NEL BIANCO/ Il romanzo di Ken Follett non decolla in Tv, ma al botteghino avrebbe sbancato…

- Ilenia Provenzi

L’esperimento di coniugare Ken Follett alla fiction Made in Italy (ma a firma tedesca) non riesce del tutto: il pubblico italiano non fa in tempo ad affezionarsi agli eroi del piccolo schermo. Ma – come ci spiega ILENIA PROVENZI – sarebbe stato un gran film per il cinema

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NEL BIANCO (MINISERIE TV IN 2 PARTI del 2009, regia Peter Keglevic con Isabella Ferrari) – Una storia fredda come l’invernale Scozia in cui è ambientata. Nel Bianco, miniserie italo-tedesca in due puntate, è tratta da un romanzo di Ken Follet, ma conserva poco della tensione che il maestro del thriller sa creare. In realtà, la trama tocca un nervo molto sensibile della nostra anima collettiva, la paura del terrorismo batteriologico, che riporta alla memoria l’atmosfera di panico planetario del post 11 settembre 2001. Ma noi italiani siamo legati alla nostra piccola realtà quotidiana e i grossi eventi diventano il centro dell’interesse soprattutto se ci toccano da vicino oppure, come nel caso nella fiction televisiva, se mettono a rischio la vita e la felicità dei personaggi che amiamo. E forse questa serie non ce li fa amare abbastanza.

Lintreccio è di per sé potente: in un laboratorio biologico del Nord della Scozia viene rubato un micidiale virus, in grado di scatenare unepidemia di ebola. La responsabile della sicurezza, Antonia Gallo, e il proprietario del laboratorio, Stanley Oxenford, cercano di recuperare il virus, senza sapere che il sistema di sicurezza è stato violato grazie al problematico figlio minore di Stanley, che si sente trascurato, si indebita e vende le proprie capacità di hacker per aiutare il piano dei terroristi.

Il film non riesce a creare una vera empatia con i protagonisti. Toni Gallo, interpretata da Isabella Ferrari, è una donna forte e indomita e avrebbe tutte le carte in regola per essere una vera eroina; ma la sua estraneità alla famiglia d’origine e il suo amore per Stanley restano in superficie, li vediamo ma non li sentiamo. La famiglia Oxenford, dal canto suo, è una caotica famiglia allargata, di cui lo spettatore può faticare a mettere a fuoco i legami. Una famiglia alla Beautiful inserita in un action movie: ricetta molto anglosassone e poco di casa nostra.

 

Però intriga il tema familiare sotteso alla storia, che mette in scena tutti i modelli possibili di famiglia: quella fallita (Toni e l’ex marito), quella felice (la sorella di Toni), la famiglia allargata, apparentemente unita ma in realtà segnata da sotterranei tradimenti e segreti, nonché lotte per l’eredità e figli traditori (gli Oxenford), quella rimpianta (Stanley e la moglie defunta) e quella possibile (Toni e Stanley). Un mix esplosivo che nella fiction esita a deflagrare, lasciandoci freddini di fronte ai problemi personali dei protagonisti e persino al dramma di Kit, il figlio degenere.

 

Al cinema, probabilmente, un adattamento del romanzo di Follet avrebbe fatto tutt’altro effetto, perché la sceneggiatura originale contiene gli elementi necessari a creare un’atmosfera di alta tensione e incollare lo spettatore alla sedia. Il clima natalizio che riporta insieme le famiglie, apparentemente unite ma in realtà del tutto sconnesse, crea un efficace contrasto con la minaccia esterna di un disastro biologico, mentre la nevicata che trasforma il paesaggio in un inquietante universo bianco è metafora potente della natura, che rifiuta di lasciarsi dominare dall’uomo e si fa beffe sia del piano ben studiato dei terroristi, che si ritrovano a scarrozzare il virus per dieci chilometri nella campagna scozzese sotto la bufera, sia del tentativo dei “buoni” di correre in soccorso delle vittime.

 

Ma sul piccolo schermo, dove atmosfere e metafore vanno facilmente a perdersi, sono le emozioni e la chiarezza della storia a conquistare il pubblico, due elementi che non dominano in questa miniserie. D’altra parte, non era facile puntare su tali ingredienti partendo da un thriller puro, e il basso risultato d’ascolto (16.59% di share) non giunge inaspettato; ma l’esperimento è comunque interessante e la storia di indiscutibile attualità. Non dispiace affatto che la Tv di tanto in tanto osi qualche esperimento, avventurandosi al di fuori dei ben conosciuti sentieri della facile commedia, del poliziesco e del drammone lacrimoso.

 

Vediamo se i quattro milioni di spettatori che hanno seguito la prima puntata torneranno a vedere come va a finire la “guerra dei virus”, oppure preferiranno rifugiarsi nel più rassicurante mondo di programmi a bassa tensione e alto grado di familiarità.

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