VALLANZASCA/ Lerrore sul ladro gentiluomo rovina il film di Placido e Rossi Stuart

- Jean Philippe Zito

Un bravo regista e un cast all’altezza non sono sufficienti, spiega JEAN PHILIPPE ZITO, a giustificare il tentativo di nobilitare un criminale

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Michele Placido, regista del film Vallanzasca (Foto Imagoeconomica)

Vallanzasca non è un eroe. un ladro, non è una guardia e questo è chiaro fin dalle primissime scene del film. Vallanzasca è un rapinatore e un assassino che ha sconvolto prima la Lombardia e poi tutta l’Italia con i suoi crimini efferati.

Michele Placido, già regista del fortunatissimo Romanzo Criminale, ci riprova con questo nuovo film. Dopo averci affascinato con la narrazione della storia della Banda della Magliana, tenta di esplorare nuovamente gli anni bui del nostro Paese, gli anni di piombo. Placido si affida per la parte di protagonista all’ottimo Kim Rossi Stuart.

Il ruolo gli cade a pennello e Stuart riesce anche nella sua ambiziosa sfida; impersonare Vallanzasca anche grazie a dei dialoghi efficaci. Bravo come attore quindi, ma anche bravo come sceneggiatore. Nel susseguirsi della trama, la fedele ricostruzione della carriera criminale del Vallanzasca, Placido tenta anche di delinearne un profilo sociologico. Tutt’attorno il cast è all’altezza.

Filippo Timi è riuscito a caratterizzare bene il fratello tossicodipendente del bel Renè, Enzo. Bravi gli altri componenti della batteria della Comasina come Moritz Bleibtreu, reso celebre dal film Lola Corre, qui in veste di una delle menti della banda e Francesco Scianna (sì, quello del barocco Baarìa), si rende credibile nel ruolo di Francis Turatello, altro criminale molto noto negli anni ’70 a Milano. 

Rapine, carcere duro, evasioni, serate nella Milano da bere. Tutto lecito. Generoso, anche se oramai sdoganato, anche il tentativo di moralizzare il cattivo di turno.  È però azzardato renderci una coscienza criminale nobile che ci possa insegnare il limite oltre il quale “non c’è l’uomo, ma l’animale”.

 

C’è tempo anche per le solite barzellette sui Carabinieri (nella fuga dal traghetto); per un “ghe pensi mi” di berlusconiana memoria (questa volta però in chiave esclusivamente sessuale) e per una predica sugli abusi di potere degli agenti di pubblica sicurezza.

 

Sbagliato e diseducativo, infine, pensare di poterci raccontare la storia di un crimale facendocelo passare per un ipotetico ladro gentiluomo. Placido paga pegno, i critici servono a questo. Renato Vallanzasca rimane un cattivo esempio. L’eccezione non basta a cambiare la storia.

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