MIDNIGHT IN PARIS/ Woody Allen e la sfida allinsoddisfazione della vita

- Maria Luisa Bellucci

tornato sul grande schermo, Woody Allen. Come autore, come regista e con un personaggio che ne interpreta il pensiero. La recensione di MARIA LUISA BELLUCCI

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Una scena del film Midnight in Paris

tornato sul grande schermo, Woody Allen. Come autore, come regista e con un personaggio che ne interpreta il pensiero, se non addirittura uno scampolo di vita. Lo fa con un film che abbandona il distacco ironico de Incontrerai luomo dei tuoi sogni per lasciarsi scivolare sullonda del sentimento. Che travolge, anche se non troppo, tutti coloro che nutrono una certa sensibilità verso il mare magnum dellinsoddisfazione. Sì, perché seppur vario nel suo fare cinema, Woody Allen resta ancorato a uno sguardo critico verso il fastidio percepito nei confronti di una vita non totalmente appagante. Ci riesce con diverse intensità. Qui, in Midnight in Paris, affidandosi allastratta e sognante ambizione di un uomo mai arrabbiato o brutalmente frustrato, ma leggero e dolce nel suo voler essere altrove.

Questa è lavventura di Gil (Owen Wilson). Uno sceneggiatore hollywoodiano di successo e corteggiato dai più che convive con il desiderio di diventare un grande romanziere. Perché per lui, uomo di cultura letteraria e non, scrivere un romanzo è impresa ben più ardua e nobile del comporre una sceneggiatura, meccanica nel suo schema. uomo di sentimento, Gil. Che, in viaggio a Parigi con la futura moglie Inez (Rachel McAdams), si lascia travolgere e sconvolgere dai ricordi di una città da lui abbandonata, a suo tempo. Quando le circostanze della vita aiutavano scelte più facili. Per denaro, comodità e, più di tutto, paura.

Insoddisfazione, si diceva. Che Gil/Woody vive su un doppio binario, affrontandola con uguale stupore e amore e raggiungendo due mete differenti nel sapore, ma ugualmente appaganti. Da una parte la malinconica nostalgia verso unepoca che non cè più e alla quale si sente di appartenere. Per cuore e intelletto, per umano sentire e opportunità. Unepoca che si conosce, si ama e si desidera attraverso le testimonianze artistiche che ne rivelano lanima. La Golden Age. Che per Gil è nascosta nelle pieghe degli anni Venti, ma per Adriana (Marion Cotillard), la donna di cui si innamora Gil nei suoi sognanti viaggi nel tempo, si trova nella Belle poque che fece di Parigi una perla di rara bellezza. Come a dirci, Woody, che questo senso di insoddisfazione verso lepoca in cui viviamo è atavica e coinvolge ogni generazione.

Cè rimedio? No. Bisogna solo imparare a gestire il vuoto tra il desiderio di ciò che si ama, ma che non si può avere, e la reale circostanza in cui si vive. E riempire questo vuoto con quanto ne restituisce lessenza. Linsoddisfazione di Gil, però, non resta ancorata al ricordo di unetà che non cè più. Affonda la sua lama anche nella vita personale dello scrittore, creando un dolore nei confronti della quotidianità che, ne siamo certi, coinvolge un po tutti noi. Cè la vita reale, quella che si scandisce minuto dopo minuto e che racconta ai più tutto quello che si è, in rapporto alle persone di cui si circonda e ai luoghi in cui si sceglie di vivere. Ma la vita, in fondo, non è una definizione convenzionale.

Per molti, tutti coloro che si cullano delle comodità esistenziali, lo è. Per altri, come Gil, a un certo punto il cuore pulsante della propria vera natura inizia a battere forte, fino a irrompere nell’anima e nella mente di chi deve, da quel momento in poi, fare i conti con ciò che è e ciò che vorrebbe essere. È questo il problema. La strada che si divarica tra la vita che si sta vivendo – in qualche modo – e quella di cui si vorrebbe essere protagonisti. Che risponda ai propri sogni, ai propri desideri espressi, ma repressi. A causa, questo, delle circostanze. Perché una serie di situazioni, più o meno convenzionalmente riconosciute, rendono difficile il distacco.

Se, dunque, nei confronti della Golden Age perduta, il sentimento si piega al sapore di una malinconica nostalgia, in questo secondo caso l’insoddisfazione diventa frustrazione accettata. Fino a quando tutto esplode. Perché se non si può tornare indietro nel tempo, si può scegliere di vivere una vita diversa. La propria vita, quella che meglio si adatta ai propri sogni. E anche l’amore, secondo Woody Allen, risponde a questa regola. Si può decidere con chi dividere le proprie giornate. Chi deve essere questa persona? Qualcuno con cui si condividono le grandi o le piccole cose della vita? Qualcuno con cui l’intesa prescinde da qualsiasi convenzione perché affonda le radici in un inspiegabile senso di appartenenza? O qualcuno che si è incontrato nel proprio cammino e che realizza, rispetto a noi, un incastro che non è perfetto, ma soddisfacente, in qualche modo.

Ripiegato ancora una volta verso l’incapacità di godere di ciò che si ha (e perché si dovrebbe, se non è ciò che si vuole?), Woody Allen regala una storia certamente malinconica ma positiva. In cui il protagonista, per una volta, non lascia che sia il Fato a decidere per sé, ma raccoglie i fili della propria esistenza lasciando andare quelli troppo esili per reggere al peso del tempo che passa. E alla vera felicità. Con un finale che non è scontato, se lo si attribuisce a Woody Allen, ma un po’ banale, retorico e smielatamente romantico nel contesto drammaturgico. Ma siamo a Parigi, verso cui il regista lancia una vera e propria dichiarazione d’amore. Che lo rende, a dire il vero, un po’ lezioso e intriso di autocompiacimento intellettuale nel continuo citazionismo di autori del passato, siano grandi scrittori, importanti personaggi storici o artisti.

In questo Woody Allen non perde terreno rispetto alla sua abitudine di essere talvolta troppo autoreferenziale e auto compiaciuto. E ce lo racconta anche quella Parigi barocca, bohemien e nascosta che si oppone al luccichio di una città ricca e glamour. In quelle mezzanotti che ti raccolgono su una carrozza e ti portano via, lontano da dove sei e là, dove vorresti essere. Ma non bisognerebbe aspettare la mezzanotte per trasformare i propri sogni in realtà.

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