MAD MEN/ Dal telefilm da “amarcord” una lezione per le fiction italiane

Mad Men è una serie televisiva americana che riceve premi da tre anni di fila. ALBERTO CONTRI ci spiega il segreto del suo successo

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La serie Mad Men ha debuttato negli Usa nel 2007

Fumo, sesso, alcool, cinismo: formidabili quei Sixties. Così titolava un noto settimanale poco tempo fa, semplificando assai, parlando di Mad Men, la serie televisiva americana che sta riportando un crescente successo di critica e di pubblico. Da tre anni consecutivi sta vincendo lEmmy Award (lOscar della tv), così come il Golden Globe, e da due anni tutto il cast si aggiudica il prestigioso Screen Actors Guild Award.

Ma comè possibile che un serial televisivo ambientato in una rampante agenzia di pubblicità della New York degli anni Sessanta, in larga parte a base di riunioni con i clienti, dispute tra creativi e account, segretarie ambiziose, tradimenti, fiumi di alcool e milioni di sigarette, possa continuare a entusiasmare crescenti fasce di audience e di critica?

La risposta sta nel mirabile mix di eccellenza professionale profusa nella sceneggiatura, nelle ricostruzioni coreografiche, nel casting, nella regia. Il tutto posto al servizio del racconto della nascita della società dei consumi sullo sfondo di unAmerica alle prese con lepico scontro tra Nixon e Kennedy, lacuta crisi dei missili a Cuba, il confronto tra benpensanti e progressisti, la nascita di miti del rock come Bob Dylan.

raro, infatti, che una fiction, che per sua natura vive di licenze poetiche, riesca a essere uno spettacolo affascinante e costituire a un tempo la base per un corso alla Northwestern University di Chicago sul Consumismo e sui cambiamenti sociali nellAmerica degli anni 60. Innanzitutto va detto che è prodotta da una rete via cavo, la Amc, che ha deciso di puntare sulla produzione di serie di altissima qualità per attirare abbonati a pagamento. Autore e produttore è Matthew Weiner, già produttore e sceneggiatore di unaltra fortunatissima serie, I Sopranos.

 

Il personaggio principale è Don Draper, brillante Direttore Creativo dalloscuro passato, interpretato da un attore tanto strepitoso quanto sconosciuto fino a poco tempo fa: Jon Hamm, anche lui vincitore del Golden Globe 2008 come migliore attore di una serie drammatica. I suoi fans stanno facendo a gara nel pubblicare su You Tube i più diversi modi in cui è capace di recitare una semplice interrogazione come What?: a tuttoggi ne hanno postati on-line più di trecento diversi!

Ma anche gli altri attori fino ieri erano professionisti sconosciuti, che evidentemente hanno potuto emergere in un particolare contesto di grazia collettivo, sicuramente dovuto alleccezionale bravura del regista produttore. Perché tutto il casting è stato scelto con una cura assoluta nellindividuare tipi fisici e psicologici, volti e atteggiamenti in grado di esprimere alla perfezione le caratteristiche di ogni personaggio.

Quello che colpisce è che pur rappresentando senza una sgrammaticatura figure tipiche come i soci di un’agenzia pubblicitaria di Madison Avenue, i figli dei clienti ricchi, le segretarie ambiziose e quelle sciocche, le casalinghe fiere dei loro nuovi elettrodomestici e gli uomini fieri della loro nuova Cadillac, la loro caratterizzazione non scade mai nello stereotipo. La scrittura è talmente abile che puntata dopo puntata ci si trova totalmente coinvolti nella vita dei personaggi così da cominciare a vedere con i loro occhi il dipanarsi del sogno americano agli albori della società dei consumi, per una volta non descritta con i soliti nostrani pregiudizi ma con una lucida capacità di analisi e di racconto.

 

In definitiva, si viene coinvolti in un gigantesco amarcord, si gusta una favolosa madeleine proustiana anche se si è troppo giovani per potersi ricordare qualcosa. E il merito è sicuramente anche della scenografa Amy Wells, di cui si conosce la capacità di passare i weekend setacciando i mercatini dell’usato e comprando modernariato su e-bay.

 

Contrariamente a quanto avviene nella maggior parte delle fiction nostrane, ogni argomento è trattato con un’inconsueta capacità di approfondimento storico, filosofico, psicologico e sociologico che però non è mai pedante o – come già detto – stereotipato. Che si tratti del tema del divorzio, dell’aborto, dell’omosessualità, oppure della fede di una piccola comunità cristiana di Brooklyn e delle aspirazioni a farsi una famiglia, tutto è trattato con molta umanità, si potrebbe dire con una certa pietas anche nei confronti dei personaggi più cinici, come lo erano molti protagonisti dell’advertising d’oltreoceano che ho avuto modo di conoscere personalmente.

 

Senza bisogno di ricorrere ad alcun pistolotto ideologico, ad esempio, viene mostrato come i bambini siano stati, senza pensarci troppo, progressivamente affidati alla baby sitter elettronica (la nascente e onnipresente tv), e come i figli piccoli patiscano poi per sempre la separazione dei genitori obbligati a divorziare per aver vissuto senza riflettere a sufficienza sulle responsabilità del loro contratto matrimoniale.

 

Molto interessante la descrizione del ruolo della donna americana che in qualsiasi ruolo si trovi (madre-moglie-amante) risulta un pilastro di una società molto simile a un alveare fatto di api operaie e di fuchi spesso cinici, vanesi, e – nei momenti cruciali – molto più deboli delle loro femmine. Sarà anche per questo che il pubblico femminile ama particolarmente questa serie.

Abbiamo già detto che gli attori sono tutti straordinari, ma su tutti, dopo Jon Hamm, a mio parere eccelle Christina Hendricks, l’ape-regina dell’alveare/agenzia che tiene in perfetto ordine pur essendo solo una segretaria promossa. Basti dire che la rivista Esquire l’ha eletta quest’anno la donna più sexy d’America: al di là delle forme addirittura esagerate (alla Jane Mansfield, per intenderci) probabilmente la sua caratteristica più sexy – oltre che nel suo ancheggiare su tacchi vertiginosi – risiede in realtà nel suo sguardo e nel suo sorriso.

 

Partita con 900.000 ascoltatori (stiamo parlando di una serie per tv via cavo) all’inizio della quarta serie negli Usa sono già diventati quasi 3.000.000. Ma oramai Mad Men è oramai un fenomeno di costume che sta invadendo l’America. Amazon rilancia i libri letti nelle storie dai protagonisti, H&M e Brooks Brothers hanno lanciato linee di abbigliamento vintage, la Barbie – già presente nella vita dei bimbi degli anni ‘60 – ha messo in vendita nuovi modelli ispirati a quelle della serie, infine non si contano i profumi, i rossetti, la biancheria intima, le cravatte, identici a quelli usati dai protagonisti.

 

E pare che un numero crescente di americani si dedichino al saccheggio degli armadi delle mamme e delle nonne alla ricerca di abiti e accessori d’abbigliamento degli anni Sessanta. Su Facebook circolano addirittura i modelli per farsi gli abiti d’epoca. Insomma la MadMan-mania sta oramai esplodendo ovunque. In Italia si registra anche un curioso fenomeno: esiste una sorta di gara che si svolge tutta sul web, di gruppi di appassionati che si divertono a tradurre e sottotitolare le serie originale. Un lavoro davvero impegnativo che vi restituisce il gusto di sentire le voci non doppiate e stupirvi per i trecento modi che ha Jon Hamm di dire “What?”.

 

La serie attuale la si può vedere su un canale di Sky, mentre la prima è disponibile anche in dvd tradotta in italiano.

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