ONE DAY/ La parabola di un amore capace di attendere

- Maria Luisa Bellucci

Emma (A. Hathaway) e Dexter (J. Sturgess) sono anime opposte, in una Edimburgo anni 80, che si innamorano ma hanno bisogno di tempo per riconoscersi. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

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Una scena di One day (Foto Ansa)

One day. Ovvero basta un giorno per innamorarsi. O forse basta un giorno per incontrare lanima gemella. Poco importa se non la si riconosce subito. Giovani, ingenui e inconsapevoli. Uno sguardo, una risata. Un abbraccio condiviso nel letto a una piazza nella folle notte che celebra la fine delluniversità. In un 15 luglio che non è un giorno qualsiasi. 15 luglio 1988, Edimburgo. Emma Morley (Anne Hathaway) e Dexter Mayhew (Jim Sturgess). Due anime opposte. Gonnellona, Dr. Martens ai piedi e occhiali tondi lei, piena di sogni per  un mondo migliore e con laspirazione a diventare una grande scrittrice. Motivo per cui sopporta il tremendo odore di cibo messicano che assorbe nel ristorante in cui lavora. Solo unoccasione, a tratti insopportabile e snervante, per guadagnarsi da vivere in attesa di diventare ciò che vuole realmente essere. Bello, ricco e un po svogliato, Dexter. Che considera la vita solo uno spazio per affermarsi senza sforzo e in tutto il suo splendore. Macchine, belle donne e fiumi di alcol, più una via di fuga e uno status che un vizio. Al punto da non essere più in grado di gestire la sua presenza davanti allo schermo. Perché Dexter ha fatto carriera in fretta come presentatore televisivo grazie a quella sua spregiudicatezza che lo rende brillante e odiosamente amabile.

Sembrano due cuori destinati a correre sfrenati su due binari opposti, tanto sono diversi nelle parabole che disegnano e nel ritmo che li accompagna. Invece Emma e Dexter si appartengono, senza saperlo. Lo intuiscono, lo sentono. Ma lasciano che le loro vite si uniscano e si dividano sullonda altalenante delle circostanze. Preferendo aggrappasi ad altri luoghi e persone perché, semplicemente, è più facile così. Per un numero di mesi che tende quasi allinfinito si sfiorano soltanto. In un valzer di eventi che sia nel libro (One day, di David Nicholls) da cui è tratto il film sia nel film si condensano il 15 luglio dei ventanni successivi al loro primo incontro.

È possibile appartenere a qualcuno che è presente nella propria vita e non saperlo? È quello che succede a Emma e Dexter, che si completano nel loro essere così diversi. Si amano da sempre, ma non ne hanno la consapevolezza. O, peggio, quando la vita concede loro l’occasione per “riconoscersi”, entrambi fanno sempre un passo indietro. Restano nascosti dietro il velo dell’amicizia a causa – ma questa è solo una scusa – di situazioni e momenti sbagliati.

Si migliorano l’un l’altro, Emma e Dexter. Anche, e forse soprattutto, quando ormai è troppo tardi e la vita è tanto generosa da regalare loro un senso di attesa pienezza. Perché in fondo, probabilmente, la felicità è fragile e bambina e non può essere una condizione duratura, solo un tappeto di attimi di serenità che si coniugano l’un l’altro. È nell’attesa che li separa che il loro rincorrersi, mai estenuante, trova senso.

Forse perché il vero amore ha bisogno di tempo per essere riconosciuto? Eccessivamente crudele come idea. Che, a ogni modo, è dipinta egregiamente nelle immagini e nelle parole del romanzo. In grado di regalare spessore reale ai suoi personaggi. Profondità e bellezza che, in parte, si perde nella prima parte del film, troppo impegnata a condensare in poche scene le radici di un amore così sincero.

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