CGIL vs JOBS ACT/ L’illusione di una firma che toglie la fatica di pensare

- Gerardo Larghi

Le raccolte di firme su temi complessi come quello del Jobs Act rischiano di incappare in un problema di reale comprensione dei temi in gioco

Landini Cgil Ansa1280 640x300.jpeg Maurizio Landini, Segretario generale della Cgil (Ansa)

Sarà che uno ha nostalgia della Prima Repubblica, cioè di quando aveva vent’anni, sarà che magari questa non è l’epoca più intelligente della storia umana, sarà che uno ha l’idea fissa che “libertà è partecipazione”, sarà quel che sarà, o meglio quel che non è ma è stato, però non riesco a farmi andar bene il principio che “uno è uno”.

Badate bene: il criterio in questione è talmente chiaro da essere indiscutibile. E in nessuna epoca umana nessun genio assoluto ha mai protestato in base all’assunto che “uno è due”. Ma converrete con me che il fatto che al mondo ci sia chi ritiene indispensabile sostenere che “uno è uno” non depone a favore della salute mentale del soggetto in questione, e neppure dei (tanti) che gli vanno dietro.

Riassumo brevemente per quanti tra voi hanno (beati loro) passato le ultime settimane a leggersi la Comédie Humaine di Balzac.

La Cgil, come sempre sul pezzo e con uno sguardo proiettato in avanti, ha pensato bene di indire un referendum per abolire il Jobs Act, cioè una legge che oltre a essere già stata modificata ha pure dato notevoli risultati in termini di assunzioni a tempo indeterminato, tutele reali sui luoghi di lavoro e numero di contratti. A dirlo badate bene non è il sottoscritto, miserrimo scribacchino al soldo del padrone, ma sono i numer, le cifre.

Bon, diranno sempre i soliti impegnati a loro volta a definire l’ermeneutica della Recherche di Proust, i numeri si interpretano: facile citare le cifre che ti interessano. Ma il popolo mica si fa fregare, concludono prima di tornare alla loro occupazione principale che è quella di cuoricinare su Instagram. Ma sul punto torneremo. Abbiate pazienza.

Cominciamo dalle cifre: nel 2023 le cessazioni dal lavoro sono aumentate come sono aumentati anche le cessazioni dai contratti a tempo indeterminato: ma sono cresciuti in termini percentuali, non in termini assoluti. Tradotto: le cessazioni dei contratti permanenti sono state il 23,6 per cento del totale l’anno scorso, meno che nel 2017 e nel 2019, nonostante un numero sempre maggiore di lavoratori non abbia più le vecchie tutele precedenti al Jobs Act. È tra i lavoratori intermittenti e stagionali che, invece, le uscite sono salite. Gli è però che sono aumentate le dimissioni dei contratti a tempo indeterminato. Sono invece diminuiti, cioè calati, cioè ridotti, cioè abbassati (giusto per trovare il lemma adeguato alla comprensione) i licenziamenti dei lavoratori col posto fisso e questo mentre aumentano i lavoratori col contratto garantito e le trasformazioni di contratti da tempo determinato a tempo indeterminato sono cresciute.

Il Jobs Act ha contribuito insieme alla fame di lavoratori delle aziende a vincere la paura imprenditoriale ad assumere (ricordate il “assumere qualcuno è come sposarlo”?): e i lavoratori nel frattempo hanno imparato, molto bene, troppo bene secondo certi imprenditori, a cambiare con facilità posto di lavoro e tipo di lavoro. I giovani oggi non sono più solo le vittime di un mercato fatto di precarietà (che comunque esiste ancora ma sempre meno), ma i protagonisti di una ricerca di lavoro di nuovo tipo, in cui le variabili prese in considerazioni sono di varia specie. Quanto ai salari che hanno perso valore, beh, il Jobs Act non ha granché a che fare con quel problema, se si vuole dire la verità. Se invece si preferisce il trinariciutismo, allora vale tutto.

Ma allora su che base si raccolgono le firme? Ecco siamo arrivati al punto che ci interessa.

