CATTOLICI E POLITICA/ Un dibattito che non trova soluzione perché sbaglia le domande

- Stelio Mangiameli

A proposito di cattolici e politica, si dimentica il ruolo avuto dalla Chiesa: rinunciare ad un magistero sui fedeli che li spingesse all’impegno politico

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Elezioni (LaPresse)

A tratti nel dibattito pubblico si accende la questione dei cattolici e la politica. Uscita di scena la Democrazia cristiana, prima con i tentativi di richiamarsi all’originario Partito popolare e poi con la riduzione ad un fiore, la Margherita, i cattolici sono stati catturati dal centrodestra di Silvio Berlusconi e dalla sinistra comunista che maturava i suoi cambiamenti, perdendo più il nome che non il modo di essere. Vi sono stati anche dei residui che hanno utilizzato l’eredità politica di Sturzo e De Gasperi, per conservare il loro posto personale.

Una parte della responsabilità va sicuramente imputata a chi dichiarò finita l’unità dei cattolici e si limitò a pretendere l’unità sui cosiddetti “valori non negoziabili”, che ovviamente non ha avuto alcun seguito ed è oggi ormai dimenticata.

Insomma, la Chiesa italiana per prima ha rinunciato ad un vero magistero sui fedeli che li spingesse all’impegno politico, accompagnandolo con un “progetto” per il Paese, la qualcosa è stata poi in contrasto con tutta la storia della stessa Chiesa, basti pensare alla dottrina sociale che emerge di fronte alle “cose nuove” (Rerum novarum, 1891), e cioè al conflitto sociale di un capitalismo che sfrutta masse enormi (di fedeli) per il profitto e alla reazione con la prospettiva del sindacalismo, che di lì a poco avrebbe potuto sfociare nel pericolo rivoluzionario e che in Italia, invece, sfocia nel fascismo e nei Patti del Laterano (1929) visti come un matrimonio tra la Chiesa e il regime.

Eppure, anche quel contesto politico non fa venire meno l’impegno della Chiesa alla sua elaborazione politica e sociale, basti qui ricordare la Quadragesimo anno (1931) che è un manifesto opposto all’autoritarismo del fascismo e alla concezione etica dello Stato, visto che mette al centro l’individuo e le comunità regolate dal principio di sussidiarietà. Così, alla svolta dell’Assemblea costituente i cattolici, frutto di quell’appello del gennaio del 1919 ai “liberi e forti”, potranno operare per coniugare i loro valori nei principi costituzionali, costruendo con liberali e socialisti – come diceva Calamandrei – un pacifico confronto che ha trovato espressione nella Carta del 1947.

Oggi mancano uomini come quelli che lavorarono in Assemblea costituente, non solo di fede cattolica, ma anche di spirito liberale e socialista. Il panorama politico è, in tal senso, se non miserabile, quanto meno povero. La stessa Chiesa si è ritratta in sé stessa. Il suo insegnamento sembra essere cessato con la fine del Concilio e con il suo ultimo atto, che non a caso è un documento di grande insegnamento politico (Gaudium et Spes, dicembre 1965), che si conclude con il richiamo alla funzione della Chiesa (“la Chiesa … non si propone che un fine: aiutare con la sua luce là dove essa può; aiutare con la sua speranza; la sua mano nella mano degli uomini, apertamente, per salvare l’uomo” – sono le parole di mons. Garrone, arcivescovo di Tolosa).

In realtà, la politica cattolica aveva retto bene al processo di secolarizzazione in Europa, anche in Francia, dove confluì nel gollismo, dopo l’esperienza dal 1945 al 1967 del Movimento repubblicano popolare. Non dimentichiamoci che la Francia è stata la Nazione che ha fatto del laicismo una religione di Stato, con conflitti vivi con il mondo cattolico durante la terza Repubblica; eppure anche lì, come negli altri Paesi dove esistevano ed esistono partiti popolari e cristiani, l’adattamento alla secolarizzazione – alla concezione di potere integralmente temporale e privo di sacralità – era avvenuto senza implicare una perdita di senso del pensiero politico cattolico. Già Togliatti, nei primi anni 60, sentì il bisogno di appellarsi ai cattolici per la salvezza dell’umanità minacciata dal pericolo nucleare della guerra fredda. Anche in occasione della riunificazione tedesca, molto lavoro a favore di questa fu fatto grazie alla collaborazione tra la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti.

