’asse islamista formato dal Qatar degli emiri Al Thani e dalla Turchia di Erdogan.

L’inganno è sempre quello di presentarsi come forza che accetta lo stato civile e i diritti umani universali in modo da ottenere il supporto dei cosiddetti progressisti, ieri contro Mubarak e oggi contro al Sisi, ripetendo in sostanza lo schema della “Primavera araba”.

Il campo progressista, a sua volta, della Primavera araba pare ancora lontano dall’aver imparato la lezione, nonostante il fatto che sia stata necessaria una controrivoluzione per impedire ai Fratelli musulmani di trasformare l’Egitto in una dittatura fondamentalista contrapposta all’Occidente, sullo stile della Turchia del neo–sultano Erdogan o del regime khomeinista iraniano, anch’esso targato Fratellanza ma in salsa sciita.

Inoltre, confondere, o persino associare, le giuste rivendicazioni progressiste con la propaganda dell’organizzazione islamista, che usa una terminologia simile per finalità ben diverse, si è già abbondantemente dimostrato come controproducente.

Per un Egitto più libero e democratico, la prima cosa da fare, invece, sarebbe quella di dissociarsi pubblicamente e inequivocabilmente dai Fratelli musulmani, ponendosi in una posizione di collaborazione con le istituzioni egiziane nella lotta contro la Fratellanza e l’estremismo, in cambio di riforme democratiche e a favore dei diritti umani.

Una tale svolta non sarebbe strategicamente più ragionevole che il continuare a farsi “usare” dai Fratelli musulmani sparsi ovunque, nelle università, nella società civile e nei vari contesti che contano dei principali paesi europei, Italia compresa?

Eppure, la macchina delle proteste che si è attivata a favore del rilascio di Zaki e contro al Sisi, continua a remare in una direzione favorevole alla Fratellanza. Di qui, la ferma risposta del Cairo alle intemerate giunte anche dal presidente del parlamento europeo, David Sassoli, considerate un’ingerenza negli affari interni.

Il procuratore egiziano ha presentato un dossier di dieci pagine tratto dalla pagina Facebook di Zaki come prova dell’attività del giovane volta a incitare “alla protesta contro le autorità e i simboli dello Stato egiziano”, mettendo in pericolo “l’ordine pubblico e la sicurezza della società”.

Le autorità egiziane avrebbero avuto la stessa reazione verso un giovane tornato nel suo paese per le vacanze se non percepissero di trovarsi in una condizione di accerchiamento a livello internazionale che favorisce, deliberatamente o meno, i piani islamisti?

Nell’osservare questa ennesima campagna anti-Egitto, si ha inoltre la sensazione che a beneficiarne siano non solo i Fratelli musulmani, ma anche le agende di chi, tra i paesi europei, guarda con disapprovazione al rafforzamento delle relazioni italo-egiziane in campo economico, energetico e militare. Meglio dunque agevolarne la destabilizzazione dal punto di vista politico e diplomatico, soffiando da dietro sul fuoco del caso Zaki, come già nel caso Regeni.

La combinazione delle due vicende è l’arma in più della campagna in corso, sebbene non vi siano apparenti similitudini tra Zaki e Regeni (se non forse le “idee” esaltate da Saviano). Zaki ad oggi non è stato torturato, fortunatamente e per sua stessa ammissione, ed è assistito da uno dei migliori avvocati del Cairo.

La comprensione che non si può non provare per un giovane che ama sinceramente il suo paese, ci fa sperare sia in un suo pronto rilascio, sia nel raggiungimento di una diversa comprensione dell’attuale situazione egiziana da parte dei tanti attivisti impegnati a favore di democrazia e libertà.

Meno fiducia rispetto a un cambiamento di approccio si ha invece verso i professionisti dei diritti umani, che si attivano in massa solo quando a richiederlo è l’agenda politico–ideologica di una certa sinistra, di cui quella italiana resta la punta di diamante.

Non risulta infatti alcuna mobilitazione bolognese per le donne iraniane imprigionate e torturate dal regime khomeinista, o per le giovani musulmane cittadine italiane uccise brutalmente dal fondamentalismo perché “troppo” integrate; mentre neppure un sit-in o un flashmob è stato dedicato a Silvia Romano, la giovane volontaria italiana rapita in Kenya da oltre 450 giorni. Tragedie senza valore, snobbate, guarda caso, anche dallo stesso Saviano. Forse perché storie che non ha interesse a raccontare.

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