STANNO TUTTI BENE/ Un grande De Niro salva un film modesto sulla famiglia

- Ilenia Provenzi

Kirk Jones propone il remake della pellicola di Tornatore: il film funziona, merito di De Niro. Peccato per le altre figure che sbiadiscono sullo sfondo. La recensione di ILENIA PROVENZI

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Il cinema non ha più storie originali da raccontare, perciò ricorre volentieri agli adattamenti e ai remake. Per Everybodys fine (in italiano, Stanno tutti bene) il regista e sceneggiatore Kirk Jones cerca ispirazione nel nostro paese e produce una versione americana dellomonimo film di Tornatore con Marcello Mastroianni. Nessuna delle due opere è memorabile, ma almeno il remake non è come spesso accade peggiore delloriginale. Merito di De Niro, che interpreta il protagonista della storia, un vedovo che affronta un viaggio attraverso lAmerica per vedere i suoi figli, con sobrietà, convinzione e un acceso tocco di malinconia.

Dopo la morte della moglie, Frank Goode è rimasto solo nella sua grande casa, in cui il telefono squilla solo quando i quattro figli devono scusarsi perché non riescono a raggiungerlo per il weekend. Come da tradizione, la madre era il fulcro della famiglia: i figli parlavano con lei, cercavano lei, mentre il padre era impegnato a garantire loro una stabilità economica e un futuro degno delle loro aspirazioni.

Stanco di aspettare, Frank decide che, se la montagna non va da Maometto, Maometto andrà alla montagna e parte, nonostante i suoi problemi di salute, per un viaggio in autobus in direzione di New York, dove vive il figlio David, pittore. Ma David non cè, la casa è vuota, anche se i suoi quadri sono esposti in una galleria. Perciò Frank, preoccupato, procede per la seconda tappa, Chicago, dove la figlia Amy lavora come pubblicitaria e vive in una splendida dimora con figlio e marito.

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Sembra tutto perfetto, ma qualcosa fa intuire che Amy e il marito non siano più una vera coppia. Poi è la volta di Denver, che Frank raggiunge in treno, dove il figlio Robert dovrebbe lavorare come direttore dorchestra, mentre invece se la cavicchia senza successo né talento. Non sono mai stato abbastanza bravo, gli confessa, ma non glielha mai detto per timore di deluderlo. I padri hanno sempre troppe aspettative sui figli e rischiano di schiacciarli e di perderli. Infine, a Las Vegas Frank ritrova Rosie, la ballerina di successo che, però, gli ha nascosto di avere un bambino e di essere lesbica.

(Nella pagina seguente continua la recensione, gli ultimi due paragrafi svelano parte del finale)

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A tutti Frank consegna una lettera, prima di andarsene, e fa una domanda: “Sei felice?” Vuole assicurarsi che i suoi sforzi per spingere i figli a coltivare le loro ambizioni non siano andati perduti, che abbiano tutti una vita perfetta. Naturalmente non è così, e la moglie lo sapeva: i figli si confidavano con lei, rendendola partecipe della loro vita imperfetta, perché lei sapeva ascoltare senza giudicare mentre Frank, come spiega Rosie, ha sempre parlato tanto, ma ascoltato poco. I diversi ruoli del padre e della madre nella vita dei figli sono messi a nudo nella storia, che non dice niente di nuovo ma ribadisce un concetto radicato nella nostra cultura, dove l’uomo finisce spesso per proiettare aspettative troppo grandi sulla prole e fallisce nel tentativo di tenere unito il nucleo familiare da solo.

Il film avanza lento, con un ritmo old-style che a tratti sfiora la noia, ravvivato però dalla bellezza dei paesaggi che si intravedono dai finestrini dell’autobus e del treno, con i canyon e i tramonti, e le conversazioni senza seguito scambiate con gli occasionali compagni di viaggio. Intanto, un mistero corre nella storia: che fine ha fatto David? I fratelli lo sanno, ma non hanno il coraggio di rivelarlo al padre. In un finale classico, dove la soglia tra la vita e la morte, segnata da una tempesta in arrivo, lo porta a confronto con la verità, Frank si rende conto di aver continuato dentro di sé a vedere i figli come bambini: è l’unico modo che conosce per relazionarsi con loro.

Ma i figli sono cresciuti e, per instaurare un rapporto sincero, Frank deve imparare ad accettarli per come sono, senza giudicarli. D’altra parte, in un altrettanto classico rovesciamento di ruoli, alla fine sono i figli a trattare il padre come un bambino, proteggendolo dalla verità sul destino di David, tossicodipendente sparito in Messico. Un boccone amaro, il dolore peggiore per un padre, che Frank affronta nella semi-incoscienza di un letto d’ospedale, rivedendo il figlio prima bambino, poi adulto, che lo rassicura: “non è colpa tua”.

La morale è sempre la stessa: l’amore riesce a superare delusioni e rancori, riportando la famiglia insieme intorno a una tavola imbandita, con tacchino e luci di Natale. I presenti stanno bene davvero, perché hanno saggiamente imparato ad accettarsi l’un l’altro; e gli assenti sono a loro modo presenti nel ricordo, che l’amore tiene acceso oltre la morte. Una reunion familiare che potrebbe essere più toccante se i personaggi ci fossero entrati nel cuore: protagonista a parte, gli altri sono rimasti sullo sfondo, volti e voci che nascondono una vita in cui il film non ci ha fatto entrare. Ma DeNiro è sempre un grande e anche stavolta colpisce nel segno, portando avanti la storia da solo e concentrando le emozioni del pubblico su di sé, finché risulta difficile ricordare una scena del film che non sia collegata al suo volto.

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