Se si vuole avere una motivazione di fatti diversi che si rincorrono sino alla fine del secolo scorso, ma che vedono un apporto politico che nasce dallo spirito religioso, la si può trovare nella circostanza che soprattutto la società europea è una società profondamente cristiana, dove anche i laici – come diceva Croce – non potevano non dirsi cristiani. È vero che la richiesta di Giovanni Paolo II di inserire le radici cristiane nella Costituzione europea non sortì l’effetto sperato, ma nella Carta dei diritti fondamentali, così come nel preambolo del Trattato sull’Unione Europea, la traccia della dimensione cristiana dell’intera Europa è ben presente nel richiamo “alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa”.

Ciò che sembra congiurare, perciò, per questa “eclisse cattolica in politica” – come l’ha definita Galli della Loggia – è il cambio del paradigma sociale, che si è scristianizzato progressivamente sino a riconfigurare una società totalmente diversa, non solo individualista e priva di legami intersoggettivi, ma soprattutto tale da fare emergere pretese assolute, sotto l’egida di sempre maggiori diritti, in conflitto con ogni forma di socialità, ma anche in profondo disaccordo con ogni concezione della persona umana di derivazione cristiana, liberale e socialista.

Il primo a comprendere questo fenomeno fu sicuramente Pasolini, che dalla presa di posizione su Valle Giulia e via via con i suoi Scritti corsari ci ha lasciato una critica profonda del capitalismo consumistico. L’arrivo della globalizzazione, con la sua pretesa di liberazione dell’uomo, ha fatto il resto. I governi degli Stati europei si sono messi alla coda di questi fenomeni, inseguendoli senza fortuna. Nessuno si è chiesto più qualcosa sul futuro dell’umanità, sul bene assoluto della pace, sulla collaborazione sociale, sulle società intese come comunità, eccetera.

Certo questa crisi riguarda soprattutto e prima di tutto i cattolici e la loro Chiesa, ma investe in ultima analisi tutti coloro che dovrebbero avere un interesse nella costruzione sociale e nell’uomo.

La domanda è: come combattere la disidratazione dell’uomo operata dal pensiero globale? Questo pensiero, infatti, parla di far crescere i diritti, offrendo modelli singolari, ma in realtà fa crescere solo i profitti e l’accumulazione finanziaria.

Non più la vita, la non discriminazione, il lavoro, l’autosufficienza economica, la sopravvivenza della piccola e media impresa, della famiglia e delle altre formazioni sociali sono i diritti su cui formare una società; bensì, la scelta del genere, l’eutanasia, l’aborto, le rivendicazioni omosessuali appaiono dominare il pensiero unico globale insieme alla più bieca libertà mercantile; e solo i politici che sono portavoce di queste posizioni sembrano avere credito nei media, mentre se si oppone una piccola resistenza dialettica si è immediatamente aggrediti dal mainstream con un comportamento per nulla democratico.

È chiaro che i cattolici sui diritti proposti dal pensiero globale hanno idee diverse. Si può aggiungere, a titolo di informazione, che anche la sinistra anglo-americana ormai da tempo ha preso posizione contro i diritti umani propugnati dal pensiero globale, ed è questa una ragione per pensare che in Italia non vi sia più una vera sinistra.

Ora, però, i danni di questo pensiero assolutista e antidemocratico sono già visibili, anche perché si sta disvelando ciò che c’è dietro il pensiero economico-finanziario globale, per cui a breve dovrebbe essere possibile un confronto su temi etici e sociali profondi, rispetto ai quali la politica è chiamata a dare risposte non semplici.

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