CASO ZAKY/ “La religione non c’entra, ha fatto l’errore di criticare il potere”

- int. Paolo Branca

È cominciato il processo a carico di Patrick Zaky dopo 19 mesi di carcerazione preventiva. L’ombra della discriminazione religiosa

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Patrick George Zaky, foto pubblicata da Agenzia Dire

Dopo 19 mesi, da tanto dura la sua carcerazione preventiva, su Patrick Zaky, lo studente egiziano arrestato il 19 febbraio 2020 appena sceso dall’aereo che da Bologna, città nella cui università studiava, lo aveva riportato al Cairo per una visita ai familiari, emergono finalmente le prime verità. I capi d’accusa formulati in quel momento furono gravissimi: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie, propaganda per il terrorismo. Accuse che adesso sono cadute.

Il processo è infatti finalmente iniziato, anche se per la durata di pochi minuti, nei quali Zaky è stato informato delle nuove accuse nei suoi confronti, e poi subito rinviato a chissà quando: “Diffusione di notizie false contro lo Stato”. Un’accusa che può costare fino a 5 anni di carcere. Notizie false che sarebbero contenute in un articolo scritto da Zaky per il sito egiziano Darraj. Di famiglia cristiano-copta, lo studente aveva citato numerose violazioni dei diritti della minoranza religiosa che da sempre in Egitto, dove esiste una seppur formale libertà religiosa, occupa l’ultimo gradino della scala sociale. Un articolo forse ingenuo, visto il clima che regna in Egitto, ma coraggioso. Zaky accusa le autorità governative e la giustizia di discriminare i cristiani. “In realtà anche se sembra paradossale” ci ha detto in questa intervista il professor Paolo Branca, arabista, professore ordinario nell’Università Cattolica di Milano, “i cristiani copti sono sostenitori del presidente egiziano al Sisi, che ha evitato al paese la tragedia di avere i Fratelli musulmani al potere. Ricordiamo la lunga scia di stragi e attentati nelle chiese copte da parte degli islamisti. E lo stesso al Sisi, per quanto sia vero che i copti siano discriminati, come tutte le minoranze religiose, non ha nessun interesse a inimicarsi i cristiani”.

Non si è mai parlato del fatto che Patrick Zaky sia di famiglia cristiano-copta. I copti in Egitto hanno sempre sofferto una forte discriminazione sociale. Ritiene che Zaky abbia subìto quello che ha subìto a causa della sua appartenenza religiosa?

La discriminazione sociale è purtroppo qualcosa di comune in tutto il mondo e in tutta la storia dell’umanità, quando ci si trova a che fare con maggioranze e minoranze, non solo quelle religiose, anche quelle etniche. Basti pensare ai curdi in Turchia.

Ci spieghi questo aspetto.

La situazione è peggiorata con la nascita degli Stati nazionali moderni. Prima nei grandi imperi sovranazionali, come quello austro-ungarico o russo, era naturale, fisiologico che ci fossero etnie, lingue, religioni diverse, che godevano anche di una certa autonomia. Era sufficiente che non mettessero in discussione il governo centrale.

Poi cosa è cambiato?

Con la nascita degli Stati nazionali moderni sul modello europeo dopo la Prima guerra mondiale si è purtroppo diffusa questa idea dell’omogeneità: una nazione, una lingua, un popolo, una religione. Questa mentalità, trasportata in Medio Oriente, diventa esplosiva, perché è una regione dove da sempre convivono razze, religioni e culture diverse.

Quindi c’è stato un irrigidimento autoritario dei governi nazionali?

Parlare di discriminazioni di una minoranza innesca nello Stato la paura dello spezzettamento, di rivendicazioni di indipendenza, di secessione, ma non credo proprio che in Egitto ci sia il pericolo che nasca mai uno Stato cristiano.

Tornando a Zaky, sembra evidente che non c’entri l’appartenenza religiosa, ma solo il fastidio e l’intolleranza del governo per le critiche da lui espresse. È così secondo lei?

Infatti, sarebbe strano l’elemento religioso in questo caso, perché la comunità copta è molto favorevole ad al Sisi: ha vissuto lo spavento di avere un presidente dei Fratelli musulmani, e non credo che il governo egiziano abbia interesse a inimicarsi i copti. Né l’uno né l’altro hanno enfatizzato fino a oggi l’aspetto religioso. Ci sono molti scrittori egiziani musulmani che hanno criticato in modo più aspro la discriminazione che subiscono i copti.

Quindi quell’articolo potrebbe essere frutto dell’ingenuità giovanile di Zaky, che è anche membro di comitati per i diritti civili in Egitto?

Purtroppo anche se è un caso molto meno grave, si potrebbe dire quello che si potrebbe dire per il caso Regeni.

Cioè?

Regeni non meritava ovviamente la fine che ha fatto, però è entrato ingenuamente, anche in un periodo di vuoto di potere, in cose più grandi di lui, per cui potrebbe essere stato strumentalizzato. Non è mai venuto fuori il ruolo della tutor egiziana di Cambridge e alla fine non sappiamo se si scoprirà mai come sono andate le cose. In Egitto chi controlla certe zone è la criminalità organizzata, qualcuno pensando di fare un piacere al governo potrebbe aver ucciso un giovane che faceva indagini troppo fastidiose. Ricordiamoci che il suo corpo è  stato buttato per strada proprio quando c’era la commissione economica italiana in Egitto per la questione dei giacimenti di gas scoperti al largo delle coste egiziane in competizione con gli inglesi.

Lei crede che ci sia per Zaky una speranza di essere assolto, visto che sono cadute le accuse più gravi e visto che ha già scontato 19 mesi di carcere?

Non escludo che possa esserci un provvedimento di grazia. Alleggerirebbe il peso della minoranza copta, riequilibrerebbe i rapporti con l’Italia, già compromessi con il caso Regeni. Spero che sia così, quello che gli viene imputato è davvero banale. Purtroppo nel mondo arabo ogni critica alle istituzioni viene spesso percepita come carenza di patriottismo.

(Paolo Vites) 

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