SFOOTING / N.S.P.Q.R., ovvero Non Sanno Perdere Questi Romani!

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Questa volta i ComicAstri fanno addirittura un viaggio nel tempo e nella storia, all’origine del calcio e degli spot televisiviscoprendo un mondo romano, che di antico a volte e ben poco

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Clamorosa scoperta grazie agli spot mandati in onda da Tim prima e durante le partite del campionato di serie A. Tifosi e addetti ai lavori conoscono bene la data del 26 ottobre 1863: è il giorno in cui, in Inghilterra, si ritiene che sia stato inventato il football. Ebbene, ora le lancette dellorologio della storia del calcio vanno spostate più indietro. E non solo per il ritorno dellora solare.

Merito della Tim, certo, ma anche del rinvenimento di importanti reperti archeologici, a partire da un’incisione sulla Via Covercianensis, risalente al III secolo A.C., su cui si legge chiaramente liscrizione chiapparum culpus, che gli esperti latinisti non hanno esitato a tradurre con il termine moderno di autorete. Così è ora possibile affermare con buona certezza che il calcio è stato inventato dagli antichi Romani. Non si chiamava calcium, ma arpastum: secondo gli storici, la denominazione è dovuta al fatto che i plebei lo giocavano esclusivamente nelle ore dei pasti.

Il merito dellinvenzione non spetta né a Romolo – che grande appassionato di cinema girò il primo lungometraggio (paellicula tam longa quam molesta) dal titolo Balla cum lupa -, né tanto meno a Remo, cui piaceva di più il canottaggio. No, a inventare il calcio è stato un giovane avvocato del Foro, tal Tarquinio Peppinus Prisco, che divenne anche il primo presidente di una squadra di arpastum.

Il nuovo gioco appassionò subito i primi re di Roma. Numa Spompilio lo praticava con tale insistenza a tutte le ore che era sempre a corto di fiato, mentre Anco Di Marzio divenne a tal punto un esperto che non solo riuscì a fare lallenatore, ma poi si specializzò in calciomercato (arpasti emporium). Dei primi giocatori romani si ricordano gesta epiche. Il portiere Muzio Scevola con la mano arrivava dovunque; gli giocava davanti il libero Porsenna, con il quale formava una coppia affiatata dentro e fuori dagli spogliatoi (intra moenia-extra moenia). La sintonia era tale che Muzio, in occasione di un derby, affermò: Con Porsenna davanti alla difesa non subiremo gol: ci posso mettere una mano sul fuoco!.

Sempre a proposito di derby capitolino, rimangono storici (ne parla persino Cicerone nelle Epistulae ad Tacticumi duelli tra i fratelli Orazi, instancabili motorini del centrocampo romano, e i Curiazi, che – come dice il nome stesso – militavano nella squadra della Curia, un club del Vaticano.

Ma chi portò ai fasti maggiori il calcio degli antichi Romani è stato un condottiero chiamato Julio Cesar, famoso per il suo motto “Veni, vidi, Wc”, che contribuì alla nascita dei primi esami anti-doping. Le squadre di Julio Cesar giocavano molto coorte. in attacco poteva schierare un centravanti di classe sopraffina ma di cui nessuno conosceva l’esatta identità: Milìto Ignoto. E se a centrocampo Julio Cesar poteva contare sui ligionari(il nome deriva dal fatto che erano molto ligi alle sue direttive tattiche), nella fase difensiva spiccavano icinturiones: erano chiamati così perché molto abili nel cinturare a metà campo gli avversari con una presa da lotta greco-romana ad altezza del basso ventre, il cosiddetto paenae, o fallo semplice.
Ma i cinturiones, pur di non far segnare gli avversari, non esitavano a fare ricorso anche all’horribilis paenae (fallaccio) o addirittura al frustrationis paenae (fallo di frustrazione). E con loro i Romani collezionarono vittorie e trofei in tutte le terre allora conosciute, dalla Gallia alla Britannia, dalla Tracia alla Pannonia. Tanto che le loro insegne divennero famose e temute ovunque: N.S.P.Q.R. (Non Sanno Perdere Questi Romani!).

