SIMON KONIANSKY/ Il Road-Movie sulle tracce della memoria

- Eleonora Recalcati

Simon Koniansky è l'ebreo che rifiuta se stesso. Tradizione e memoria sono messe a confronto nel nuovo film di Micha Wald. La recensione di ELEONORA RECALCATI

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Con “Simon Koniansky il belga Micha Wald traccia il percorso rocambolesco di un road-movie sulle tracce della memoria. Forte il richiamo a Ogni cosa é illuminata (Schreiber 2005), simile e più profonda traversata alla ricerca delle origini. Se entrambe sono viaggi grotteschi e dolorosi di unidentità che si riscopre, Simon Koniansky indugia però sulla natura delle paternità e del diventare adulti.

La trama sviluppa il cortometraggio di Wald Alice et moi mettendo in scena storie ed idiosincrasie della famiglia ebraica del regista belga. Simon (Jonathan Zaccai), 36 anni e un bambino, torna alla casa del padre Ernest (Popeck) dopo esser stato abbandonato dalla moglie e dalla fortuna, figliol prodigo maltollerato persino dal genitore. 

E un fallito di gusto alleniano, gracile, malconcio, occhiale rammendato, assoluta inabilità allagire. Esaspera il padre col rifiuto netto di tradizione e storia ebraica, un distacco gridato, sin nella presa di posizioni cruentemente anti-israeliane. Persino inseguito dai famigliari armati di posate Simon continua a rinnegare le sue radici e a impedire ad Ernest di raccontare al nipotino adorante le avventure del lager. 

E unidentità non voluta, che gli salta addosso da tutte le parti, lo insegue e lo assedia, sempre rifiutata e sempre viva e tenace. Dominato dal dolore per labbandono della moglie Cori, spudorata ballerina non ebrea, inizia a cambiare soltanto quando scopre lo stato terminale del padre e si trova a fronteggiare la sua morte: lammucchiarsi delle poche, polverose cose del defunto, il lascito di un talismano ebraico, la scoperta delle ultime volontà. Già più adulto si trova ad accettare una traversata impensabile dal Belgio al villaggio ucraino di Ostrov, dove Ernest ha deciso di essere sepolto a fianco di una misteriosa prima moglie. 

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Con la salma, il figlio e i due anziani zii inizia un pellegrinaggio sulle tracce di chi fosse il padre e dei motivi della sua scelta. Un viaggio a ritroso che in realtà vede in gioco i fondamenti del presente di Simon e la solidità del rapporto con suo figlio. Tra riunioni famigliari di ottuagenari ebrei ucraini e dolorose scelte da prendere, Simon diventa più uomo, ripartendo dal se stesso che aveva censurato e riprendendo in mano la sua vita.

 

Un cambiamento tratteggiato con lieve delicatezza, fin nelle pieghe del linguaggio yiddish che affiora teneramente alle labbra del giovane padre.  Sul percorso dell’auto malmessa e dei quattro scalcinati pellegrini nevicano incidenti e tensioni, sino al carico di una gigantesca lapide in marmo, sesto passeggero che incoronerà il gesto.

 

Ma la vis comica del film riposa, ancor più che sulle gag, sulla costruzione impeccabile dei personaggi. Gli sprazi grotteschi con cui viene affrontata l’intimità disperata di Simon, le gelose proiezioni sui tradimenti della moglie, divertono e avvicinano il protagonista alla tenera comprensione dello spettatore.

 

 

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E se stona la recitazione nevrotica e il ruolo congelato della moglie Cori, supremo è invece il personaggio di Maurice, anziano zio dallo stomaco gorgogliante che attraversa l’Europa imparruccato per nascondersi dai nazisti. Il brio della colonna sonora etno-dance cozza con le immagini sgangherate di vecchietti zoppicanti e apre all’uso indiscriminato del pastiche, vera forza del film. 

 

La turbinosa commistione di toni grotteschi, ricordi della Shoa, danze circensi, toglie peso ai sentimenti in scena, senza privarli del sapore. E’ una levità cercata, che emerge sin nella danza senile e rabbinica che affolla scompostamente i titoli di coda. Persino nelle dense apparizioni del fantasma del padre, la pietas filiale e la scoperta dell’identità si sottraggono a una gravità sempre in agguato e sempre scongiurata dallo humor dell’impietoso Wald.

 

Solo raramente la fuga dal silenzio della riflessione esaspera nel non trattenere appieno il senso profondo di ciò che succede e delle trasformazioni in atto. Per il resto, nelle vertiginosa leggerezza con cui tutto viene affrontato, riso e pianto suonano allo stesso modo così come ricerca dell’origine e della meta si sovrappongono sino a coincidere.

 







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