Ovvio che ci sia chi firma perché ci crede e sono iscritto e sogno di tornare a quando il sindacato decideva anche della licenza dei barbieri (pardon: oggi si fanno chiamare “hair stylist”). Per qualcun altro, invece, valgono gli anni di spari ad alzo zero contro la legge, spari da sinistra ma anche da quella destra nazionalpopulista per la quale nulla andava mai bene e per la quale adesso invece tutto è perfetto, i quali anni hanno lasciato un segno in chi di norma piuttosto che fare la fatica di leggere si affida a un reel su Instagram per conoscere i dettagli della Critica della ragion pura di Kant.

Ma in tanti agisce soprattutto il non volersi informare: meglio andare a sentimento, ad mentulam canis direbbero i latinisti raffinati. Informarsi costa fatica, tempo, impegno e io devo andare in metro al lavoro e cosa mi rompi con tutti ‘sti dettagli, le minuzie, le analisi? Riassumimi un problema complesso in un titolo di giornale e ti darò del genio.

Ok, direte sempre voi alzando verso di me lo sguardo fin lì immerso nella versione rumena della Insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera: ma la maggioranza ha sempre ragione e se oggi funziona così fattelo andar bene e non rompere che ho da fare e tra un attimo devo partecipare alla campagna per la salvaguardia del cono gelato.

Le raccolte di firme su temi complessi come quello del Jobs Act, d’altronde, si fondano proprio su questo principio: stai lì, accoccolato all’incrocio delle strade e a quelli che per caso, sbaglio, errore, interesse, incrociano il tuo sguardo chiedi se sono contenti del lavoro, delle pensioni, della vita. Loro ti scrutano e se non hanno niente da fare si fermano: la lamentela si avvia, le sciagure si accumulano, il mondo va a ramengo (ormai non si può neppure più usare il sintagma “al contrario”, sennò ti scambiano subito per un generale con problemi con la sintassi) e alla fine ci scappa la firmetta. Il popolo ha parlato. Salvini direbbe: è il bello della democrazia. Ma senza informazione non c’è democrazia e invece una croce, una firma, un cuoricino sotto una campagna qualsiasi, giusto per essere catalogato tra “quelli che pensano bene e si interessano degli altri” non è democrazia e neanche partecipazione. Anche perché tutto si confonde: e Kiev è in Israele e io sono a favore di Me Too perché il cinema l’hanno inventato i maschi.

Non è un caso che queste raccolte di firme assomiglino sempre più alle varie campagne che si susseguono su X, Instagram o TikTok contando sulla “memoria da pesce rosso” tipica del popolo di internet: non ti è infatti chiesto di sapere, ma solo di cuoricinare, di mettere un qualcosa sotto quel che altri hanno pensato. Che poi questi altri siano una influencer con competenze in astronomia o uno spadellatore che si impanca a dotto di macroeconomia, beh, poco importa. L’importante è lasciare qualche segno da qualche parte, prima di passare alla prossima campagna in favore di qualcosa o qualcuno. Tempo medio di riflessione sul singolo punto? Tra i 15 e i 20 minuti. Poi via: altro che sveltina giovanile!

Se fossimo meno cinici proveremmo qualche amarezza nel vedere dov’è finita la ponderazione che una volta a sinistra almeno accompagnava le scelte politiche. Ma l’età è quel che è e un tot di cinismo accompagna sempre gli anziani; va bene che adesso il Pd si è affidato ai leader dell’Assemblea Studentesca permanente e che AVS è tornata a coltivare il bellissimo sogno dei “puri e duri” disposti a tutto pur di stare all’opposizione, ma che le assemblee sindacali, sempre più disertate, siano sostituite dai cuoricini dei social (o dalle firme referendarie), un po’ ci fa male, come ci fa soffrire vedere la partecipazione diretta ridotta a un clic o a “una firmetta che tanto non costa nulla”.

Perché in fondo al cuore uno spazio ci è rimasto dove coltivare il sogno della sussidiarietà, del protagonismo del popolo della Terra di Mezzo, quel popolo per il quale il cuore non è un’emoticon, ma il luogo in cui si compartecipa alla libertà di tutti. Con fatica e impegno, non con banalità e superficialità.

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