TV/ Da Alias a Greys Anatomy, il mito di ABC che ha cambiato il mondo delle fiction

- Ilenia Provenzi

Al Fiction Festival di Roma è stato dato spazio alla rete americana ABC, capace, come racconta ILENIA PROVENZI, di creare serie diventate dei veri e propri cult

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Il cast di Grey's Anatomy

La sala più grande del cinema Adriano, che ospita il Fiction Festival di Roma, è gremita di gente: età media, 20 anni. Loccasione è la presentazione dei finali di stagione delle due amatissime serie Lost e Greys Anatomy in presenza di due ospiti deccezione, Naveen Andrews (laffascinante Sayid di Lost) e Kevin McKeed (il medico militare fidanzato con Christina in Greys Anathomy).

 

Il Festival romano ha omaggiato questanno la rete americana dalla penna magica, la ABC, riproponendo vecchi e nuovi successi, dalla serie universitaria Felicity (la prima serie di JJ Abrams, anno 1998) al poliziesco romantico Moonlighting (1985), passando per quel capolavoro action che è Alias (manco a dirlo, sempre di JJ) fino ad arrivare a Lost e Greys Anatomy.

La ABC è una rete che ha sempre proposto serie innovative, alcuni tra i migliori prodotti americani in assoluto, lanciando registi ed executive producers che hanno lavorato anche nel cinema: a differenza che da noi, negli Stati Uniti cinema e Tv sono sullo stesso piano, si scambiano idee, professionisti e maestranze. E si vede.

Alias (cinque stagioni, alto budget, attori che sono poi migrati in Lost o sul grande schermo) è stata una delle prime serie cinematografiche, che ha saputo unire una trama complicata ma profondamente coerente, temi forti (destino, rapporti familiari, maternità, amore, responsabilità, fiducia) e un ritmo action da restare senza fiato. Una puntata poteva contare fino a cinque location diverse, da Sydney a Timbuctù, con rischio di morte costante per gli amati protagonisti, due agenti della Cia innamorati e tormentati che combattono contro i peggiori terroristi del pianeta.

Impossibile non restare incollati allo schermo. La densità e la complessità della serie è stata ripresa da Lost, che ha stravolto la scrittura televisiva osando i salti temporali (laddove Alias sfruttava quelli spaziali) e intessendo la struttura di flashback e flash-forward con una disinvoltura difficilmente imitabile: il primo tentativo di raccoglierne leredità, Flash Forward, è stato chiuso dopo la prima stagione.

Si tratta di serie high concept, tecnicamente parlando, con unidea talmente forte alla base da meritarsi ampio dispiegamento di mezzi e in grado di far lavorare intensamente il cervello degli spettatori. La brillante caratterizzazione dei personaggi, sempre sul confine tra bene e male, fa il resto.

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D’altro canto, la ABC ha saputo proporre anche prodotti “low concept”, ovvero serie meno innovative e dirette a un pubblico più giovane, con ampio spazio per sentimenti e intrecci romantici. È stato il caso di Felicity, la storia di una studentessa universitaria che cerca di crearsi una sua dimensione a New York e di conquistare il ragazzo che ama, affrontando un percorso di crescita attraverso errori, successi e (già allora) qualche salto nel tempo.

 

I teenager di adesso non se la ricordano; invece, accorrono in sala per vedere Grey’s Anatomy, il medical che ha unito elementi soap, romance e drammatici creando un bel polpettone con picchi di eccellenza e abissi di trash in grado di conquistarsi le simpatie del pubblico giovane. Il finale della sesta stagione è quasi un film a rischio lacrime e salti sulla poltrona, costruito su un ritmo action inusuale per la serie (dove per lo più i personaggi parlano, operano, litigano o si baciano – anche tra donne) e su un tono tragico che – va detto – colpisce nel segno.

 

Innovativa è stata anche Ugly Betty, la serie che ha segnato la riscossa delle “bruttine intelligenti”, partendo alla grande ma perdendo poi mordente e sfiorando il ridicolo in un po’ troppe occasioni. Ma tentare è la chiave per riuscire: gli americani lo sanno bene ed è per questo che, tra i tanti prodotti più o meno riusciti, qua e là sboccia il capolavoro o, alla peggio, il prodotto interessante e di successo.

 

L’Italia, invece, è contenta di navigare nelle acque sicure della mediocrità, giustificandosi con la necessità di soddisfare il suo pubblico medio (ovvero, vecchio) e la mancanza di una struttura industriale, di investimenti, di leggi adeguate, eccetra eccetra. La frittata si può rigirare quanto si vuole ma, nel frattempo, i giovani preferiscono l’America. E hanno ragione.

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