Ma torniamo ad analizzare i reperti di straordinaria importanza storica. Incisi su alcune colonne di marmo sono stati rinvenuti alcuni numeri: IV-IV-II oppure IV-III-I-II o ancora IV-III-III. Si pensa che fossero i rudimentali schemi tattici con cui i Romani schieravano la loro squadra in campo. Su alcuni vasi celebrativi, chiamati Campionorum Liga, sono state trovate dipinte alcune significative parole di chiaro sapore calcistico. La più diffusa è GOAL, che gli esperti di Rai Carosio – canale dedicato ai documentari sulla storia del calcio – hanno tradotto con Gaudium Orgasmus Atque Libido, che era l’urlo di gioia sfrenata del cinturione quando insaccava la palla nella rete avversaria.
In un sotterraneo nei pressi delle Terme di Carapalla invece sono state rinvenute le parole TACKLE (Tibi Asporto Cavigliam Kalzettones Legamentum Etcetera), espressione che sta a indicare un intervento di gioco particolarmente ruvido e cattivo, e OLA (Ondula Laetitiae Astantorum), che era la classica manifestazione di entusiasmo con cui al Colosseo il pubblico romano dimostrava il suo apprezzamento per la condotta di gioco dei propri beniamini. 

Ma non è tutto. Alcune lapidi presenti nell’anfiteatro XC° Clessidrae (che si può tradurre all’incirca con “Novantesimo minuto”), ubicato tra la Domus Trigoria e l’Arco di Formellus, ci hanno tramandato ulteriori  e significative informazioni. Sappiamo così che l’arbitro (allora chiamato Mediator cornutus) era già oggetto di fischi e di critiche, divisi equamente insieme al guardalinee (Orbus prezzolatus). Oppure possiamo ricostruire le vittorie di un grande allenatore dell’epoca, un certo Parvulae Claviculae (oggi diremmo Spalletti). 

Si è altresì venuti a conoscenza anche di alcune regole base del calcio romano. Lo IUS PRIMAE NOCTIS, per esempio, designava il diritto per la squadra campione in carica di disputare la prima partita del torneo successivo in casa e in notturna (oggi diremmo posticipo serale). Il RIGOR MORTIS, invece, era il calcio di rigore che, se assegnato nei tempi supplementari, sanciva l’immediata conclusione della partita (una sorta di antesignano “golden goal”). Con l’espressione DULCIS IN FUNDO si intendeva il goal vincente segnato in zona Cesarini; TERTIUM NON DATUR era l’invito dell’allenatore a non dare mai la palla al terzino marcato stretto;AD PERSONAM indicava la marcatura a uomo; ALEA IACTA EST (il dado è tratto) altro non sarebbe stato che l’annuncio della conclusione del sorteggio per l’accoppiamento delle squadre che si accingevano alla contesa di un trofeo di arpastum. 
E se la rimessa laterale (IN MEDIO NON STAT STOMACI CONATUS) poteva essere effettuata anche con i piedi, esisteva già una sorta di favoritismo nei confronti di due squadre “straniere” che riuscivano a ottenere un maggior numero di rigori: quelli elargiti alla squadra di Mediolanum con le casacche azzurre e nere venivano soprannominati AD INTERIM, mentre PRO JUVENTUTE  erano quelli assegnati a un’altra compagine, che arrivava da Taurinum, identificata con alcune strisce verticali alternate rigorosamente in bianco e nero.

Il calcio, comunque, faceva impazzire plebei, patrizi e senatori Romani. Tutti partecipavano a un gioco, denominato IN HOC SIGNO VINCES, in cui chi indovinava i risultati delle 13 partite riportate su una schedina di marmo vinceva una palata di sesterzi d’oro. Ma tra i tifosi, che non esitavano ad accapigliarsi tra di loro, spopolava, ogni lunedì sera, “REPETITA IUVANT”: era la moviola dell’epoca, inventata da un tal Aldus Cardus Cardus (oggi diremmo Aldo Bis-Cardi).

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