LA BELLEZZA DEL SOMARO/ Una polifonia di personaggi in cerca di sé

- Maria Luisa Bellucci

Nella semplicità di un weekend cittadino i personaggi della commedia farsesca di Castellitto vengono fuori con le proprie follie. E il bisogno di una guida. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

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Ci sono infinite buone ragioni per andare a vedere La bellezza del somaro, terza prova alla regia per Sergio Castellitto dopo Libero burro e Non ti muovere. Il tono agrodolce, la divertente polifonia dei personaggi, la predominanza di una natura semplice e genuina, lo splendido personaggio di Jannacci, che porta in sé la riflessione sulla vecchiaia e sulle età di una vita, sono fatti viaggiare sulle note di un uso frequente della macchina a mano, che conferisce allinsieme freschezza e immediatezza.

Loccasione della storia non è una novità. Per festeggiare il suo cinquantesimo anno, Marcello (Sergio Castellitto), architetto intellettualoide della borghesia romana si trasferisce con la moglie Marina (Laura Morante), la figlia diciassettenne Rosa (Nina Torresi) e amici compresi due pazienti della consorte psicologa – nella casa in campagna. così che il ponte dei morti si accompagna di follie e grandi affermazioni di vita scandita da giochi, pranzi e cene di luculliana memoria.

Non fosse per quella natura così disarmante nella sua schiettezza, perfetta nelle onde delle colline toscane. Non potrebbe che essere questo lo sfondo per La bellezza del somaro, che si dipana inizialmente per le strade di Roma, ingarbugliandosi tra i vicoli della borghesia cittadina, e che mette sul palcoscenico un carnet di personaggi poliformi. Ciascuno è in cerca di sé. Seguendo lequazione secondo cui la casa è il teatro di questa mise en scène ed i personaggi le maschere che vi recitano, la natura diviene linterfaccia con cui tutti si scontrano. Ognuno con le proprie manie, i propri buchi, per citare il personaggio di Castellitto.

Se fossero rimasti in città, probabilmente nessun folle di questo gioco al ritrovar se stessi si sarebbe confrontato con il proprio riflesso, perché le proprie ossessioni si sarebbero confuse nella frenesia cittadina. Qui, invece, nella purezza della campagna, ogni cosa si rende manifesta. Grazie anche allarrivo di Armando (Jannacci), lanziano fidanzato della giovanissima Rosa. Il suo personaggio, semplicemente meraviglioso, è come lo strappo nel cielo pirandelliano. Ogni personaggio è messo a nudo dal suo ingresso in scena. Lui, che nella serena consapevolezza di un uomo che ha vissuto la sua vita, è super partes, è un mentore, unentità superiore quasi astratta.

Non è certamente perfetto, ma regala pacatezza e sicurezza grazie ad un punto di vista consolidato sugli affaires del mondo. Un punto di riferimento cui rivolgersi per affrontare le incertezze della vita. Non a caso propone una lettura positiva del serpente (che uno degli amici di Rosa tiene come animale domestico), che qui non ha né il classico valore cristiano del peccato né quello più brutalmente sessuale. È piuttosto simbolo di libertà e consapevolezza di sé.

È vero, come dice Jannacci, il serpente striscia tutta la vita, ma ha la grandissima capacità di liberarsi della sua pelle e di rigenerarsi ogni volta. È questa la chiave del film. I personaggi della nostra storia dovrebbero imparare a vivere coscientemente la propria età. In tal modo, Marcello e i suoi due amici cinquantenni la smetterebbero di inseguire gli anni ormai trascorsi e inizierebbero a fare i padri responsabili quali i loro figli vorrebbero.

Perché in questa ruota dove gli uomini sono fermi ai loro vent’anni e le donne si sentono trascurate dai mariti nonché ingoiate dall’isteria del ruolo sociale (una psicologa, una preside, un’inviata di guerra), ci sono anche Rosa e i suoi amici adolescenti. Bulli e un po’ drogati all’inizio del film, si trasformano in figli esemplari, desiderosi di genitori presenti, più maturi e responsabili. Per un lungo attimo i ruoli sono ribaltati. I figli non fumano più le canne, ma i padri sì. I figli non hanno ancora avuto esperienze sessuali, mentre i padri giocano al gatto e al topo con gonnelle più giovani di vent’anni.

Per fortuna Castellitto riesce a tratteggiare con garbo e senza retorica questi “nuovi” adolescenti, che altrove sarebbero stati raccontati sopra le righe cadendo nell’anacronismo più scontato. E dissacra, ma non troppo, la perfezione di Rosa, davvero “troppo tutto” per i suoi anni. A ciascuno il suo, direbbe qualcuno.

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